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Israele tra Hamas ed Egitto: rischi e opportunità

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di Yaakov Amidror e Dan Diker

L’abbattimento del muro di sicurezza lungo 12 chilometri tra Gaza e il Sinai egiziano, avvenuto il 23 gennaio 2008 con l’accondiscendenza del presidente egiziano Hosni Mubarak, ha provocato una serie di profondi cambiamenti nelle relazioni tra Israele, Gaza e l’Egitto.

L’apertura del confine meridionale della Striscia è stata una mossa strategica ben preparata che ha praticamente imposto Hamas come il governo riconosciuto del nuovo Stato di Gaza. In precedenza, sia l’Autorità Nazionale Palestinese che alcuni tra gli israeliani avevano sperato che le pressioni su Hamas attraverso le sanzioni e, allo stesso tempo, il sostegno al presidente Mahmoud Abbas per la creazione di una società palestinese prospera in Cisgiordania, avrebbero fatto crescere il consenso verso la leadership di Abbas anche a Gaza.

Gli eventi recenti hanno invece visto naufragare questa possibilità. Hamas, grazie al nuovo accesso alle materie prime, ai beni e ai servizi attraverso l’Egitto, ha potuto alleviare le difficili condizioni in cui versa la Striscia, riducendo le differenze con la più prospera Cisgiordania. Dopo il 23 gennaio, centinaia di migliaia di palestinesi hanno invaso l’angolo nord-orientale della penisola del Sinai, spendendo circa 130 milioni di dollari nei mercati locali egiziani.

Questa mossa ha rinforzato il controllo di Hamas su Gaza e ha assicurato che nessuna pressione esterna sarà in grado di rovesciare la situazione. Le possibilità che Mahmoud Abbas riprenda il controllo su Gaza nella migliore delle ipotesi sono remote. Nonostante le voci circa un accordo con l’Egitto per garantire la presenza della Guardia presidenziale palestinese al valico di Rafah, Hamas non rinuncerà mai alle sue conquiste e non permetterà alle forze fedeli ad Abbas di controllare il confine, nonostante il supporto dell’Egitto a una simile soluzione.

Il governo radicale di Hamas, finanziato, addestrato e armato dall’Iran, si è dimostrato una forza militare e politica efficace. Hamas ha migliorato la sua posizione strategica con l’apertura del confine meridionale, obbligando per quasi due settimane il vicino egiziano a far passare il confine, liberamente e senza alcun impedimento, a centinaia di migliaia di palestinesi, violando così la sovranità del Cairo. Il fatto che l’Egitto si sia ridotto a negoziare la chiusura del confine violato, ha sancito il nuovo status di Hamas. La cooperazione, tuttavia, è da considerare un gesto solo temporaneo, da considerare nel quadro della più ampia strategia di Hamas, che ha manifestato l’intenzione di staccarsi completamente da Israele, abbandonare lo shekel israeliano, adottare la moneta araba e provvedere al carburante, ai beni di consumo e al commercio attraverso il nuovo regime che è riuscita a stabilire al confine con l’Egitto.

Un territorio sotto il controllo degli islamisti
Questa crisi può anche essere vista in un contesto politico e ideologico più ampio. Per la prima volta nella storia del Medio Oriente moderno (a parte il caso limitato del Sudan di Hassan al Turabi), Hamas - la filiale palestinese dei Fratelli Musulmani e il derivato ideologico di Al Qaeda -  ha conquistato il pieno controllo su un territorio e una popolazione fino a diventare il governo di uno stato senza una reale opposizione a contenderle il potere.

L’apertura del confine con l’Egitto rappresenta la realizzazione di un sogno a lungo coltivato dai Fratelli Musulmani nella regione e suggerisce ampi sviluppi per gli altri paesi arabi confinanti, incluse la Giordania, la Siria e l’Egitto. Il 27 gennaio 2008, infatti, una delegazione dei Fratelli Musulmani membri del parlamento egiziano ha effettuato una visita ufficiale al complesso governativo di Hamas. Una delegazione di Hamas, poi, guidata dal suo leader politico Khaled Mashal, è stata invitata in Arabia Saudita per discutere “gli sviluppi” dell’apertura del confine.

