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Non c'è più il futuro di una volta

Il paradosso del futuro: più per ciascuno, meno per tutti (di G.C. Blangiardo)

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Sopravvivere, allunga la vita

Mario Rossi ha compiuto 52 anni il 1 gennaio 2019 e aveva davanti a sé, in base al modello di sopravvivenza di quel tempo, un’aspettativa di futuro pari a 30,75 anni.

Ipotizzando che un anno dopo abbia festeggiato il 53° compleanno – e la probabilità in tal senso è molto alta (99,71%) – alla data del 1° gennaio 2020 egli aveva ancora, a condizioni di sopravvivenza immutate, un’aspettativa di 29,83 anni di futuro.

In conclusione, nel 2019 Mario Rossi ha vissuto un intero anno, ma alla fine – grazie all’effetto selettivo dell’essere tra chi è sopravvissuto – ne ha di fatto “perso” solo il 92%. In altri termini: vivendo per 365 giorni ne ha consumati unicamente 334.

E i progressi nella sopravvivenza ci regalano un “bonus”

L’anno prima, quando Mario Rossi aveva raggiunto i 51 anni, il 1° gennaio del 2018, la sua aspettativa di vita era di 31,45 anni e, secondo il modello di sopravvivenza di allora (2018), al compimento dei 52 si sarebbe aspettato di averne davanti a sé 30,53. Il vantaggio dell’essere sopravvissuto per 365 giorni – evento anche allora altamente probabile nella misura del 99,74% – sarebbe stato ripagato da un consumo annuo di vita residua ridotto (anche qui) al 92%.

Come mai, però, al compimento del 52esimo compleanno, adeguando il modello di sopravvivenza alla realtà del 2019, Mario Rossi si è trovato un’aspettativa di 30,75 anni e non di 30,53? Con un bonus di 0,22 anni, pari a circa 80 giorni in più.

La risposta sta nel processo di allungamento della sopravvivenza, un fenomeno che ha sempre accompagnato, pur con qualche oscillazione congiunturale, la storia del nostro Paese. Un fenomeno che trova eloquente riscontro nello straordinario accrescimento dell’aspettativa di vita alla nascita. Basti pensare che, secondo i modelli di sopravvivenza che si sono succeduti negli ultimi 70 anni – dal secondo dopoguerra ai giorni nostri (limitiamoci pure all’anno 2019) – un neonato maschio ha guadagnato nel tempo ben 17,4 anni di vita in più e una femmina 18,2 anni.

Per non parlare degli effetti benefici dell’istruzione

Se poi dovessimo leggere il cambiamento nella prospettiva di futuro in funzione non solo delle tradizionali variabili sesso ed età, ma introducendo quale fattore discriminante anche il grado di istruzione, avremmo modo di osservare come un Mario Rossi 52enne con nessun titolo, o al più la licenza elementare, avrebbe un’aspettativa di vita del 4,6% inferiore a quella di un suo coetaneo con diploma di scuola media; quest’ultimo sarebbe comunque del 3,2% al di sotto rispetto a un diplomato di pari età che, a sua volta, sconterebbe un deficit del 3,9% nei riguardi di un coscritto laureato. Di fatto, un Mario Rossi con laurea, rispetto a uno con nessuna o bassa istruzione, vanterebbe 3 anni e 7 mesi di futuro in più, in sintesi: avrebbe una vita residua più lunga del 12,7%.

Per assurdo, qualora Mario Rossi si diplomasse tra il 52° e il 53° compleanno, si troverebbe ad aver vissuto i 365 giorni di quell’anno senza averne subito alcuna perdita in termini di vita residua. Ed ancor più, se nello stesso intervallo fosse passato da diplomato a laureato, avrebbe avuto paradossalmente modo di spendere un anno di vita e, nel contempo, accrescere di circa 4 mesi la durata attesa della propria esistenza.

Poi è arrivata la pandemia: ma quanto futuro ci ha realmente tolto?

Per effetto del forte accrescimento del rischio di morte nelle età anziane a seguito della pandemia, se Mario Rossi avesse compiuto i 52 anni non all’inizio  del 2019 bensì al 1° gennaio del 2020, pur senza risentire di sostanziali cambiamenti nella probabilità di poter raggiungere i 53 anni (99,68%), si sarebbe comunque visto decurtare drammaticamente l’aspettativa di futuro: sarebbe infatti passato dai 30,75 anni ipotizzati per un 52enne secondo il modello di sopravvivenza del 2019 ai 28,40 per un 53enne sulla base di quello del 2020. In un solo un anno di vita, sarebbe stato destinato a perderne ben 2,35. Come dire che: a fronte dei 365 giorni effettivamente spesi se ne sarebbe trovati nel conteggio del suo futuro ben 858 in meno! Ma è realistica una tale valutazione?

