“In Siria non vedo il rischio di un’avanzata dei Fratelli Musulmani”
29 Marzo 2011
La situazione politica della Siria cambia di giorno in giorni. Dopo due settimane di scontri che hanno lasciato sul terreno più di sessanta morti, il presidente siriano Bashar al-Assad ha dato ieri il primo segnale ai manifestanti. Il primo ministro Naji Otri è stato dimessionato e con lui tutto il governo. Il presidente Assad ha promesso nei giorni scorsi che farà decadere la leggi d’emergenza che da decenni hanno messo il bavaglio alla società civile siriana e impedito sotto gli Assad – padre e figlio – di fare fiorire un clima politico più libero.
Ma la domanda d’oggi è la seguente: il presidente Assad manterrà le promesse? Ne abbiamo parlato con Farid Ghadry. Siriano, nato ad Aleppo cinquantasei anni fa, Ghadry vive negli Stati Uniti ed è un dissidente democratico. Uomo d’affari, ha fondato anni fa il Reform Party of Syria. Dal 2007 Ghadry non ha più la cittadanza siriana. Lo stesso presidente Assad gliel’ha fatta revocare, reo Ghadry di aver partecipato a una audizione alla Knesset israeliana. In questi giorni Ghadry monitora con grande attenzione quello che accade nel suo paese. Con lui abbiamo parlato delle intenzioni di Assad e del futuro della Siria.
Il governo di Otri è stati dimissionato ieri da Assad. Il presidente siriano mantiene le promesse o si tratta solo di cosmesi politica?
Prima di tutto diciamo che le persone in Siria chiedono e hanno bisogno di vere riforme. Assad le ha promesse e i siriani si aspettano che il presidente dia seguito. E’ chiaro che se così non dovesse essere le persone torneranno in piazza con maggiore forza. Le dimissioni del premier siriano di per sé non sono gran cosa. Le vere intenzioni di Assad si misureranno sull’abrogazione delle leggi di emergenza e molto altro. Qualora non dovesse dare seguito, le persone torneranno inevitabilmente in piazza.
Manifestare dissenso in Siria è un ‘gioco’ rischioso. Sessanta morti in dieci giorni. Il rischio che la situazione precipiti di nuovo esiste, oppure il peggio è passato?
Intanto mi faccia dire che un regime che spara sulla sua gente è per definizione un regime debole. Ma quello che deve essere a tutti i costi evitato è quello che io chiamo ‘il rischio del settarismo’. L’altro ieri il governo siriano ha mandato l’esercito nella città a maggioranza sunnita di Latakia che è stata trasformata in una città fantasma. Come noto la Siria è un paese governato da una elite musulmana alauita che controlla il partito Ba’th siriano. Mandando l’esercito in quella città a maggioranza sunnita, Assad ha rischiato di far scoppiare un sentimento di frustrazione nei sunniti del paese e di scatenare uno scontro tra le genti siriane su base religiosa. Uno scontro che deve essere a tutti i costi evitato. E’ come se il presidente siriano, per paura di essere spinto giù dalla sella, stesse aprendo la lampada del genio. Ma è un gioco molto pericoloso.
Ma siamo certi che la religione non giochi già un ruolo in quello che succede in Siria?
Io non credo che vi sia in atto uno scontro religioso in Siria. Le persone si ribellano perché vogliono libertà. L’idea fuorviante che le proteste possano avere un carattere di rivendicazione tra componenti religiose non è vero. Si dice sempre che la minoranza alauita governa la Siria. In realtà la maggior parte degli sciiti alauiti è esclusa dal potere come qualsiasi altra religione siriana, sia essa la maggioranza sunnita o la minoranza cristiana. L’elite che governa la Siria è nel partito Ba’th composto da una minoranza potente di estrazione alauita.
Insomma lei nega che ci sia uno scontro di matrice religiosa, anche non visibile, in Siria?
