Home News Il risultato elettorale è frutto di mali antichi

Mancanza di riforme istituzionali e crisi economica

Il risultato elettorale è frutto di mali antichi

4
37

In questi giorni i commentatori sono tutti presi dalle vicende del toto governo, come ai "bei tempi" della prima repubblica. Pure, per quanto le elezioni siano oramai alle spalle, è forse opportuno analizzare le ragioni del recente risultato elettorale, proprio per non rimanere prigionieri delle schermaglie e tentare di capire come muoversi nel prossimo futuro.

Il risultato elettorale è frutto del combinato disposto di due fattori generali che sarà opportuno, sommariamente, richiamare. In primo luogo occorre ricordare che l’Italia non ha mai adeguato le proprie istituzioni alla realtà del mondo post guerra fredda. Le democrazie contemporanee si caratterizzano sempre più come democrazie governanti. Hanno sistemi politici che tendono a rafforzare gli esecutivi (rendendoli stabili ed efficaci) in modo da farne interlocutori credibili all'estero e capaci di perseguire soluzioni realistiche all'interno. Tutti i paesi europei paragonabili per dimensioni, storia e tradizioni di civiltà, all’Italia hanno sistemi politici largamente orientati in tal senso.

Non avendo mai formalizzato in precise riforme istituzionali i mutamenti che si sono manifestati di fatto durante la "seconda repubblica", il nostro paese è strutturalmente più debole. A questa prima fragilità se ne aggiunge un'altra, drammaticamente evidenziata dalla lunga crisi economica che stiamo attraversando: le democrazie del debito soffrono enormemente se non sono in grado di produrre crescita economica. L'Italia è cresciuta poco nell'ultimo ventennio; dopo l’entrata in vigore dell’euro non ha fatto le necessarie riforme strutturali, e da quando è cominciato il saldo negativo del Pil ha dovuto aumentare ancora la pressione fiscale deprimendo ulteriormente la crescita. La lunga crisi economica ha prostrato e impoverito buona parte della popolazione. Cinque anni di crisi sono una prova difficilissima per la tenuta di qualunque democrazia.

Chiarite le ragioni di fondo del risultato uscito dalle urne occorre valutare i rischi che sono davanti a noi. Il pericolo maggiore non è solo l'ingovernabilità, ma quello di un nuovo voto a breve senza aver fatto alcune necessarie aggiustature funzionali (almeno una nuova legge elettorale). Una situazione che ha fatto giustamente evocare a più di un commentatore il rischio della repubblica di Weimar; quando per insieme di fattori (compresa una grave crisi economica e una costituzione che non favoriva la democrazia governante) Hitler ha vinto le elezioni, votato da molta gente esasperata, impaurita, frustrata e che non si era preoccupata di capire le sue intenzioni.

Se questa è l’ipotesi più negativa (che va tenuta comunque presente come un utile schema di riferimento controfattuale) c’è anche un altro pericolo, non meno insidioso. La possibilità che si ripresenti una tendenza già vista in passato, che si può riassumere nella formula: "soluzioni immaginarie per problemi reali". Questa espressione epitomizza efficacemente l'attività politica della Lega. Nella crisi della prima repubblica il movimento di Bossi ha trovato consonanza con l’orientamento di larghi strati sociali, ma ha sempre dato a queste istanze uno sbocco politico inefficace. Ciò è stato vero anzitutto sul piano nazionale, ma anche in quelle realtà in cui la Lega ha tentato d’interpretare le istanze produttive, non ha mai offerto una sintesi compatibile con il sistema Italia.

Questo schema rischia di ripetersi, semmai peggiorato, con il grillismo. Il movimento animato dal noto comico persegue la decrescita, cioè un rifiuto della modernità, e una sostanziale autarchia. I voti raccolti da Grillo e soci provengono però da categorie e ceti che hanno tutt’altre esigenze. I disoccupati e i sottooccupati, le partite IVA, i cosiddetti microimprenditori non hanno nessuna prospettiva se si persegue la decrescita (felice o meno che essa sia). Mettere in chiaro da subito questa insanabile contraddizione tra voto di protesta e referente politico della protesta è una premessa indispensabile per superare l’impasse nella quale il sistema politico rischia pericolosamente d’impantanarsi.
 

