Diario afghano

Kabul, italiani e afghani proteggono insieme la democrazia

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Kabul. Sette e trenta del mattino. Il cancello della base si apre lentamente mentre i ragazzi scendono dai mezzi e scaricano le armi: un rituale obbligatorio per entrare nel compound. Risalgono e uno di loro abbassa l’aletta parasole del Lince che conduce, estrae un santino, lo bacia, in segno di ringraziamento e devozione, e lo infila nel portafoglio. È San Gabriele, patrono dei paracadutisti. Lo confessa dopo poco, solo dopo una domanda diretta. L’innocente confessione è priva di imbarazzo, ma carica di quella discrezione di chi vuole che al gesto, profondamente intimo e personale, non venga dato troppo risalto.

Camp Invicta, la base che ospita i circa 600 militari del 186° Reggimento paracadutisti di stanza a Kabul, si sta risvegliano. I ragazzi del Genio, invece, rientrano appena ora dalla prima attività operativa della giornata. Alle 4.30 di questa mattina, mentre appena albeggiava, erano già in strada per la consueta Route Clearance, il controllo ed eventuale ripulitura delle strade da ordigni esplosivi che potrebbero essere stati piazzati durante la notte e destinati ai colleghi che tra poco inizieranno a uscire per svolgere le attività in programma per oggi. Un caffè, un po’ di riposo, qualche ora di lavoro d’ufficio e poi, nel pomeriggio, quelle strade andranno di nuovo ripercorse e controllate.

Ore 16.30 del pomeriggio. Manolo, Federico, Mino e Mario preparano mezzi ed equipaggiamenti per l’uscita pianificata. Ordine d’operazione: effettuare una pattuglia appiedata “joint”. Si chiamano così tutte le operazioni realizzate insieme alle Forze di Sicurezza afghane. Sono loro che, prima o poi, dovranno garantire, da soli, la governabilità e la sicurezza del loro stesso Paese. Un obiettivo che va costruito gradualmente, giorno dopo giorno, grazie a un contatto costante e a un costante processo di insegnamento e apprendimento su procedure, tattiche e strategie. Processo che passa anche attraverso una pattuglia di due ore fatta per le strade di Kabul.

Il convoglio esce dalla base. Velocità a passo d’uomo finché il muso del primo mezzo in colonna non spunta sulla strada, la Jalalabad Road, Violet Road da quando gli americani hanno messo piede a Kabul. I mezzi sono fuori, la velocità aumenta. Anche questa è una misura di sicurezza. Rende più difficile per i “suicide”, i kamikaze a bordo di auto cariche di esplosivo, avvicinarsi e farsi esplodere compiendo la loro “missione”.

Pochi chilometri e il convoglio si immerge nel traffico impazzito di Kabul. Lunghe code di auto ferme agli incroci costantemente congestionati, su cui impacciati “poliziotti municipali” cercano di mantenere, senza successo, l’ordine. Solo una cosa è ben chiara a tutti: i mezzi militari Isaf hanno la precedenza assoluta. Al loro passaggio le altre auto devono farsi da parte e permettere ai Lince di defilarsi da una situazione che, apparentemente innocua, è invece tra le più pericolose che possano verificarsi.

Mino, il rallista, tiene una mano sull’arma. Con l’altra si sbraccia per segnalare a persone e auto “sospette” che devono tenersi a distanza dai mezzi in movimento. Non stacca mai gli occhi dalla strada, dai marciapiedi, dai dintorni. La sua attenzione si concentra su alcune caratteristiche che possono rispondere al tipico identikit del kamikaze: uomo, ben vestito, pulito e con la barba fatta. Pronto al martirio, insomma. Altre caratteristiche riguardano l’auto: vecchia e con le sospensioni posteriori abbassate, appesantita dal carico di esplosivo. E poi ancora mezzi abbandonati, carretti fermi ai bordi della carreggiata o anche moto e motorini.

A un tratto si sente uno sparo. È Mino che ha appena lanciato una Minolux, un razzetto luminoso di segnalazione. Un’auto si è avvicinata troppo, i gesti non sono bastati. La Minolux, sparata da una pennetta, è il secondo step in quella che viene chiamata “escalation nell’uso della forza”. Dopo aver sparato il razzetto passa la pennetta a Mario, seduto nel sedile posteriore del mezzo, ai suoi piedi. Mario gli tende veloce una seconda pennetta carica.

Prima tappa: il convoglio è giunto alla stazione di polizia dove deve essere caricato il poliziotto afgano che dovrà svolgere l’attività “joint”. I mezzi si fermano a bordo strada. Non proprio davanti all’ingresso della stazione di polizia, però. Giusto lì davanti è ferma un’auto. A bordo ci sono due uomini. Sembrano aspettare qualcosa, o qualcuno. Troppo rischioso fermarsi accanto a quell’auto.

Mentre Mino, dalla ralla, continua a segnalare alle auto di allontanarsi dal convoglio in sosta, i ragazzi, all’interno del mezzo, aspettano. Federico vorrebbe fumare una sigaretta, ma Manolo, conducente e quindi responsabile del mezzo, non glielo concede. Ha anche attaccato all’interno del “suo” Lince un cartellino che recita “No Smoking Zone”. Una delle tante forme di rispetto, ma anche di personalizzazione di quel “santo Lince” su cui tante ore trascorrono i ragazzi e dentro la cui pancia si sentono protetti, quasi al sicuro, perché tra loro e tutto ciò che succede, o potrebbe succedere, là fuori c’è una doppia blindatura.

