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Khatami, il volto del leader che ha illuso gli iraniani e continua a ingannare l’Occidente

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La genesi del fenomeno Khatami non è da ricercarsi nelle elezioni da lui nettamente vinte nel 1997. Il complesso di vicende ed eventi storici che portarono all’ascesa di questo mullah, dalla barba curata e dall’aspetto raffinato, alla presidenza della Repubblica islamica inizia infatti con una strage, perpetrata nel 1992 a Berlino da agenti della teocrazia iraniana. Il 17 settembre 1992, il leader curdo-iraniano in esilio in Germania Sharafkandi si trovava in una riunione con altri oppositori al ristorante greco Mykonos, quando, verso le 11 di sera, due assassini fecero irruzione, armati di fucili mitragliatori UZI, sparando all’impazzata sul tavolo degli oppositori.

Sharafkandi ed altre due persone morirono all’istante, un quarto curdo-iraniano morì poco dopo il ricovero in ospedale. Durante gli anni Ottanta, molti oppositori della Repubblica islamica che vivevano in Europa erano stati giustiziati in modo sommario da agenti del MOIS, il famigerato Ministero dell’Intelligence e Sicurezza iraniano. Le autorità dei vari stati europei avevano per lo più considerato gli assasini politici avvenuti sul loro territorio come un fatto interno iraniano, chiudendo un occhio nella migliore delle ipotesi, ma talvolta addirittura rispedendo gli agenti del MOIS, che in qualche occasione erano stati catturati dopo il delitto, a Teheran con biglietti di prima classe; il tutto nella speranza di non creare incidenti diplomatici che avrebbero potuto avere ripercussioni negative per i lucrativi contratti petroliferi con l’Iran.

L’indignazione pubblica che seguì la strage del ristorante Mykonos costrinse per la prima volta le autorità tedesche a prendere sul serio ciò che era avvenuto, dando il via a un’indagine che avrebbe portato, nel giro di pochi anni, ad incriminare il leader supremo della Repubblica Islamica Alì Khamnei e l’allora presidente Akbar Hashemi Rafsanjani come i mandanti della strage. Al processo, concluso a Berlino nell’aprile 1997, furono condannati alcuni esecutori materiali della strage, ma, fatto ben più importante, fu spiccato un mandato di cattura internazionale per Khamnei, Rafsanjani, Ali-Akbar Velayati ed Ali Fallahiyan, al’epoca rispettivamente ministro degli Affari Esteri e ministro dell’Intelligence. Quattro diplomatici iraniani furono espulsi dalla Germania per attività di spionaggio e l’ambasciatore tedesco a Teheran fu richiamato in patria per consultazioni. Alcuni altri stati europei minacciarono di fare altrettanto, isolando diplomaticamente la Repubblica islamica per la prima volta dalla rivoluzione del 1979. Neppure la fatwa emessa contro Salman Rushdie era riuscita a danneggiare l’immagine dell’Iran quanto l’affaire Mykonos.

A partire dagli anni Ottanta, i rapporti di Teheran con i vari stati europei si erano basati su un cinico baratto: petrolio e gas a prezzi fortemente ridotti in cambio di legittimità internazionale. Il tutto condito con vari traffici d’armi organizzati con il beneplacito degli europei che avevano dotato le forze armate khomeiniste di armi sofisticate, in grado di opporsi alle truppe di Saddam durante la sanguinosa guerra tra Iran e Iraq. Nel 1997, tuttavia, le relazioni tra gli ayatollah e gli europei avevano raggiunto il punto di rottura, ed era dunque necessario un drastico cambio di rotta. Gli europei non potevano tollerare che si verificassero episodi come quello accaduto in Germania. Teheran aveva disperato bisogno di rifarsi una verginità politica da spendere sulla scena internazionale per riacquisire uno status di partner accettabile.