Il tramonto di Fatah
Nel contesto israelo-palestinese, i successi di Hamas hanno aumentato la sua forza politica tra i palestinesi e indebolito ulteriormente l’immagine di Mahmoud Abbas come leader. Se Abbas aveva l’intenzione di riportare il controllo di Gaza nelle mani di Fatah, gli eventi recenti hanno invece rafforzato il predominio di Hamas. In netto contrasto con il governo fallimentare e corrotto di Fatah, i palestinesi vedono la spavalda apertura del confine con l’Egitto come l’ultimo di una serie di successi, tra i quali si ricordano la sorprendente vittoria alle elezioni del gennaio 2006, il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, i continui bombardamenti con i razzi della parte meridionale d’Israele, l’espulsione delle forze di Fatah e l’assunzione del governo a Gaza nel giugno del 2007. Vista in quest’ottica, l’apertura del confine con l’Egitto è un altro segno della forza del governo di Gaza.

Gli eventi nella Striscia possono segnare un cambiamento storico: la fine di Fatah come forza politica principale della società palestinese. Se oggi Fatah continua a governare in Cisgiordania è grazie alle forze di difesa israeliane che mantengono il controllo del territorio. Soltanto grazie alle costanti operazioni dell’IDF in Cisgiordania si è riusciti finora a prevenire un colpo di mano di Hamas ai danni di Fatah simile a quello avvenuto a Gaza nel 2007.

Uno Stato nemico con una porta aperta
Un altro cambiamento strategico è rappresentato dal nuovo status di Gaza diventata un’entità statuale nemica dal confine aperto con l’Egitto. Gaza è passata dal suo precedente status di parte dell’Autorità Palestinese al nuovo ruolo di mini-stato facente parte integrante del mondo arabo. Hamas adesso sarà in grado di ottenere più facilmente armi, munizioni, esplosivi e addestramento. Con l’apertura del confine, armamenti avanzati sono affluiti a Gaza praticamente senza ostacoli; armamenti di maggior efficacia di quelli che possono essere contrabbandati attraverso i tunnel sotterranei.

I servizi di sicurezza israeliani hanno confermato che da quando il confine è stato aperto Hamas è riuscita a far arrivare a Gaza un grosso quantitativo di missili a lungo gittata, nonché missili anticarro e antiaerei. Queste nuove armi permetteranno ad Hamas di migliorare ulteriormente il proprio esercito, finanziato dall’Iran sul modello degli Hezbollah in Libano, già altamente motivato e addestrato.

Terroristi e gruppi stile Al Qaeda, che già avevano usato il Sinai come base di supporto, possono adesso raggiungere Gaza più facilmente. Numerosi uomini di Al Qaeda, alcuni dei quali infiltratisi nella Striscia dall’Egitto, dal Sudan e dallo Yemen, sono attivi a Gaza fin dal 2006. Negli ultimi tempi, sono spuntate fuori nella Striscia anche organizzazioni affiliate ad Al Qaeda, come Jaish al-Islam (Army of the Islam), responsabile del rapimento del giornalista della BBC Alan Johnston, Jaish al-Umma (Army of the Nation), Al Qaeda in Palestina e Mujahidin Beit al-Makdes, gli Holy Warriors of Jerusalem che hanno attaccato la scuola internazionale americana a Gaza l’11 gennaio 2008.

Il leader jihadista Abu Abd al-Rahman al-Ansari, del gruppo Fatah al-Islam basato in Libano, ha chiamato i mujaheddin di tutto il mondo a varcare il confine di Rafah per entrare nella Striscia. Come se non bastasse, il flusso costante di palestinesi attraverso il Sinai ha accresciuto la minaccia di attacchi contro Israele. Hamas non è più una semplice organizzazione terroristica ben addestrata. Ora va affrontata come l’esercito di uno stato che si prepara alla guerra totale contro Israele. Ogni giorno che passa, e che Israele non si mobilita per una massiccia operazione di terra, sarà sempre più difficile per l’IDF entrare a Gaza e distruggere Hamas. La sua dotazione di Katyusha è in continuo aumento: ha già raggiunto Ashkelon e può colpire i centri urbani israeliani in un raggio di 20 chilometri, come Kiryat Gat e Ashdod. Allo stesso tempo Hamas e altri gruppi terroristici continuano a lanciare Kassam a corto raggio su Sderot e altre località. Dal 1 gennaio 2008 più di 420 razzi sono stati lanciati contro Israele.