Il militare afgano arriva, il convoglio riprende la sua corsa. Pochi chilometri e si giunge a destinazione. Un vicolo, proprio nel centro di Kabul, alla quale si accede da una delle strade principali della città. Attraverso la radio che gracchia i ragazzi comunicano la loro posizione alla sala operativa, una sorta di cordone ombelicale che non li fa mai sentire soli.

Fuori, intanto, si è alzato un forte vento. Lo stesso che ogni pomeriggio, a quest’ora, soffia a Kabul, alzando polvere e terra. Sbuffi d’aria malsani e maleodoranti, come tutto il resto della città, priva di qualsiasi forma di rete fognaria.

I mezzi si fermano all’imbocco della strada. Devono aspettare che Giovanni, il comandante di squadra, seduto nel primo dei mezzi che compongono il convoglio, dia il via. Fuori, intanto, iniziano ad arrivare i bambini. Sono curiosi, affascinati, salutano i militari in attesa di un gesto di risposta. E poi si bloccano, incantati, a osservare gesti, movimenti, equipaggiamenti.

Arriva il via libera di Giovanni, i ragazzi scendono dai mezzi e si incamminano a piedi tra polvere e immondizia. Giovanni e il poliziotto afgano camminano fianco a fianco. È in questo gesto apparentemente “inutile” il senso dell’intera operazione: mostrare alla popolazione, che si affaccia curiosa dalle case circostanti, che le forze di sicurezza afgane, supportate dalle truppe della coalizione, ci sono, sono sul territorio, lavorano per riconquistarne il controllo e, soprattutto, sono i “buoni”.

I militari, intanto, molto discretamente, si guardano intorno. Registrano luoghi, case, volti, ma soprattutto atteggiamenti, attenti a qualunque elemento che possa essere strano, o addirittura sospetto.

Si giunge presto alla fine di quel vicolo. L’ordine è di risalire sui mezzi per riprendere la strada principale e rientrare in base. I mezzi fanno manovra all’interno di un piccolo campo di calcio, dove i ragazzi hanno smesso di giocare per osservare, rapiti, questa sorta di “alieni” piombati così, in un qualunque pomeriggio d’agosto, nella loro piccola, polverosa strada.

Dopo aver riaccompagnato il militare afgano presso la propria stazione di polizia, la tensione sembra iniziare a mitigarsi. L’operazione è compiuta, il sole è ormai basso, la giornata sembra finita. All’interno del mezzo i ragazzi iniziano a parlare tra di loro. “Dov’è che lavora la tua fidanzata? In un bar, giusto?” chiede Manolo mentre continua a tenere gli occhi fissi sulla strada. “No - gli fa eco Mario, dal sedile posteriore, mentre stringe la Minolux, già pronta per Mino - in un centro commerciale”. E proprio mentre la tentazione di lasciarsi andare e abbassare la guardia si fa più incombente, l’imprevisto.

Manolo frena all’improvvisa. “Ma dove cavolo va questo?” urla Federico, seduto vicino a Manolo. Mino spara la Minolux e stringe la mano intorno all’arma. Un istante che sembra infinito, durante il quale tutti, contemporaneamente, attendono solo di sentire l’esplosione. Un’auto non si è fermata durante la manovra di inversione di marcia del convoglio ed è passata proprio in mezzo al Lince fermo sul lato esterno della strada, a fare da scudo e protezione, e il mezzo che a tutta velocità stava facendo la curva. Una manciata di secondi per rendersi conto che l’uomo alla guida non era un kamikaze, ma solo un avventato conducente. L’auto si defila. I ragazzi restano muti mentre proseguono le manovre. Nonostante la scarica d’adrenalina che ha annebbiato la ragione per un istante, non ci si può fermare.
Il bisogno di scaricare la tensione, però, è troppo forte: ognuno dice la sua, e ognuno, in cuor suo, per un istante, ha solo aspettato di sentire il botto della deflagrazione.

Il resto del viaggio è silenzioso. I ragazzi ricominciano a parlare solo una volta dentro il corridoio di cemento che porta all’ingresso della base: già un ventre dove iniziare a far scemare la tensione e l’attenzione. Mentre il cancello di Camp Invicta si apre, è Manolo a rompere il silenzio: “E pure per oggi niente bara, Mariè!”. Gli risponde Mario: “Guarda che io la foto ce l’ho già pronta!”.

Frasi che fanno gelare il sangue, dette con la stessa normalità con cui si fa una battuta tra amici. Ma in un bar, in un mondo più “normale” di questo. Qui normale è diventato ormai convivere con la morte, imparando a gestire la paura. E scherzarci sopra è l’unico modo per esorcizzare.

La sera, al bar, davanti a una delle uniche due birre concesse dalle regole che vigono all’interno della base, lo confessano. Non è normale scherzare così. Certo è che si scherza sulla morte, mai con la morte. E domani, coerentemente con quella scelta di vita che hanno fatto qualche tempo fa, ancora una volta, come ogni giorno, usciranno dalla base per svolgere i compiti che verranno loro assegnati. Con in mente un’incognita e una speranza chiara: tornare indietro tutti. Tutti interi.
 

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