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La Chiesa che soffre

Il Papa in Iraq: difesa dei cristiani, dialogo con l’Islam, sveglia per l’Occidente

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U.S. Army Soldiers, attached to Heavy Company, 3rd Squadron, 3rd Armored Cavalry Regiment, take cover behind their vehicle as they hear small arms fire open up in the distance in Mosul, Iraq, on Jan. 17, 2008. (U.S. Army photo by Spc. Kieran Cuddihy) (Released)

I viaggi apostolici dei Pontefici sono eventi che in buona parte sfuggono al nostro tentativo di comprendere, cioè racchiudere all’interno delle nostre preconfezionate categorie, ogni singolo fatto. La presenza del Successore di Pietro in aree in cui si sono cumulati immani sofferenze attiva infatti una pluralità di dinamiche, la maggior parte delle quali manifesta gli effetti solo nel lungo periodo. Per questo, le brevi riflessioni che seguono vogliono contribuire a collocare il viaggio apostolico di Francesco in Iraq nella prospettiva propria di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), una fondazione pontificia che si occupa sin dal 1947  del sostegno ai cristiani perseguitati, senza tuttavia ridurre la portata della visita a un solo punto di vista, per quanto coerente con il magistero del Papa.
Il senso globale della presenza del Pontefice è stato descritto molto chiaramente dallo stesso Francesco nei suoi diversi interventi e nelle sue omelie, e per cogliere meglio tali insegnamenti è necessario osservare il viaggio in Iraq alla luce di quanto è accaduto negli ultimi decenni in particolare alle comunità cristiane, non solo nello stesso Iraq ma in tutta l’area corrispondente all’Antica Mesopotamia: gravi e duraturi conflitti militari che hanno determinato un forte impatto socio-demografico ed economico, una pesante ipoteca derivante dalla politica e dal diritto islamici, la negazione dei pieni diritti di cittadinanza, l’affermazione di nuovi movimenti islamisti fino all’aggressione da parte del sedicente Stato Islamico. Tutto ciò ha determinato, e causa tuttora, una costante pressione migratoria. Basti pensare che la presenza cristiana si è drasticamente ridotta dagli 1,5 milioni del periodo pre-2003 agli attuali 250.000. È stata così progressivamente dilapidata la peculiare ricchezza di una comunità viva e dinamica.
Francesco ha dunque innanzitutto fatto sentire alla popolazione martoriata quella che lui stesso ha definito «la carezza affettuosa di tutta la Chiesa». Non si deve tuttavia intendere questa espressione in termini banalmente sentimentali, perché lo scopo ultimo è sempre quello di confermare i fratelli nella retta fede. In secondo luogo il Papa ha levato la propria voce per chiedere protezione per i cristiani. Attualmente infatti le comunità avvertono una persistente mancanza di tale sicurezza. Molti dei jihadisti dell’ISIS non sono stati arrestati e si sono dati alla clandestinità, attaccando occasionalmente le minoranze religiose. Per questo la stragrande maggioranza dei cristiani della Piana di Ninive teme un loro ritorno. Vi sono poi le milizie sciite che hanno contribuito a sconfiggere l’ISIS ma che, secondo diverse fonti cristiane, sarebbero responsabili di corruzione e violazioni dei diritti umani.
Vi è poi il problema drammatico della disoccupazione: nonostante i cristiani abbiano infatti più probabilità rispetto ad altri gruppi di far parte della classe commerciale o professionale, subiscono costanti discriminazioni da parte delle milizie che controllano la loro zona.
La presenza di Francesco ha avuto lo scopo di gettare le basi di altrettanti percorsi per la progressiva soluzione di questi annosi problemi, che non riguardano solo la nazione irachena, non a caso il viaggio cade esattamente in coincidenza del decennale dell’apertura di un’altra immane crisi, quella siriana.
Altro scopo fondamentale del viaggio è stato quello di imprimere un rinnovato impulso al dialogo interreligioso in un’area cruciale del mondo. L’incontro con il Grand Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani rappresenta il dialogo con l’Islam che intende prendere le distanze dalle componenti estremiste e dalla dilagante corruzione, in particolare a beneficio della gioventù che per motivi più o meno contingenti può essere tentata dalle sirene dell’islamismo violento.
Per accompagnare Papa Francesco in Iraq ACS ha  annunciato un nuovo e ambizioso programma del valore di 1,5 milioni di euro. Scopo dell’iniziativa è sostenere proprio la gioventù cristiana della nazione mediorientale attraverso l’offerta di borse di studio per 150 studenti dell’Università Cattolica di Erbil (UCE), capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, per i prossimi quattro anni. Il progetto intende così promuovere la coesione sociale fra le diverse comunità religiose e assicurare agli studenti cristiani migliori prospettive di impiego.
La maggior parte di questi universitari sono rifugiati o sfollati interni provenienti da diverse parti dell’Iraq, tra le quali Baghdad, Basra, Diala, Duhok, Kirkuk, Ninive/Mosul, Sinjar e Sulaimaniya. Crediamo che questo progetto possa sostenere il messaggio del Papa per la coesione sociale e la riconciliazione. La UCE è un progetto di importanza cruciale per quanti intendono restare nell’Iraq settentrionale e in Kurdistan. I cristiani infatti non penserebbero di abbandonare la propria nazione se non si sentissero costretti da forze fuori il loro controllo. Se ai giovani cristiani viene data un’opportunità di acquisire  una buona formazione resteranno. ACS ha già fatto quanto possibile per aiutarli a restare in patria, investendo nella ricostruzione delle loro case, chiese e infrastrutture. Ora è tempo di iniziare questo nuovo progetto.
Concludo dicendo che il viaggio del Papa ha un grande significato anche per i cristiani delle nazioni occidentali. Come sappiamo i Paesi che un tempo si consideravano fieramente cristiani hanno progressivamente abbandonato le radici della fede a causa del secolarismo e di un corrosivo relativismo. L’esempio delle comunità cristiane irachene è per molti di noi addirittura scioccante. Come è possibile che tante normalissime famiglie cristiane siano così profondamente legate alla fede cristiana e alla loro patria nonostante la persecuzione violenta, la discriminazione costante e mille altre difficoltà? Tutto ciò non appare coerente con i canoni del pensiero quotidianamente alimentato dalla maggioranza dei media e degli intellettuali occidentali. Questo esempio, tuttavia, contribuisce a rafforzare la fede di quanti, nelle nostre nazioni occidentali, non sono soddisfatti della dilagante apostasia sociale. Per tutti questi motivi, la gioia delle comunità cristiane irachene per la visita di Francesco dovrebbe essere anche la nostra.
*Direttore Aiuto alla Chiesa che Soffre-Italia
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