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Tre proposte per il dopo-terremoto

In Abruzzo servono 12 mld? Ecco dove trovare le risorse senza alzare le tasse

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Se troveranno riscontro le prime stime (12 miliardi di euro sulle somme occorrenti per la ricostruzione delle zone terremotate), e se l’intera somma dovesse considerarsi a carico dei conti pubblici, è chiaro che sarà difficile reperire risorse così ingenti tra le pieghe dei bilanci delle amministrazioni pubbliche più direttamente chiamate in causa (Stato, Regione Abruzzo, province e comuni terremotati).

Iniziative straordinarie si impongono, e il ricorso a debito netto aggiuntivo (quasi un punto di PIL!) non può essere tra queste. Di più: le iniziative straordinarie devono poter dare risultati altamente prevedibili in tempi ragionevolmente brevi (diciamo 2-4 anni: il tempo nel quale si concentrerà la massima parte delle spese per la ricostruzione).

Vanno quindi escluse dal novero delle strade percorribili il taglio di costi, il recupero di evasione, la riforma di strumenti agevolativi, insomma quei pur fondamentali interventi di miglioramento della funzione pubblica che però tendono a dispiegare risultati sul medio-lungo periodo.

Una strada sempre percorribile è quella fiscale (e infatti si torna a parlare di 5 per mille, di una tantum sugli alti redditi).

Un’alternativa concreta può venire dalla migliore modulazione di una scelta (giusta) già annunciata dal Governo: la cessione agli attuali occupanti delle unità abitative di edilizia residenziale pubblica (insomma le “case popolari” ex IACP). Basterebbe qui, a nostro giudizio, rivedere di poco i valori ipotizzati per la cessione, pur mantenendo condizioni di assoluto favore per gli acquirenti. Il governo ha più volte annunciato l’intenzione di dismettere questi alloggi permettendo agli occupanti di convertire gli affitti attuali in rate di mutuo. Con 1000 euro all’anno medi di affitto per alloggio (non è un errore di stampa), il valore attuale netto figurativo di vendita sarebbe di circa 10.000 euro per unità abitativa.

A conti fatti, ciò significherebbe mettere in vendita patrimonio pubblico, che vale circa 100 miliardi di euro (si tratta di un milione di alloggi, cui si può attribuire prudenzialmente un valore medio unitario di centomila euro), al 10% del suo valore. Con un tasso di adesione dell’80% (vanno considerati i morosi, che probabilmente in parte non aderirebbero) si incasserebbero 8 miliardi circa. Gli acquirenti sarebbero in larga parte famiglie a basso reddito, ma spesso si tratterebbe anche di nuclei che, avuta la ventura di ottenere anni o decenni addietro una casa popolare, non hanno mai dovuto pagare affitti o mutui a livelli di mercato.

Se il valore di cessione fosse portato dal 10% al 25% (portando quindi la rata media mensile di mutuo a 250 euro al mese), l’adesione al piano rimarrebbe presumibilmente estremamente elevata (diciamo il 70%, anche considerando l’effetto delle morosità), e il ricavato aggiuntivo (quantifichiamolo per semplicità in 9,5 miliardi, oltre agli 8 già impliciti nella policy annunciata dal governo) potrebbe finire in un fondo speciale per l’Abruzzo.

Va certo ricordato che regime di proprietà di queste abitazioni è oggi estremamente complesso, tuttavia due punti possono essere fissati per semplicità: (i) esso è riconducibile in massima parte alle Regioni; (ii) l’eventuale meccanismo perequativo Stato-Regioni potrebbe essere identico a quello ipotizzato dal governo nell’annunciare la dismissione “al costo di affitto”.

Ci permettiamo di avanzare una proposta complementare. Se la Regione Abruzzo, la Provincia dell’Aquila, il Comune dell’Aquila disponessero la cessione gli asset detenuti in forma di crediti, anticipazioni finanziarie, partecipazioni potrebbero confermare in modo alto il profilo di severa e responsabile dignità che i cittadini rappresentati da queste istituzioni hanno dimostrato in questo tragico frangente.

Il discorso sui valori e sull’effettuva disponibilità degli asset alla cessione si farebbe a questo punto dispersivo, e si scontrerebbe con la cronica deficienza di buona contabilità patrimoniale delle pubbliche amministrazioni italiane. Limitiamoci a considerare che la sola Regione Abruzzo dispone di un attivo al valore nominale pari a circa 6 miliardi di euro. Anche analizzando più partitamente gli elenchi dei cespiti, cessioni per 2 miliardi sui tre enti principalmente coinvolti non sembrano irragionevoli (naturalmente, limitandoci agli asset la cui cessione non comporterebbe significativi costi aggiuntivi per il conto economico degli enti, per esempio canoni di affitto su immobili ceduti).

Lo Stato, in questo caso, potrebbe intervenire in qualità di garante (direttamente o attraverso il Fondo ex MCC o i Confidi) per garantire una parte dei finanziamenti che soggetti privati dovessero richiedere per acquisire questo genere di asset. Per questa via, il reperimento di risorse per la ricostruzione potrebbe essere reso funzionale al rilancio dell’iniziativa imprenditoriale sul territorio abruzzese.

Infine, una terza proposta, complementare. Cediamo a imprese e privati il diritto di ricostruire o a ristrutturare immobili fino a ieri occupati da uffici pubblici e collocati nei centri storici, con criteri di rigoroso rispetto dei volumi e delle forme preesistenti, e costruiamo ex novo due-tre “cittadelle delle istituzioni” intorno all’Aquila, provvedendole delle opportune infrastrutture e dei servizi di supporto.

Cogliamo, contestualmente, l’occasione per generare la dovuta efficienza sugli spazi e per creare ambienti di lavoro e di relazione con il pubblico più funzionali.

Cinquecentomila metri quadrati da ricostruire in zone prestigiose, al netto dei costi di demolizione, potrebbero valere un miliardo di euro. Consideriamo la circostanza che in media gli uffici pubblici occupano il 40% in più degli spazi utilizzati nel settore privato per attività comparabili, e che quindi un risparmio del 30% di spazio sul “nuovo” è ragionevole: trecentocinquantamila metri quadri di nuova costruzione in zone non centrali potrebbero costare 350 milioni, garantendo all’operazione un saldo netto di 650 milioni da reinvestire nella ricostruzione.

Sintetizzando: 9,5 miliardi aggiuntivi dalla prima proposta, 2 dalla seconda, 0,6 dalla terza, per un totale di 12,1 miliardi di euro.

Se non fosse oggi troppo impopolare qualsiasi ipotesi di finanziarizzazione di cash flow futuri della pubblica amministrazione, si potrebbe persino pensare di emettere un “Abruzzo Bond” di durata quinquennale, garantito dai proventi di queste tre operazioni, in modo da disporre da subito e in modo prevedibile di un flusso di cassa.

Intanto potremmo provare così: per nuove tasse, ci sarebbe comunque sempre tempo.

 

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