Non penso proprio che sia così e le dico anche il perché. Quando la rivoluzione iraniana ha fatto cadere la monarchia dello Shah di Persia nel 1979, i segnali del khomeinismo politico-religioso erano ovunque molto evidenti. Si sentiva nell’aria. Oggi guardando le rivolte siriane ci accorgiamo che la componente religiosa non c’è. Non si vedono segni religiosi per le strade. Queste leggende metropolitane dei fratelli musulmani che alla lunga potrebbero prendere il sopravvento nella rivolta siriana è assolutamente un mito che deve essere sfatato. In Siria non si sono visti predicatori politici della fratellanza musulmana semplicemente perché non ne esistono. La fratellanza musulmana non è affatto forte in Siria. Questo mi pare un punto decisivo.
Parliamo un istante di quello che l’Occidente dovrebbe o potrebbe fare per aiutare i cittadini siriani. Lei pensa che gli Europei e gli Americani dovrebbero “stare alla finestra” oppure sostenere attivamente i movimenti di protesta siriani?
Guardi il regime di Assad ha fatto promesse di apertura. Bisogna innanzitutto andare a vedere se si tratta di un bluff politico. Se dovesse dimostrarsi tale, allora il compito del governo Usa e dell’Unione Europea dall’altra, accanto ovviamente alle Nazioni Unite, sarà di denunciare apertamente le mancanze e le menzogne di Assad al suo popolo e fare di tutto per sostenere l’opposizione e dare ai siriani un’alternativa politica. Dobbiamo dimostrare che le persone che compongono questo regime sono dei terroristi, visto che non esitano a uccidere le proprie genti come accaduto nei giorni scorsi, e dei bari.
Parliamo un istante di Iran e del ruolo che gioca in Siria. Le relazioni sono molto forti tra i due paesi.
Iran e Siria sono molto legati. C’è da temere che Assad possa fare ricorso al sostegno iraniano per rimettere il coperchio sulle proteste?
L’Iran è molto coinvolto negli affari della Siria da molto tempo. Nel mio paese attualmente esistono due grandi “partiti” che si combattono. Da una parte ci sono i filo-iraniani che vogliono che la Siria sia parte di un’alleanza forte con Teheran e dall’altra c’è un partito più filo-occidentale che vuole una Siria che guardi a Ovest. Questo scontro è in atto da tempo e continua ancora in queste ore. Sino a oggi il presidente Bashar al-Assad è riuscito a barcamenarsi tra queste due fazioni. Ma dubito che possa riuscire ancora a lungo a stare in mezzo. Le pressioni sociali di queste due ultime settimane – e quelle politiche che ne sono il corollario – lo spingeranno a dover prendere partito. Dubito comunque che Assad possa fare prescindere ormai dai suoi legami con Teheran. Hezbollah ha armi nascoste sul territorio siriano e gli iraniani fanno il bello e il cattivo tempo in Siria. Comunque qualsiasi promessa il presidente Assad faccia all’Occidente, non ci si puo’ fidare. Il presidente siriano ha sempre la carta iraniana da giocare.
Lei è anche il fondatore del Reform Party of Syria. E’ un attivista politico a tutti gli effetti. Come si sta muovendo per aiutare i siriani in questi giorni?
Noi abbiamo fondato questo partito perchè vogliamo che i siriani possano godere di un paese ove siano garantiti democrazia, libertà e i diritti umani. Rimango – e con me tutti coloro che lavorano nel partito – legato a questi obbiettivi politici. Se Assad dovesse scegliere, benché io ne dubiti fortemente, di andare nella direzione di democrazia, libertà e diritti umani, allora possiamo incominciare a sperare che la Siria possa tornare a sorridere, dotandosi di un primo ministro responsabile che possa portare avanti vere riforme. Dopo la reazione di Latakia dubito comunque che Assad voglia dare ai siriani democrazia, libertà e diritti umani. Fintanto che questi tre principi non si affermeranno, noi del Reform Party of Syria continueremo a lottare.
Avete preso contatto con i manifestanti siriani?
Ovviamente. Tutti i miei compagni di partito in Siria sono in contatto con i siriani nelle strade. Monitorano, parlano e distribuiscono materiale ai manifestanti. Agiamo con cellulari giordani e turchi per evitare di essere intercettati dalle forze di sicurezza siriane. Insomma diamo una mano e facciamo la nostra parte per permettere ai siriani di vivere domani in un paese democratico.
