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Libertà di repressione

In Iran è in atto una purga contro i giornalisti. Il caso di Nazila Fathi

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Nazila Fathi è una giovane donna, ex corrispondente per il New York Times da Teheran, che oggi vive a Toronto, affetta da quella che i giornalisti iraniani chiamano la “sindrome dell’esilio”. Nazila non ha neppure trent’anni, appartiene alla medio-alta borghesia di Teheran, e dopo aver lavorato come traduttrice per i media occidentali, si è trasferita per un breve periodo a Toronto, laureandosi in Scienze Politiche. Tornata in Iran, ha capito fin da subito che regime e giornalismo libero rappresentano un difficile compromesso da raggiungere. Così, ha cominciato a convivere con la consapevolezza che alcune cose sono troppo delicate per essere riportate al di fuori dell’Iran. Ha imparato a mentire a bassa voce, a rivelare soltanto ciò che si poteva, a riconoscere gli avvertimenti più o meno celati. Nazila era convinta che, prima o poi, il regime avrebbe cominciato a tollerare i giornalisti. Ma si sbagliava. I brogli elettorali dello scorso 14 giugno hanno cancellato qualsiasi speranza. Il presidente uscente, Mahmoud Ahmadinejad, si è autoproclamato vincitore delle elezioni, e a nulla sono valse le proteste dell’opposizione riformista e del suo leader, Mir Hossein Moussavi. Qualche giorno dopo, le immagini di Neda, la studentessa ferita a morte durante alcuni scontri a Teheran, hanno fatto il giro del mondo, ma il regime di Ahmadinejad ha continuato a reprimere qualsiasi notizia sulle conseguenze delle elezioni.

Verso la fine di giugno, Nazila ha ricevuto una telefonata. Dall’altra parte, una voce la avvertiva che se avesse camminato per le strade di Teheran, sarebbe stata uccisa dai cecchini del regime. Qualche giorno dopo, una Peugeot bianca era parcheggiata di fronte al garage di Nazila, dentro c’era un uomo che vedendola, esclamò “E’ lei”. La giovane reporter aveva appena svoltato l’angolo, quando si trovò davanti un’intera squadra che la sorvegliava: oltre alla Peugeot, c’era una macchina grigia che la seguiva, e poi due uomini su una moto che cercavano di affiancarla. Nazila riuscì a tornare a casa, dove si nascose per dieci giorni, decidendo infine di lasciare l’Iran per proteggere la sua famiglia. Oggi Nazila non si arrende e continua a fare informazione anche se in “esilio”. E’ stata a New York per uno sciopero della fame a sostegno dell’opposizione iraniana, insieme a quei membri del Parlamento, attivisti e blogger che pochi anni prima avevano lasciato Teheran. E’ riuscita ad intervistare un giovane, fuggito da una prigione iraniana, dove era stato violentato da uno dei suoi carcerieri. Ha tradotto liberamente gli slogan più duri, che i manifestanti di giugno hanno lanciato contro il leader religioso, l’ayatollah Ali Khamenei. Testimonianze che, ovviamente, in Iran sarebbero state censurate fin da subito.

Ma il caso di Nazila – purtroppo – non è l’unico. “L’Iran è diventato una prigione. Evin è diventata un’Università”, è lo slogan di intellettuali, studenti, esponenti dell’ala riformista e giornalisti, incarcerati nella prigione più importante di Teheran. Evin è gestito dalla “Vevak”, la polizia segreta iraniana, dove, negli anni Ottanta, migliaia di prigionieri politici furono torturati e giustiziati e dove la dissidente Zahra Kazemi è stata torturata a morte nel 2003. L’organizzazione francese Reporters sans frontières, ha denunciato l’arresto lo scorso 28 dicembre di Emadoldin Baghi, giornalista e figura emblematica della difesa dei diritti dell’uomo in Iran.