  •  
  •  

4 COMMENTS

  1. L’economia sta cambiando
    Qualcuno si deve pur chiedere obiettivamente perché i teorici della “decrescita felice” hanno sfondato il 30% a Taranto, Gela, Brindisi, dove insistono impinati industriali che stravolgono il terriorio ed in ogni caso la gente vive tra una cassa disocupazione ed un’altra, oltre alle percentuali bulgare in Veneto o nelle Marche terre di partite iva.
    L’industrializzazione forzata stravolge il territorio e crea conflitti sociali, e come nel gioco dell’oca la gente si ritrova al punto di partenza.
    Non siamo più negli anni ’80 ai tempi di Reagan e Tatcher, viviamo in un momento storico completamente diverso, sebbene la peculiare situazione ialiana Italia richiede comunque una politica di liberalizzazioni con la riduzione della mastrodontica spesa pubblica e il corrispondente taglio delle tasse.
    Però si tratta di pensare anche ad un’economia più legata al territorio, valorizzando le eccellenze locali e meno ai grandi kombinat di era sovietica.

    I cosiddetti partiti tradizionali, ad inizare dal PdL, devono adeguarsi ai tempi, perché la società sta cambiando.

  2. Ma c’è anche da dire che
    Ma c’è anche da dire che far passare il programma del M5S come pura protesta o decrescita è una stupidaggine che solo chi ha interessi opposti può scrivere. Credete di poter dire che nel quasi 26% di italiani che lo ha votato ci sia questi o questi altri? No, c’è proprio di tutto. Io ad esempio li ho votati solo perché mi piace l’idea di superamento dei partiti, democrazia diretta.

  3. Il risultato elettorale è frutto di speranze nuove
    Nei 20 punti del programma del M5S si parla di decrescita solo quando si chiede il taglio dei costi e dei privilegi dei politici.
    Ora spero che il M5S si organizzi bene e nomini un portavoce capace.

  4. Mali antichi
    Credo sia utile ricordare una frase di G. Orwell e cioè:”Se la libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire”. Grillo e Casaleggio hanno basato il successo del loro movimento sul principio opposto a quello affermato da Orwell, ovvero raccontare alla gente quello che questa si vuol sentir dire. Questo vuol dire affrontare un problema (crisi economica e politica) occupandosi solo di una parte delle cause, quelle che non toccano la coscienza della maggioranza. Grillo si è limitato a incolpare di tutto, ma proprio di tutto, il mondo politico, le cui responsabilità sono notevoli, nessuno può permettersi di negarlo. Ma i politici non sono gli unici responsabili di questa situazione e responsabili non sono solo i politici degli ultimi vent’anni di storia italica. E’ ora che qualcuno racconti agli italiani che questa drammatica situazione ha molteplici responsabili; il modello politico, che non è cambiato nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica, e che è nato insieme alla Repubblica, nel corso dei decenni si è giovato della complicità di tutti coloro che nel corso dei decenni hanno goduto di benefici da questo sistema di governo. Stiamo parlando delle imprese che hanno lucrato sugli appalti pubblici, dei sindacati che, per sostenere il partito di riferimento, hanno contribuito a creare classi di lavoratori privilegiate (impiego pubblico), tutte quelle categorie di lavoratori che hanno potuto godere di pensioni con appena vent’anni di contributi o addirittura con il versamento di contributi figurativi, per non parlare poi di chi ha usufruito di contributi e aiuti economici non dovuti (es. coloro che si sono costruiti casa con i contributi per gli agricoltori, ma agricoltori non erano), gli evasori fiscali (sempre esistiti, anche quando la pressione non era così alta) e potrei continuare a lungo con gli esempi. Quindi tutti siamo stati complici, in maniera maggiore o minore, il problema è che ora il sistema è arrivato al capolinea, soprattutto da quando la globalizzazione non concede più alle singole nazioni di agire come se gli altri non esistessero. In conclusione i figli stanno pagando le colpe dei padri, ma ritenere responsabili di tutto questo i soli politici è riduttivo è pericoloso, in quanto potremmo, come è forse giusto, rinnovare la classe politica, farla lavorare gratis, ma il resto del sistema rimarrebbe inalterato e le sue storture continuerebbero a far danni. Poi, è assolutamente vero come si dice nell’articolo che “….l’Italia non ha mai adeguato le proprie istituzioni alla realtà del mondo post guerra fredda. Le democrazie contemporanee si caratterizzano sempre più come democrazie governanti. Hanno sistemi politici che tendono a rafforzare gli esecutivi (rendendoli stabili ed efficaci) in modo da farne interlocutori credibili all’estero e capaci di perseguire soluzioni realistiche all’interno. Tutti i paesi europei paragonabili per dimensioni, storia e tradizioni di civiltà, all’Italia hanno sistemi politici largamente orientati in tal senso”. L’ultima cosa che voglio sottolineare è che forme di democrazia diretta in senso assoluto non sono auspicabili, poiché renderebbe ancor più lenta e burocratica la governabilità del paese.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here