Va subito detto che per tutti i Mario Rossi – e le Luisa Bianchi – di ogni età, i dati sull’aspettativa di vita forniti dal modello di sopravvivenza che ha contraddistinto l’anno della pandemia sono da interpretare con le dovute avvertenze. Sarebbero infatti realistici solo nel caso in cui l’insieme dei rischi di morte che stanno alla base del modello sperimentato in quell’anno critico dovessero rimanere immutati nel tempo. Ciò equivarrebbe ad immaginare che l’effetto letale prodotto Covid-19 sia destinato a persistere costantemente nel futuro, scartando così a priori ogni ipotesi di ritorno alle condizioni del passato e, ancor più, di ripresa della tradizionale benevola tendenza al calo delle singole probabilità di morte.

 Ma “ha da passà ‘a nuttata!”

In attesa di conoscere quali saranno i nuovi parametri nel modello di sopravvivenza per gli anni che verranno – e quindi di ridisegnare il futuro degli italiani con una serie di aspettative di vita che non risentano del passaggio di quella che è sembrato legittimo definire “la terza guerra mondiale” – proviamo ora ad abbandonare al suo destino il signor Rossi e affrontiamo la visione d’insieme dell’intera popolazione che vive nel nostro Paese.

Il futuro dei 59 milioni e 641 mila residenti in Italia al 1° gennaio del 2020, ossia prima di venir travolti dagli eventi pandemici, poteva riassumersi in un potenziale di 2 miliardi e 361 milioni di anni-vita: un “patrimonio demografico” che equivale, mediamente, a 39 anni e 215 giorni a testa. Conviene altresì osservare come il 53,5% di tale patrimonio – posti convenzionalmente a 20 e a 67 anni, rispettivamente, i confini per l’entrata e l’uscita dalla popolazione attiva – sia costituito da anni-vita potenzialmente destinati ad essere spesi al lavoro, il 42% in pensione a il 4,5% in formazione. Di fatto, si prospettano 79 anni di vita da pensionati per ogni 100 da lavoratori.

Al 1° gennaio del 2021, si è valutato che al complesso dei residenti – scesi nel frattempo a 59 milioni e 258 mila – spettasse, a modello di sopravvivenza pre-pandemia invariato, un totale di 2 miliardi e 333 milioni di anni-vita: 39 anni e 139 giorni di futuro a testa. Mediamente, rispetto al conteggio precedente, si sarebbero persi 76 giorni di vita residua pro-capite, con un calo della quota in età lavorativa (53,4%) e un aumento di quella in età pensionistica (42,2%). Ma questo non sarebbe stato altro che l’effetto del mutamento di struttura della popolazione, ed è un calcolo eseguito – come si è detto – a sopravvivenza invariata sul modello dell’anno 2019.

In realtà, se andiamo ad assumere come modello di sopravvivenza quello che ha effettivamente caratterizzato l’anno della pandemia (2020), la perdita di futuro risulta ben più consistente. Il patrimonio demografico del complesso dei residenti al 1° gennaio 2021 scende a 2 miliardi e 267 milioni di anni e la porzione mediamente spettante ad ognuno di essi si riduce a 38 anni e 95 giorni (con un ulteriore pesante calo di un anno e 44 giorni rispetto al calcolo precedente), ridimensionando quasi unicamente la frazione di vita nella fascia d’età da pensionati. Al 1° gennaio 2021 il rapporto tra anni di futuro da spendere in pensione e anni al lavoro passa infatti da 79 per ogni 100 secondo il modello di sopravvivenza del 2019 a 74,1 per ogni 100 secondo quello del 2020.

In ogni caso, anche accettando il fatto che il 2020 sia stato un anno anomalo e che le leggi di sopravvivenza siano destinate, quanto meno, a riproporre le condizioni pre-pandemiche, c’è da dire che gli scenari che vanno prospettando, da un lato, il calo del patrimonio demografico, sia in termini assoluti che pro-capite, dall’altro una sua rimodulazione secondo le diverse stagioni della vita, appaiono del tutto verosimili alla luce delle tendenze di invecchiamento da tempo in atto nel nostro Paese.

Quanto futuro, in futuro?