E’ in questo clima che si arriva alle elezioni del maggio 1997, in quella che venne chiamata “la primavera di Teheran”, con evidente riferimento alla Praga di Dubcek nel 1968. La gioventù iraniana stava vivendo un periodo di rinascita culturale dopo gli anni della guerra con l’Iraq, vivendo con crescente insofferenza la repressione della libertà da ad opera della polizia, che si abbatteva sulle ragazze in minigonna, con il rossetto e con troppi capelli visibili da sotto il velo (il famigerato “ciador”), ed i ragazzi che ascoltavano in pubblico la musica occidentale ed il rap recitato in farsì. Non solo i giovani, ma vasti strati della società iraniana domandavano riforme e l’uscita dal clima di sacrificio rivoluzionario, perpetuato nei lunghi anni di guerra, per godere di una ritrovata stabilità che avrebbe dovuto porre le basi per una crescita economica agognata da tutti.

Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione aveva posto il veto su 234 candidati alla presidenza perché non in possesso di adeguate credenziali islamiche. I candidati in lizza erano rimasti quattro, di cui due, Reyshahri e Zavarei, senza speranza alcuna, in quanto sconosciuti e senza appoggi né da parte dell’establishment  teocratico né dell’élite economica di Teheran. Restavano a contendersi la presidenza Ali Akbar Nateq-Nouri, il presidente del Parlamento e numero tre della gerarchia (dopo il leader supremo Khamnei ed il presidente Rafsanjani), e Mohammad Khatami. Nateq-Nouri era il candidato ufficiale di Khamnei, un ultra-conservatore di aspetto e di sostanza, che sembrava destinato ad una facile vittoria. Robin Wright, il corrispondente da Teheran per il “Los Angeles Times”, scrisse che mai prima di quella campagna elettorale le autorità ufficiali iraniane erano state così smaccate nel sostenere un singolo candidato a discapito di tutti gli altri. Valutando oggi quella situazione a distanza di anni, e senza rischiare di scadere in facili dietrologie, può sembrare verosimile che l’appoggio così sfacciato che un establishment, non all’apice della popolarità, ha accordato ad un candidato decisamente percepito come ultra-conservatore ed avverso ad ogni riforma, fosse creato ad arte per favorire Khatami.

Ma chi era Khatami? Contrariamente a quanto riportato dalla stampa occidentale del periodo, che lo voleva enigmatico e sconosciuto fino al momento della vittoria elettorale, Khatami non era una faccia nuova nel panorama politico iraniano. Nel 1992 era stato costretto a dimettersi dalla posizione di ministro della Cultura e Guida Islamica, dove era incaricato di attuare le politiche di censura religiosa nei confronti dell’arte e della cultura. All’inizio del suo mandato si era rivelato uno zelante funzionario che imponeva la censura secondo i più rigidi canoni di comportamento islamico. Col trascorrere degli anni, tuttavia, aveva oltremodo ammorbidito le sue posizioni, suscitando le ire del parlamento, saldamente nelle mani della fazione più conservatrice guidata da Nateq-Nouri. Rafsanjani gli aveva permesso, fatto raro nella politica del tempo, di rassegnare le dimissioni da ministro come gesto di compromesso nei confronti dell’ala dura, ma lo aveva premiato nominandolo direttore della biblioteca nazionale.

La popolarità di Khatami cominciò a crescere in modo vertiginoso dopo un famoso dibattito elettorale in cui eluse la domanda sulla legittimità della fatwa contro Salman Rushdie. Mentre Nateq-Nouri aveva affermato che era dovere di ogni buon musulmano eliminare Rushdie, Khatami aveva usato tutta la sua capacità dialettica per sottrarsi alla domanda-trappola del giornalista, affermando nel corso dello stesso dibattito che era tempo di rilassare censura e rigidezza dei costumi. Il fatto di essere stato costretto alle dimissioni nel 1992 lo rendeva estremamente credibile agli occhi dell’elettorato. La campagna elettorale durò solo dodici giorni, e l’accesso ai media fu seriamente limitato, ed in favore di Nateq-Nouri. Nondimeno, anche se Khatami non poteva competere in numero di spot elettorali, le sue schiaccianti vittorie nei dibattiti televisivi avevano chiaramente dimostrato che Nateq-Nouri non era in grado di eguagliare le sue superiori capacità intellettuali. Una coalizione di interessi variegati, e talvolta in contraddizione tra loro, si veniva formando dietro il candidato Khatami. Tale coalizione comprendeva aree tradizionali di sinistra, inclusi alcuni tra i sequestratori degli ostaggi americani nel ’80-’81, ed anche elementi dell’élite economica che volevano uno stato più aperto nei confronti dell’impresa privata e favorevole agli investimenti stranieri; le donne ed i giovani formarono inoltre lo zoccolo duro della base elettorale khatamista.

