Italia in transito, italiani nel terminal

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Italia in transito, italiani nel terminal

30 Giugno 2007

Domenica scorsa Galli della Loggia ha scritto sul Corriere che la Prima Repubblica sta morendo in questi giorni, con la crisi dei diesse, rivelata anche dalla pubblicazione delle intercettazioni con Consorte & C. di D’Alema e Fassino. Per Galli della Loggia sono morti i partiti della Prima Repubblica, tutti nati nei primi  decenni del ‘900, perché non sono stati in grado di modernizzare la politica del Paese.
Paradossalmente, un partito forte e radicato come il Pci, con organizzazioni giovanili, sindacali, culturali associazioni collaterali di ogni tipo, in rapporti stretti con l’establishment, non è stato in grado di percepire il nuovo e di cambiare neppure dopo l’89. Bloccata da una sinistra che si fa continuamente il lifting col sostegno dall’establishment, l’Italia è in continuo transit, un eterno viaggiatore che scende da un aereo per prenderne un altro, ma non riesce mai a prenderlo, come il Tom Hanks di The Terminal. Rimane ripiegata su se stessa, a discutere delle solite beghe, il fascismo, l’antifascismo, l’identità della sinistra, che dai tempi di Occhetto non sa “cosa” vuole diventare, e dopo l’Ulivo ora sforna il Pd. Nel frattempo, Blair diventa world man in Medio Oriente, rappresentante del “Quartetto” ( Usa, Russia, Onu e Ue rappresentata da Savier Solana), ai vertici di Bruxelles Prodi è ignorato e a casa  lamenta la fine dello “spirito europeo”. Non si chiede alla politica di farci sognare – non siamo Veltronians – ma semplicemente di non renderci la vita troppo difficile con tasse e cavilli di ogni tipo, e di curare all’estero  il nostro bene comune ( common good, perché fa più fino). Era davvero necessario nel 2007 mettere su Veltronia  a Lingotto perché Uolter dichiarasse che non ci sono due Italie, ma una sola e che il premier deve avere più poteri? De Gaulle e Churchill ne erano sicuri fin dal ’45 e quando fondò il new Labour Blair non aveva certo dubbi che di Regno Unito non ce ne fosse solo uno. Da noi la sinistra, con tutti i suoi cervelli, pare incapace di cambiare. E non è per fissa ideologica, nemmeno i galoppini del vecchio Pci attendevano il paradiso in terra, ma più prosaicamente un posticino. La politica ha bisogno di competenti, più che di eterni professionisti, e nei paesi a cui dobbiamo la democrazia, i presidenti non diventano senatori a vita, come dai noi, e non votano per tenere in piedi un governo moribondo. Non è solo una crisi culturale, è la crisi di una ragnatela vischiosa, da cui la maggioranza del Paese vuole uscire. E inutile sperare di curare quest’Italia in transit col nostro usuale trasformismo: le forze politiche nuove non nascono da grandi meeting mediatici, da lifting frettolosi, ma da esigenze reali. Dopo l’Ulivo, non vorremmo assistere alla proiezione di Veltronia, con il solito Benigni e tutte le consuete facce a sbracciarsi di fronte all’ennesimo “uomo nuovo”, magari anche col plauso dell’antipolitica.

(d.c.)