Secondo le più recenti previsioni relative alla popolazione per sesso ed età (Istat 2021) e ipotizzando invarianti i livelli di sopravvivenza in epoca immediatamente pre Covid, il patrimonio demografico che segna il futuro della popolazione italiana perderebbe nel trentennio 2021-2050 circa 437 milioni di anni-vita in termini assoluti e poco più di quattro anni a livello pro-capite: da 39,38 anni a 35,30.

La perdita maggiore dovrebbe avvenire in corrispondenza della componente in età la lavoro, con 269 milioni di anni-vita in meno e un calo del 22%, mentre la componente in età pensionistica ne perderà poco più della metà: -151 milioni di anni-vita (-15%). In generale il peso degli anni destinabili al lavoro, rispetto al totale degli anni di futuro, si ridurrebbe entro il 2050 di circa due punti percentuali (-1,9 p.p.), mentre quello degli anni in pensione si accrescerebbe quasi nella stessa misura (+1,7 p.p.). Ne segue che il rapporto: anni in pensione per ogni 100 anni potenzialmente al lavoro, si prevede possa salire da 79 al 1° gennaio 2021 a 85 alla stessa data del 2051.

In conclusione, mentre da un lato gli scenari previsivi già ci dicono che il carico degli anziani (67 anni e più) sulla popolazione in età lavorativa (20-66 anni) – calcolato sulla base del numero di appartenenti ai due aggregati (a una data precisa) – sembra destinato a puntare rapidamente verso il rapporto di uno a due (tra il 2021 e il 2050 si andrebbe da circa 34 a 66 in età 67 e più per ogni 100 in età 20-66), allorché si allarga lo sguardo sul futuro il risultato appare ancor più impressionante: l’immagine che si accredita è quella di un popolo la cui struttura per età arriverà ad avallare il potenziale equilibrio tra gli anni che sarà in grado di destinare alla produzione e quelli nel corso dei quali potrà goderne (sperabilmente) i frutti.

Quali meccanismi per (ri)costruire il futuro?

Il continuo ridimensionamento del patrimonio demografico italiano ci conferma che, almeno sul piano quantitativo, realmente “non c’è più il futuro di una volta”. Ma come si è giunti a questo tipo di situazione? Quali sono le voci di bilancio che incidono più marcatamente nel produrre questa progressiva erosione del nostro patrimonio demografico? Proviamo ad analizzarle singolarmente.

Sotto il profilo contabile, il numero complessivo di anni-vita che si attribuiscono al futuro di una popolazione in un dato istante non è che la risultante della somma delle aspettative di vita – applicate individualmente in corrispondenza di ogni età e distintamente per sesso – che competono a tutti i soggetti che formano la popolazione stessa.

Prescindendo dalle – pur importanti – considerazioni sul modello di sopravvivenza da adottare e sulla sua costanza o variabilità nel tempo, il fatto che il patrimonio demografico si accresca o si riduca nell’arco di un prefissato intervallo di tempo (diciamo, per comodità, un anno solare) dipende dalla numerosità e dalla struttura per sesso ed età sia dei flussi in entrata nella popolazione, i nati e gli immigrati, sia da quelli in uscita, i morti e gli emigrati. Tali flussi vanno opportunamente convertiti, in termini di apporto o perdita di anni-vita, sulla base della somma delle aspettative di vita associate agli individui che li alimentano. Infine, va altresì adeguatamente messa in conto la quantità di anni-vita che sono stati “consumati” da chi ha continuativamente vissuto entro la popolazione nel corso di quell’intero anno.

Ad esempio, le poste del bilancio dell’anno pre pandemico (2019), dove si osserva il passaggio dai 2 miliardi e 383 milioni di anni-vita al 1° gennaio ai 2 miliardi e 361 milioni al 31 dicembre, segnano una perdita di poco più di 22 milioni di futuro: un dato che scaturisce dalla contrapposizione tra fattori in accrescimento per complessivi 36,5 milioni di anni-vita (34,4 derivanti dai nati e 2,1 dal contributo netto del saldo migratorio) e fattori di riduzione per 58,9 milioni: 6,3 imputabili alle perdite per morte e 52,6 al consumo di vita residua attribuibile a chi c’era inizialmente ed è rimasto nel collettivo in oggetto.

Ammettendo che il bilancio del 2020 vada inteso come anomalo e che si possa già da quest’anno (2021) poter contare su un ritorno a modelli di sopravvivenza non perturbati e nuovamente orientati a guadagni nell’aspettativa di vita, su quali altre leve occorrerebbe agire per interrompere, o meglio ancora per invertire, la tendenziale erosione del nostro patrimonio demografico cui stiamo assistendo e che si preannuncia per i prossimi anni?

