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Il Vaticano: lo stato vegetativo è vita

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Anche se in "stato vegetativo permanente", il paziente "è una persona, con la sua dignità umana fondamentale". Lo afferma la Congregazione della Dottrina della Fede con una nota in risposta ai vescovi Usa circa l'alimentazione e l'idratazione artificiali.

Il documento del Vaticano sottolinea che anche al paziente che si trovi in questa situazione "sono dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali".

I vescovi nordamericani domandavano se l'alimentazione e l'idratazione "soprattutto, se somministrate per vie artificiali, non costituiscano un onere eccessivamente pesante per loro, per i parenti o per il sistema sanitario, fino al punto da poter essere considerate, anche alla luce della dottrina morale della Chiesa, un mezzo straordinario o sproporzionato, e quindi non moralmente obbligatorio".

"La questione - spiega ai microfoni di Radio vaticana il sottosegretario della Congregazione della dottrina della fede, monsignor Joseph Augustine di Noia - era: l'insegnamento di Giovanni Paolo II rappresenta uno sviluppo o un mutamento dell'insegnamento della Chiesa rispetto ai tempi di Pio XII?". La risposta, prosegue il presule, è che "quello che Giovanni Paolo II ha detto nel discorso del 2004 non rappresenta un cambiamento ma è semplicemente in continuità con l'insegnamento della Chiesa". Papa Pacelli, infatti, veniva citato da coloro che non escludevano la possibilità di rinunciare all'alimentazione e all'idratazione dei pazienti in stato vegetativo permanente. In un discorso del 1957 "il Pontefice ribadiva due principi etici generali", spiega la nota esplicativa dell'ex santo Uffizio. "Da una parte, la ragione naturale e la morale cristiana insegnano che, in caso di malattia grave, il paziente e coloro che lo curano hanno il diritto e il dovere di mettere in atto le cure necessarie per conservare la salute e la vita. D`altra parte, tale dovere comprende generalmente solo l`utilizzo dei mezzi che, considerate tutte le circostanze, sono ordinari, che non impongono cioè un onere straordinario per il paziente o per gli altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggioranza delle persone e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni più importanti".

La Congregazione della dottrina della fede sottolinea innanzitutto che "le risposte date da Pio XII si riferivano all`utilizzo e all`interruzione delle tecniche di rianimazione. Ma il caso allo studio (quello di Terri Schiavo) nulla ha a che vedere con tali tecniche. I pazienti in stato vegetativo respirano spontaneamente, digeriscono naturalmente gli alimenti, svolgono altre funzioni metaboliche, e si trovano in una situazione stabile". Di conseguenza " il principio formulato da Pio XII non può essere interpretato, per ragioni ovvie, nel senso che allora è lecito abbandonare a se stessi i pazienti, la cui cura ordinaria impone un onere consistente per la loro famiglia, lasciandoli quindi morire. Non è questo il senso in cui Pio XII parlava di mezzi straordinari".

Dopo aver citato una serie di documenti vaticani ("Dichiarazione sull'eutanasia" della Congregazione della dottrina della fede del 5 maggio 1980, "Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti" del pontificio consiglio Cor Unum del 27 giugno 1981, discorso di Giovanni Paolo II del 15 novembre 1985, "Carta degli operatori sanitari" del pontificio consiglio per la Pastorale degli operatori sanitari del 1995, discorso di Giovanni Paolo II del 2 ottobre 1998 e discorso del 20 marzo 2004) la congregazione vaticana arriva a ribadire la posizione ostile all'interruzione dell'alimentazione per i malati in coma. Il dicastero vaticano guidato dal cardinale William Joseph Levada, peraltro, cita anche tre "casi eccezionali". "Non esclude che in qualche regione molto isolata o di estrema povertà l'alimentazione e l'idratazione artificiali possano non essere fisicamente possibili, e allora ad impossibilia nemo tenetur, sussistendo però l`obbligo di offrire le cure minimali disponibili e di procurarsi, se possibile, i mezzi necessari per un adeguato sostegno vitale".

Non si esclude neppure che, "per complicazioni sopraggiunte, il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando così del tutto inutile la loro somministrazione".

Infine, "non si scarta assolutamente la possibilità che in qualche raro caso l'alimentazione e l'idratazione artificiali possano comportare per il paziente un'eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze nell'uso di ausili strumentali". "Questi casi eccezionali - conclude la nota - nulla tolgono però al criterio etico generale, secondo il quale la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico. Il suo uso sarà quindi da considerarsi ordinario e proporzionato, anche quando lo stato vegetativo si prolunghi".

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