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Il virus c’era e non c’è più: tra psicosi e negazionismo, scegliamo il buon senso

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Quale meccanismo regola il cervello di chi ritiene che battersi per il salvataggio dell’economia (e dello Stato sociale) equivalga a derubricare il valore della vita umana? Se ci si rifiuta di indossare la mascherina quando si guida da soli un’automobile, è una pretesa eccessiva chiedere di non vedersi rinfacciare i morti da coronavirus? Insomma, c’è una terza via tra il negazionismo e la psicosi?

Sì, certo che c’è. E’ la via del buon senso. Significa riconoscere che l’Italia (una parte, almeno) ha attraversato una pandemia; che tante persone sono morte, anche per scelte scellerate sulle quali perfino nell’ultimo Paese del terzo mondo sarebbe stata da tempo avviata una commissione d’inchiesta (ogni riferimento alle mancate autopsie e alla conseguente confusione fra trombosi e polmoniti è assolutamente intenzionale); e che ora il quadro epidemiologico è radicalmente mutato, non per l’opinione dell’una o dell’altra fazione di virologi, ma perché lo dimostrano tutti gli indicatori oggettivi. Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, l’avrà anche detto brutalmente urtando la suscettibilità di quella parte di italiani che sembrano essersi così affezionati al lockdown da provarne quasi rammarico, ma insomma, il concetto è quello e gli operatori sanitari in trincea sembrano confermarlo.

Sicché si rende necessario un avvertimento preventivo, che poi tanto preventivo non è perché nelle ultime ventiquattr’ore l’invettiva dei catastrofisti si è già spinta oltre il livello della tollerabilità. Nessuno si azzardi ad accostare la battaglia per il ritorno alla vita con gli sproloqui di qualche manifestante, che per uno scampolo di visibilità ha pure utilizzato il nome (“gilet arancioni”) di un movimento preesistente e ben più serio. Non perché da queste parti si criminalizzino le manifestazioni di piazza, anzi l’auspicio è che l’esecutivo abbia preso il segnale dello scorso sabato come un serio indicatore del malessere che potrebbe esplodere da qui a qualche settimana. Semplicemente perché invocare una riapertura vera dell’Italia e la cessazione di ogni isteria non significa negare ciò che abbiamo vissuto e tributare il giusto rispetto ai sacrifici dei nostri concittadini, al dolore di chi ha perso una persona cara e ai tanti che non ci sono più. E viceversa.

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