La sua vittoria elettorale fu salutata in Occidente come un evento di portata storica. A Khatami venne dato il soprannome di “Ayatollah Gorbaciov”, anche se tecnicamente il neo-presidente era ed è solo un Hojatoleslam, un gradino inferiore al titolo di Ayatollah. La massiccia campagna internazionale di “beatificazione” di Khatami era soprattutto a beneficio del pubblico occidentale, che poteva sentirsi rassicurato: intrattenere rapporti economici con Teheran era di nuovo lecito. L’Iran non era più uno stato paria della comunità internazionale, ma un paese in grado di esprimere un riformatore capace di uscire dal clima rivoluzionario instaurato da Khomeini, e di traghettare il suo popolo verso un futuro di moderazione e cooperazione con l’Occidente. La strage del ristorante Mykonos si poteva quindi dimenticare, la Germania ristabilì immediatamente le relazioni diplomatiche, e gli altri paesi europei non diedero seguito alle minacce di ritirare a loro volta gli ambasciatori, minacce fatte in sostegno alla Germania solo poche settimane prima delle elezioni iraniane. L’Iran aveva completato in modo repentino e magistrale l’operazione di restyling della sua immagine, operazione che si era resa necessaria per proseguire gli affari commerciali con i partner europei, evitando loro l’imbarazzo di dover giustificare all’opinione pubblica il dilemma morale di mantenere artificialmente in vita una dittatura dal carattere ripugnante per mero tornaconto economico.

La “luna di miele” tra l’Occidente e Khatami durerà, però, poco più di due anni, fino all’infausto luglio del 1999, quando il massacro degli studenti dell’università di Teheran segnerà la fine del sogno riformatore. Ma il luglio del 1999 non arrivò all’improvviso. I due anni che lo hanno preceduto sono infatti densi di omicidi politici di dissidenti ed intellettuali, di repressione e censura (con la chiusura di numerose testate giornalistiche), in una escalation di violenza che viene continuamente insabbiata e sottaciuta dagli organi di stampa occidentali, ansiosi di perpetuare l’immagine positiva di un Khatami capace di riformare l’Iran e di condurlo nel ventunesimo secolo.

È difficile stabilire se Khatami fosse un sincero riformatore - seppure senza superare il sistema teocratico - ostacolato dall’ala dura di Khamenei, o se si fosse prestato fin dall’inizio ad una sorta di gioco delle parti, recitato ad arte per ingannare l’Occidente. Il 25 maggio 1998, una manifestazione di circa 2 mila studenti nel parco Laleh di Teheran subì l’assalto di elementi di Ansar-e Hezbollah, milizia legata all’ala ultra-conservatrice della teocrazia. I manifestanti chiedevano che anche le donne e i laici potessero far parte dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo che elegge il leader supremo (o guida spirituale). Volevano anche che fosse imposto un limite al potere del Consiglio dei Guardiani, l’organismo che determina le credenziali islamiche dei candidati alle elezioni. Durante i tafferugli, circa 20 studenti furono feriti, alcuni seriamente, ed il giorno successivo il ministro degli Affari Interni, Abdallah Nouri, annunciò che Khatami intendeva farsi portatore delle riforme chieste dagli studenti, ed avrebbe chiesto al parlamento di limitare il potere del Consiglio dei Guardiani. La fazione di Khamnei non poteva tollerare che ciò avvenisse, e prima che Khatami potesse presentare le sue richieste, il ministro Nouri fu rimosso con un colpo di mano orchestrato in  parlamento dalla fazione di Khamnei. Questo accaduto va a sostegno dell’idea di un Khatami genuino riformatore, ma ostaggio del sistema.