Completare il disimpegno d’Israele da Gaza
Con l’apertura del confine tra Gaza e il Sinai, Israele può completare il disimpegno dalla Striscia avviato nel settembre del 2005, così da chiudere il confine con Gaza, proibendo l’ingresso e l’uscita di persone e beni o, come è avvenuto recentemente, di esplosivi camuffati da materiale commerciale. Israele ed Egitto hanno negoziato l’amministrazione di Gaza negli accordi di Camp David del 1978. Il presidente egiziano Anwar Sadat rifiutò di assumersi la responsabilità della Striscia. Sadat voleva soltanto stabilire un ufficio di collegamento egiziano a Gaza, ma il primo ministro Menachem Begin oppose il suo rifiuto.

Oggi invece, un confine sigillato tra Gaza e Israele costringerebbe l’Egitto ad assumere la responsabilità della custodia della Striscia. L’apertura del confine ha dimostrato come questo possa svolgere un ruolo chiave nel rifornire Gaza di beni e servizi. L’Egitto può anche fornire gas, elettricità, acqua e materie prime come il cemento. L’Egitto, inoltre, considerandosi la potenza principale del mondo arabo, non starà a guardare qualora Israele dovesse chiudere il confine con Gaza. Il ruolo umanitario del Cairo è stato alla base della giustificazione di Mubarak quando ha deciso di tenere aperto il confine e difficilmente l’Egitto cambierà politica in futuro.

Se è probabile che Israele otterrà dei benefici dal cambiamento delle relazioni tra Gaza e l’Egitto, vi sono anche da considerare i pericoli per le relazioni israelo-egiziane, un punto fermo sia per Gerusalemme che per il Cairo. Se l’Egitto viene costretto ad assumere un ruolo di responsabilità a Gaza, Israele dovrà soppesare maggiormente le proprie risposte militari contro le azioni terroristiche di Hamas. La flessibilità strategica di Israele potrebbe quindi essere ridotta da un ruolo diretto dell’Egitto nella Striscia. Israele può trarre beneficio dal fatto di non essere più responsabile del welfare dei palestinesi che vi abitano, ma allo stesso tempo perderebbe la possibilità di monitorare cosa entra e cosa esce dal confine con l’Egitto.

Il ruolo dell’Iran
Il ruolo dell’Iran è un altro aspetto problematico della situazione. Il supporto forte e diretto ad Hamas, attraverso Khaled Mashal e la leadership di Hamas basata a Damasco, ha creato a Gaza una ulteriore base per l’esportazione del terrorismo iraniano e ha esteso il suo controllo politico nella regione. E’ davvero paradossale il fatto che Gaza, ora assistita dall’Egitto, sia divenuta una seconda porta di ingresso dell’Iran nel mondo arabo, insieme alla Siria. Una porta da cui esercitare uno stretto controllo sui paesi e sui territori arabi, come parte del piano strategico di Teheran volto ad affermare la propria egemonia regionale sotto l’ombrello nucleare.

Traduzione di Francesco Capano Perrone

Il generale Yaakov Amidror e Dan Diker sono entrambi analisti del Jerusalem Center for Public Affairs (JCPA)

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2 COMMENTS

  1. stiamo perdendo
    non riesco francamente a capire se sono gli arabi nonnostante tutte le loro fazioni ad essere davvero bravi o piuttosto noi europei, noi occidentali, ad essere troppo ingenui, disorganizzati, incoerenti.
    com’è possibile che continuino ad aver successo le loro politiche dannate?
    è dagli sessanta che non si ottiene un successo concreto nella zona. e quando capita come con rabin una bomba se lo porta via.
    oramai anche gli israeliani dopo il flop in libano è chiaro che sono allo sbando.
    non abbiamo più leader all’altezza della situazione?

  2. un ‘analisi acuta brillante
    un ‘analisi acuta brillante per nulla tendenziosa o faziosa:in barba a argomenti quali i diritti umani violati SISTEMATICAMENTE da israele!

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