Alla scoperta del PIL demografico

Come accade tipicamente in ogni resoconto aziendale, la variazione del capitale (o patrimonio) netto è da mettere in relazione con la presenza di un utile o di una perdita d’esercizio che, a sua volta, trova riscontro – entro il conto economico – nella contrapposizione tra le componenti di reddito positive, in aumento, e quelle negative, in diminuzione. Nel caso specifico, ai fini di poter esporre un auspicabile “utile d’esercizio” nel bilancio che attesta il futuro di una popolazione occorrerebbe, oltre che contenere le poste negative legate ai livelli di sopravvivenza e ai flussi di emigrazione, saper agire su quelle positive, vale a dire: operare sul fronte dell’immigrazione e, soprattutto, della frequenza annua di nascite. In altri termini, si tratta di agire sulle due componenti che sono direttamente associabili al concetto di “PIL demografico”, un’invenzione un po’ provocatoria scaturita dall’idea di poter attribuire ad ogni evento demografico capace di generare anni-vita di futuro il significato di produttore di un “bene” il cui valore, per l’appunto, si esprime e si misura nei termini degli anni creati.

Nel prestare attenzione al ruolo della natalità nel contribuire alla produzione di PIL demografico e, di riflesso, ad accrescere il corrispondente patrimonio di anni-vita della popolazione italiana, sembra utile ricordare che se solo si realizzasse l’obiettivo – ventilato nello scenario presentato da Istat il 14 maggio 2021 in occasione degli “Stati generali della natalità” – di far risalire, progressivamente il tasso di fecondità totale dagli attuali 1,2 figli per donna a 1,8 figli tra dieci anni, si arriverebbero ad avere in Italia nel 2031 circa 130 mila nati annui in più; di fatto, in quell’anno ciò si tradurrebbe in un apporto addizionale di circa 11 milioni di anni-vita, un valore che è equivalente alla metà del calo del patrimonio demografico registrato nell’ultimo bilancio non perturbato da Covid (2019).

Più in generale, va segnalato che se si raggiungesse – seppur gradualmente – l’obiettivo di rialzo della fecondità nei tempi e con l’intensità di cui si è detto, si avrebbe nel complesso del decennio 2021-2030, rispetto all’ipotesi di nascite costantemente ferme ai livelli del 2020, un apporto globale di 647 mila nati e un corrispondente contributo al patrimonio demografico nell’ordine di 54 milioni di anni-vita.

Al tempo stesso anche la leva dell’immigrazione, la cui dinamica è spesso legata a fattori imprevedibili e notoriamente incerti nel loro accadimento, potrebbe rivelarsi utile per attivare iniezioni di futuro nella nostra società. Limitandoci agli aspetti quantitativi, tralasciando dunque ogni considerazione circa le scelte di governo dei flussi migratori, si può calcolare che a fronte di un saldo netto di circa 130 mila ingressi annui – un dato in linea con la media del decennio 2010-2019 – si assicurerebbe annualmente un contributo al patrimonio demografico della popolazione italiana di circa 7 milioni di anni-vita.

Non c’è più il futuro di una volta

Se dunque è pressoché certo ed inevitabile che nel prossimo trentennio il monte anni di futuro della popolazione italiana andrà riducendosi, resta tuttavia da capirne la reale dimensione quantitativa. Le prospettive oscillano tra la valutazione dei 437 milioni di anni-vita in meno tra il 1° gennaio 2021 e la stessa data del 2051, derivanti dagli scenari che si disegnano sulla base delle esperienze del nostro tempo, e l’alternativa che accredita il supporto di un rialzo della natalità – verosimilmente favorito anche da alcune recenti iniziative – e di un equilibrato flusso migratorio netto. In quest’ultimo caso, se anche è vero che non si potrà del tutto annullare la perdita di futuro verso cui ci siamo incamminati da tempo, è pur tuttavia innegabile che già poterla contenere deve ritenersi un risultato più che apprezzabile.

La verità è che cambiano i tempi, cambia la popolazione e cambiano le condizioni di contesto entro cui viviamo e, giorno dopo giorno, consumiamo il nostro futuro. Un futuro che non solo qualitativamente non è più quello di prima, ma che anche sul piano quantitativo fa emergere un curioso paradosso (che è poi la sintesi finale di questo contributo): “il percorso di vita residua va costantemente accrescendosi (al di là della parentesi pandemica) quando i dati si soffermano sulle biografie degli individui, mentre si fa sempre più breve quando essi raccontano il profilo medio di un’intera popolazione, come dire: più per ognuno di noi singolarmente, ma meno per noi tutti insieme”.

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