Ma che dire dell’omicidio politico di Darioush e Parvaneh Forouhar? Darioush Forouhar era stato il fondatore, nel 1951, del pan-iranista “Partito della Nazione Iraniana” (Hezb-e Mellat-e Iran) ed aveva appoggiato Mossadek contro lo Shah. Durante il Governo Rivoluzionario Provvisorio del 1979, guidato da Mehdi Bazargan, Forouhar era stato ministro del Lavoro. Nazionalista e laico, Forouhar era una figura carismatica capace di aggregare un largo consenso per il suo passato di oppositore dello Shah; aveva deciso di operare in Iran, nei rigidi limiti imposti dalla teocrazia, pur di non scegliere l’esilio. Il 21 novembre 1998, uomini del famigerato MOIS fecero irruzione nella sua residenza, uccidendolo insieme alla moglie in un modo così brutale da renderne la descrizione troppo raccapricciante per queste pagine. Poche ore dopo l’omicidio dei coniugi, ma prima che la notizia fosse divulgata a livello nazionale, Khatami, in un comizio a Bonab, cittadina a sud di Tabriz, attaccò frontalmente i dissidenti laici del regime, avvertendo che gli oppositori che rifiutavano la dottrina del potere assoluto clericale non sarebbero stati più tollerati. È certo che al momento del suo discorso a Bonab, Khatami già sapesse dell’omicidio Fourouhar, ed il suo discorso sembrerebbe come una rivendicazione politica dell’omicidio, visto che, senza citarli per nome, Khatami aveva descritto nel dettaglio il ruolo che nella società iraniana era svolto dai coniugi Forouhar.

Questa ambiguità seguirà Khatami durante tutta la sua presidenza, e raggiungerà il suo apice in occasione del massacro degli studenti dell’8 luglio 1999. Descrivere nei particolari le dinamiche di quel giorno sarebbe troppo lungo. In estrema sintesi, l’accaduto fece passare Khatami da eroe a tiranno nel giro di una settimana. Eroe perché alcuni elementi a lui fedeli, sia della polizia che dell’apparato, avvertiti in anticipo del raid contro gli studenti, si fecero trovare ai dormitori dell’Università nel tentativo di fermare le milizie. E poi perché gli organi di stampa amici, come Neshat, Khordad e Sob-e Emrooz, il giorno dopo denunciarono la repressione degli “aiutanti di Hezbollah” (Ansar-e Hezbollah) e presero le difese degli studenti. Tiranno, invece, perché non appena la protesta, nei giorni successivi, dai dormitori ed i cortili dell’Università si estese all’esterno, anche nelle zone limitrofe, d’accordo con l’ala dura di Khamnei, Khatami optò per la repressione più brutale, che si trascinò per settimane con numerosi studenti arrestati, torturati e anche giustiziati senza processo, o in seguito a processi farsa, dove il condannato era costretto a confessare di essere un agente al servizio del “Grande Satana”. Khatami si è sempre mosso nell’ambiguità, ma ogni volta che gli eventi storici lo hanno costretto a operare una scelta, si è sempre schierato con il nocciolo duro della teocrazia.  

Nei suoi otto anni di presidenza, quattro giornalisti furono uccisi, mentre di uno si persero le tracce; più di 150 giornali (senza contare quelli studenteschi) vennero messi fuorilegge, e più di 200 giornalisti ricevettero un mandato di comparizione, furono detenuti ed interrogati, e 52 di loro condannati a pene tra i 3 mesi e 14 anni di reclusione.

