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Il Pdl supera la bufera mediatica e rimanda i chiarimenti al post-Regionali

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Acque agitate nel Pdl. C’è chi derubrica il tutto alla voce “fibrillazioni prelettorali”, chi vorrebbe aprire la resa dei conti, chi invece sollecita a serrare le fila e a pensare prima di tutto al risultato elettorale  da portare a casa nelle tredici regioni al voto. Certo è che la reprimenda di Silvio Berlusconi sui “giochi di potere”  interni al partito segnala vento di maestrale nei ranghi pidiellini ma pure che la barra è ben salda nelle mani del timoniere – il Cav.appunto – il quale lancia l’altolà e indica la via: basta con le guerre che creano solo divisioni e rischiano di compromettere l’esito del voto, oltretutto forse mai come in questo momento caricato di un significato politico tanto forte. Dunque, no a personalismi, rivendicazioni in chiave elettorale (alias candidature) e perfino scenari sul cambio del triumvirato ai piani alti di via dell’Umiltà. Passaggio quest’ultimo che scandisce anche per difendere a spada tratta Denis Verdini dagli “assalti” dei suoi detrattori, specie dopo che il coordinatore nazionale è indagato dalla procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione degli appalti per il G8 alla Maddalena.

Il che non significa che non ci siano questioni aperte  sulle quali ragionare e del resto lo stesso premier lo ammette quando rileva non senza irritazione l’esistenza di gruppi, componenti o pseudo-correnti che allignano nel soggetto politico nato dall’unione di Fi e An.  Tuttavia non è questo il momento, perché non si cambiano generali, colonnelli e regole quando siamo in battaglia (elettorale), è il ragionamento del premier.  Il tempo giusto arriverà, ma solo dopo il voto. Una fase che peraltro potrebbe coincidere con il riassetto della compagine di governo, già nei piani del Cav. , se Zaia, ad esempio, sarà il prossimo governatore del Veneto.  

Se è difficile stabilire quanto ci sia di vero nella ridda di indiscrezioni trapelate in questi giorni sui quotidiani, è certo che l’uscita di Berlusconi è servita a mettere a nudo le tensioni interne e a tranquillizzare il partito: non ci sarà alcun cambiamento ai vertici. Complicato distinguere tra veleni e verità nei rumors che si rincorrono nel palazzi della politica, messi nel ventilatore mediatico con l’obiettivo di colpire anzitutto il triumvirato di Sandro Bondi, Ignazio La Russa e in particolare Denis Verdini. 

Non è un mistero che Verdini abbia molti nemici nelle file pidielline per il piglio decisionista che lo contraddistingue e la fama di “tagliatore di teste”, soprattutto nella delicata partita delle candidature che come sempre accade, lascia sul campo molti scontenti. Ma è altrettanto vero che i messaggi ai naviganti – più o meno in codice – lanciati dal vicepresidente del gruppo alla Camera Italo Bocchino (finiano doc) sono apparsi eccessivi e inappropriati, specie perché vengono letti come una sorta di autocandidatura alla guida del partito in tandem con Sandro Bondi (il cui nome viene dato tra i favoriti insieme a quello di Scajola) nell’ipotesi dello schema “coordinatore unico affiancato da un vice”. Ipotesi che sembra destinata a tramontare anche perché nel partito e specialmente tra gli ex aenne, non viene affatto digerita l’idea che i finiani possano rappresentare  da soli tutto il partito di via della Scrofa. E, a parti rovesciate, tra gli ex di Forza Italia sono in molti a rivendicare ancora per un po’ di tempo il rispetto delle quote 70 a 30. Ridurre a due la figura dei coordinatori, è il ragionamento, significherebbe consegnare nelle mani degli ex di An la metà del partito.

Le camarille dentro il Pdl non hanno risparmiato neppure La Russa che provocatoriamente si è detto pronto a fare un passo indietro. Tuttavia, a ben guardare, proprio La Russa nei ranghi pidiellini è considerato un “buon punto di equilibrio” per la rappresentanza aennina, al di là dei “pretoriani” di Fini e il “miglior collegamento” con la componente forzista. Nelle dichiarazioni di questi giorni alla stampa dice che il “fuoco amico” colpisce Verdini per colpire lui e il suo iperattivismo, eppure dimentica di rilevare che c’è chi, proprio in An, avrebbe voluto vederlo solo alla guida del ministero della Difesa. C’è poi da considerare un altro elemento, non di poco conto: per cancellare l’impianto del triumvirato bisognerebbe rimettere mano allo Statuto del Pdl elaborato e approvato al congresso fondativo meno di un anno fa; operazione non così facile, tantomeno scontata come qualcuno la vorrebbe far passare.  Il punto non sono le tensioni interne che pure ci possono anche stare in un grande partito come il Pdl, fanno notare alcuni berluscones.

Il punto, semmai,  è consolidare il partito nato un anno fa secondo i riti della politica ma già nel 2008 secondo la volontà degli elettori. Ed è su questo che occorre concentrarsi, insistono dalle file moderate pidielline, convinti che la priorità adesso sia il rafforzamento del Pdl , progetto politico che ha l’ambizione di dominare la scena politica dei prossimi decenni . Ecco perché in questa fase così delicata non ci si può permettere il lusso di aprire il gioco del “chi butto giù dalla torre”. Il tempo per ragionare sul partito e forse anche per regolare i conti ci sarà. Ma solo dopo il voto di marzo e a seconda del responso delle urne.

 

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