Il nostro primo 11 settembre

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Il nostro primo 11 settembre

11 Settembre 2007

Questo è il nostro primo 11 settembre. E’ la prima volta che
a l’Occidentale, nei suoi pochi mesi di vita, capita di commemorare quel
giorno. Per questo abbiamo voluto modificare anche la testata del nostro
quotidiano: era il caso di dare un segno visibile, per quello che possiamo,
del fatto che non abbiamo dimenticato, e mostrare che il qualche modo quel
ricordo è all’origine della nascita di questo giornale.
In America in questi giorni si è aperto un dibattito su quando a lungo occorra
conservare la memoria. In che momento insomma il ricordare non traligna nel
rito, nella vuota ripetizione, o la massimo in una buona occasione per vendere
gadget e souvenir.
Non credo ci sia una risposta. Ogni commemorazione, ogni anniversario, il più
lieto come il più tragico, è un appuntamento con noi stessi, con gli anni che
ci passano sopra e con i segni che ci lasciano addosso.

Per me l’11 settembre è questo e non credo che smetterà di
esserlo fino a che vivo. E’ l’appuntamento con il giorno in cui l’impossibile è
divenuto possibile. Per me quel giorno l’Altantico è stato inghiottito come in
un rapido sorso della storia e America ed Europa si sono d’un tratto toccate.
Io ero a Roma e a New York nello stesso tempo e non me ne sono mai andato. Quel
giorno ho trovato un posto nel mondo: in televisione scorrevano le immagini di
chi esultava nelle piazze e quelle di chi piangeva di dolore e di rabbia. Così%2C
molto semplicemente, ho saputo qual’era il mio posto e quale sarebbe stato da
allora in poi.

Lo scontro di civiltà non è geografico, non passa sull’impossibile
confine tra oriente e occidente, ma si spalanca tra quell’esultanza e quel
pianto. Lì in mezzo non c’è dialogo, non c’è ascolto, non c’è modo di venire a
patti. Non è lo spazio di una trattativa, di un intreccio culturale, di un
discorso di Tariq Ramadan: lì in mezzo muore ogni relativismo. Quella è terra
di amici e nemici, di vittoria e di sconfitta, è zona di guerra. E lo sarà
finchè un nuovo impossibile diventi possibile.

Ci vorrebbe un Bin Laden che sputasse sulle foto degli
attentatori e si inginocchiasse a chiedere perdono per quel giorno. Ci vorrebbe
che in solo giorno tutte le scuse che sono state pretese nei secoli dall’Occidente
all’Occidente fossero restituite. Ci vorrebbero tutti gli Imam dell’Islam che
con una voce sola dicessero il loro pentimento e il loro orrore per quello che
è accaduto e mandassero alle famiglie delle vittime doni e preghiere. Ci
vorrebbero milioni di fucili deposti e sepolti.

Fino a quel giorno impossibile varrà la pena ricordare l’11
settembre e come ci ha cambiati. Non perché siamo affezionati alla dimensione
della guerra e dello scontro, ma solo perché vogliamo essere svegli quando
guerre e scontri ci assalgono e magari avere ancora la voce e la voglia di
opporci al loro arrivo.

L’11 settembre ha tolto il velo da volto del nemico: è stato
il suo trionfo e il suo massimo errore. Quello che può perderlo se ci resta il
coraggio di guardarlo negli occhi.