Nonostante questo record non certo degno di lode, Khatami continua a godere di una immeritata fama e popolarità, e fa collezione di lauree honoris causa in giro per l’Europa. Il suo leitmotif, l’argomento che usa per farsi invitare come esperto alle varie conferenze internazionali, è il “Dialogo tra Civiltà”, un forum in cui discutere e scambiare idee tra varie e differenti culture, con lo scopo di attenuare le divergenze e prevenire i conflitti. Nobile intento, peccato però che, citando Samuel Johnson, potremmo dire che “il lavoro di Khatami è al tempo stesso originale ed interessante. Sfortunatamente la parte originale non è interessante, e la parte interessante non è originale”. Nel 1976, prima della rivoluzione islamica, fu infatti l’imperatrice Farah Diba-Pahlavi a dare origine e a finanziare l’organizzazione chiamata “Sazman Gofte-gouye Farhangha”, che tradotto letteralmente significa “Dialogo di Civiltà”. Il professore Dariush Shaygan fu chiamato a dirigerla, ed il primo seminario internazionale, tenuto nel 1978 a Teheran, dal titolo “L'Impact Planétaire de la Pensée Occidentale, rend-il possible le Dialogue des Civilisations”, vide la partecipazione di paesi come Francia, Giappone ed Egitto. Saggi accademici sull’evento furono pubblicati in Francia nei mesi successivi.

Naturalmente, le attività dell’organizzazione furono sospese a tempo indeterminato con la rivoluzione islamica. Ma nel maggio 1999 un simposio dal titolo “Dialogo tra civiltà, un nuovo paradigma” fu organizzato negli Stati Uniti dalla prestigiosa Columbia University con i finanziamenti dell’Iran. Khatami si era così appropriato dell’idea avuta da Farah Diba 23 anni prima, per rivenderla come nuova, senza memoria del ruolo svolto dall’imperatrice. Non solo Khatami si macchiò di plagio, ma su questo plagio ha poi costruito una fulgida carriera che gli è valsa prestigio internazionale in ambito politico ed accademico, con la possibilità, in casa, di ottenere, attraverso appropriazioni indebite, ingenti somme di denaro.

Indicativo del personaggio, infine, è come questo abbia tentato di “sistemare” se stesso ed i suoi accoliti proprio l’ultimo giorno del suo mandato presidenziale. Il 2 agosto 2005, dopo la sconfitta alle elezioni di giugno contro Ahmadinejad, come ultimo atto amministrativo, Khatami aggiunse due organizzazioni a quelle già commissionate e sponsorizzate dal regime, una chiamata “Dialogo tra Civiltà”, l’altra “Fondazione Baaraan”, elargendo loro, con decreto presidenziale, un’astronomica somma di denaro (circa 150 milioni di dollari). Tuttavia, il tentativo di assicurare a se stesso ed ai suoi seguaci più stretti una “pensione decorosa” non ha vita lunga. Il 19 ottobre della stesso anno, la nuova amministrazione formata dopo le elezioni di giugno e controllata da Ahmadinejad, dichiarò illegale il budget dei due enti cari a Khatami, revocando il finanziamento tra le accorate proteste di Khatami e dei suoi seguaci.

Oggi, l’ex presidente iraniano ha perso la popolarità interna di un tempo, è costantemente ridicolizzato, sia da coloro che avevano genuinamente creduto che potesse realmente riformare il sistema, sia dall’ala intransigente dell’establishment teocratico, che lo accusa di aver concesso troppo all’Occidente all’inizio delle trattative sul nucleare (per esempio, la temporanea cessazione dell’arricchimento d’uranio). A tale calo verticale di consensi in patria, corrisponde, paradossalmente, un aumento della sua statura internazionale assolutamente ingiustificato, e dovuto più che altro all’ostinazione di certe nazioni europee, che ancora si illudono che con l’Iran sia possibile una soluzione negoziale, e che la fazione intransigente della teocrazia sarà costretta a rimettere in gioco i cosiddetti “riformisti”, dalle migliori credenziali per trattare con l’Occidente.

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