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La lezione di Pasolini sulla modernità

“Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore”

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L’estate passata, ho trascorso molte serate a vedere vecchi film. Si è trattato -  me ne sono reso conto solo più tardi -  di un viaggio nell’Italia di “prima della rivoluzione”: probabilmente cercavo una via di fuga da quella d’oggi.  Mi sono imbattuto in alcuni capolavori: Stromboli di Rossellini, Cielo sulla palude di Augusto Genina, Accattone di Pasolini. Proprio sulle tracce del primo Pasolini (quello precedente Uccellacci  e uccellini), ho trovato con qualche fatica il mediometraggio La ricotta del 1963. Come ci dicono i manuali di cinema, si tratta  del terzo episodio  del film Ro.Go.Pa.G.: gli altri erano Illibatezza di Rossellini, Il nuovo mondo di Jean-Luc Godard, Il pollo ruspante di Ugo Gregoretti, ma solo quello pasoliniano è rimasto memorabile.

Un regista (impersonato da Orson Welles) gira un film sulla Passione nei pratoni alla periferia di Roma, fra vecchie rovine e nuovi palazzi che stanno invadendo disordinatamente la campagna attorno alla capitale: il tutto in un’atmosfera grottesca e onirica, in cui giocano un ruolo fondamentale una serie continua di citazioni musicali e pittoriche, le accelerazioni chapliniane delle immagini, l’alternarsi del bianco e nero e della pellicola a colori (a colori sono appunto le rappresentazioni delle due Deposizioni del Cristo di Rosso Fiorentino e  del Pontormo). Ma  sono rimasto folgorato soprattutto dalla poesia che Welles recita in un lungo primo piano (Pasolini l’avrebbe inserita l’anno seguente in Poesia in forma di rosa). E’ breve, preferisco riportarla integralmente:

Io sono una forza del Passato. 
Solo nella tradizione è il mio amore. 
Vengo dai ruderi, dalle Chiese, 
dalle pale d'altare, dai borghi 
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, 
dove sono vissuti i fratelli. 
Giro per la Tuscolana come un pazzo, 
per l'Appia come un cane senza padrone. 
O guardo i crepuscoli, le mattine 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, 
come i primi atti della Dopostoria, 
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe, 
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato 
dalle viscere di una donna morta. 
E io, feto adulto, mi aggiro 
più moderno d'ogni moderno 
a cercare i fratelli che non sono più.

Non avevo mai trovato una pagina in cui si fissasse così potentemente uno stato d’animo che, credo, alcuni di noi vivono quotidianamente, ma che mai almeno il sottoscritto avrebbe saputo esprimere con tale essenzialità. Ci sentiamo di continuo come sull’orlo estremo di qualche età sepolta ad assistere all’avvento di un’era nuova e inedita di cui stentiamo a rintracciare i contorni. Ma forse (e qui parlo per me) non mi interessa nemmeno di farlo: questo è il problema, come mi ammonisce talora un vecchio maestro. Se avverto invece un dovere, è quello di ricercare «i fratelli che non sono più»: detto più prosaicamente, interrogare gli uomini del passato sul loro mondo interiore, sulle dinamiche delle loro scelte, sul modo in cui  hanno risolto il problema del vivere. E soprattutto quello di tentar di capire le loro ragioni, rispetto a un presente che tende invece a dimenticarle e spesso anzi vorrebbe liquidarle sulla base dei propri pregiudizi “illuminati” e delle proprie consolidate certezze: così mi sento assai più in comunione con loro, con «i fratelli che non sono più», piuttosto che con i miei contemporanei. 

Chesterton affermava che «la tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che per caso si trovano ad andare per la maggiore»: è vero, per questo mi sento spesso – come Pasolini –  fra le forze del Passato.  E ho la presunzione di credere che  un tale modo di vivere la modernità sia in fondo più saggio di quello predicato da chi si mostra ansioso di adeguarsi del tutto al presente, lo avverte anzi come un dovere. Non sono un ingenuo: comprendo la problematicità di questa mia posizione. Così mi vado ripetendo continuamente gli ammonimenti di tanti classici sul dovere di intendere il mondo in cui si vive, di non rifiutarlo, di elaborare (ciascuno con le sue modeste forze) una cultura che gli corrisponda. Tutto bene: nonostante quella ritornante presunzione, finisco così per seguire codesti saggi consigli. Ma un fatto è certo, cari amici e venerati maestri: alla Dopostoria ci siamo arrivati! E questo, in fondo, non lo avevate previsto….

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2 COMMENTS

  1. gli ebrei…i negri…ogni
    gli ebrei…i negri…ogni umanità bandita….sono questi i fratelli di cui parla Pasolini..i loro corrispettivi in italia,il sottoproletariato, si è tutto trasformato in minutissima borghesia ed è per questo che non sono più.
    Credo che lei si sia fatto affascinare troppo dalla parola TRADIZIONE….

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