Lo stesso giorno Alireza Behshtipour Shirazi, direttore del sito Kalerne.org, che sostiene il candidato riformista Mir Hossein Moussavi, è stato trasferito in un luogo sconosciuto, mentre Mostafa Izadi, collaboratore di diversi giornali, come per esempio Eternad-e Melli, è stato interrogato presso il proprio domicilio. Secondo Amnesty International, più di 25 redattori del giornale Kalame Sabz, fondato dal candidato riformista Moussavi, sono stati arrestati il 22 giugno scorso e ancora oggi nessuno sa dove si trovino. Sorte migliore non è toccata ad altri giornalisti come Mohammad Sadegh Kaboudvandd, collaboratore di un settimanale, forse detenuto ad Evin, Saeed Laylaz, esperto di economia che scrive per Sarmayeh e di cui si sono perse le tracce, e Keyvan Samimi Behbehani, editore della rivista Nameh, arrestato il 14 giugno, giorno dell’autoproclamazione di Ahmadinejad . Per il vice-direttore di Amnesty in Medio Oriente, Hassiba Hadj Sahraoui, “le autorità iraniane non possono far finta di nulla. E’ loro compito scoprire dove sono rinchiusi i giornalisti sequestrati, impedire che siano torturati e permettere ai loro familiari ed avvocati di far loro visita”.

Qualcuno è riuscito, però, a fuggire, e ancora oggi racconta l’inferno che ha vissuto. Il giornalista greco-britannico, Iason Athanasiadis Fowden, corrispondente freelance del Washington Times, è stato liberato lo scorso 7 luglio. Arrestato insieme ai dipendenti dell’ambasciata britannica a Teheran, Fowden era accusato di essere entrato in Iran per svolgere “attività incompatibili con la professione giornalistica”. La traduttrice del quotidiano spagnolo El Mundo, Fariba Pajooh, è stata rilasciata su cauzione lo scorso 23 dicembre dopo aver trascorso 124 giorni nel carcere di Evin. Per Fariba, che ha 28 anni ed ha lavorato anche per l’agenzia riformista Iranian Labour News Agency, è stata pagata una cauzione da 50 mila dollari. Dopo un periodo di isolamento nella sezione 209, quella destinata ai prigionieri politici, la giornalista è stata trasferita in cella con la collega Hengameh Shahidi, con la quale ha cominciato uno sciopero della fame, che l’ha lasciata in pessime condizioni fisiche. I suoi genitori hanno cercato più volte di portarla via da quel carcere, ma almeno fino a un mese fa, ogni sforzo è risultato inutile, e in più di cento giorni di prigionia, il suo avvocato Mina Jafari non ha potuto mai incontrarla, né parlarle.

Maziar Bahari, il giornalista irano-canadese, corrispondente del Newsweek a Teheran, era stato arrestato senza motivo da poliziotti in borghese lo scorso giugno, durante gli scontri di piazza. Liberato il 20 ottobre scorso, Bahari, ha raccontato la sua prigionia nella sezione 209, una “prigione nella prigione”, come l’ha definita Delphine Minou in un articolo su Le Figarò. “Ci si sente talmente soli che si aspetta quasi con impazienza il momento dell’interrogatorio”, ha ricordato Bahari. Molti dei prigionieri sono sotto regime di “tortura bianca”. Costretti a vivere in mini-celle individuali, senza finestre, e completamente bianche, come gli abiti dei detenuti. Per cibo ricevono soltanto riso bianco e le guardie non emettono alcun rumore, perché è proibito loro parlare con chiunque. E gli interrogatori sono così crudeli che quasi sempre il prigioniero è costretto a confermare una confessione già scritta e – ovviamente – falsa.

Ma c’è qualcosa, ricorda Nazila Fathi in un suo articolo sul New York Times, con cui il regime iraniano non ha ancora fatto i conti: la portata globale di Internet, le fonti dei giornalisti esiliati e l’intraprendenza dei dissidenti iraniani.

 

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