Kissinger: “La diplomazia senza forza è impotente”

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Kissinger: “La diplomazia senza forza è impotente”

25 Novembre 2007

Intervista a Henry Kissinger di David B. Rivkin Jr.

Chiunque sarà il prossimo presidente, la nuova amministrazione rimarrà estremamente delusa se crede che le nostre relazioni con gli altri paesi miglioreranno perché l’inquilino della Casa Bianca ha cambiato nome… La diplomazia e la costruzione di relazioni personali, per quanto importanti, sono di rado la guida principale  degli affari globali. Questi piuttosto sono governati dall’interesse nazionale di lungo termine”.

Così parlò Henry Kissinger all’inizio dell’incontro avuto di recente a New York. Sebbene l’abbia incontrato già una o due volte nel corso degli anni, non l’avevo mai visto in situ, comodamente seduto nel suo ufficio di Park Avenue. Ad essere onesti, mi aspettavo mobili dorati e sontuosi tappeti, il tipo di abitazione che Clemens Von Metternich, uno degli eroi diplomatici di Kissinger, aveva nella Vienna degli Asburgo.

Quindi sono rimasto un po’ sorpreso di venire accolto in uno spazio funzionale dall’arredamento decisamente anonimo, con un Sony Triniton vecchio di 25 anni messo a dare l’idea che di tv Kissinger non ne guarda poi molta. L’uomo che ha negoziato l’uscita degli Stati Uniti dal Vietnam, che ha portato Nixon in Cina e avviato la distensione con l’Unione Sovietica, mi riceve come fosse un professore di college, circondato da libri e ricordi.

Parlare con uomo che ha fatto la storia è certamente una opportunità rara e Kissinger resta sempre tra gli osservatori americani di politica internazionale dotato di maggiori capacità previsionali. Per cominciare gli chiedo dell’atmosfera che si vive a Washington, il cuore pulsante della politica estera americana. La capitale è molto più avvelenata oggi di quanto lo sia mai stata negli ultimi decenni, gli dico, anche più dei giorni dell’apice di Kissinger durante il Vietnam, quando la tregua dei primi anni della Guerra Fredda tra i partiti, il governo e i due rami del Congresso si stava già deteriorando.

Kissinger risponde alle mie domande con  studiata ponderazione. In parte sente l’incontro come istituzionale. Il Congresso è cambiato. “La tradizione dei politici che per lunghi anni hanno servito con devozione il paese e l’interesse nazionale è ormai passata, o sta completamente per svanire”. L’intero sistema, specie con la trasformazione subita ad opera della rivoluzione nel mondo della comunicazione, “oggi è per lo più governato da calcoli politici di corto respiro e dal bisogno di rendere felice l’elettore sovrano e che si lamenta, con un occhio sempre alla prossima chiamata alle urne”. Tale deriva, spiega Kissinger, è aggravata dal fatto che le notizie sono disponibili 24 ore su 24: “più informazione, e meno contenuto”. 

Kissinger, tuttavia, smentisce anche l’idea che ci sia mai stata una sorta di età dell’oro per le condizioni interne della politica estera americana. Con un sorriso ironico, mi fa notare che anche gli anni Sessanta e Settanta – quando sotto due diversi presidenti ricoprì l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale e di segretario di Stato (rivestendo entrambi i ruoli nel secondo mandato di Nixon) – non erano “idilliaci”. “Tempi duri, pensavo“.

Il tema dominante delle battaglie nella Washington di oggi è la politica estera di Bush, considerata troppo muscolare e “unilateralista”, e perciò causa dei problemi attuali che l’America ha inflitto a se stessa. I critici dicono che se gli Stati Uniti avessero avuto meno smania d’imporre la loro volontà agli altri paesi, sia nel perseguimento degli obiettivi della real politik tradizionale che dell’idealistica promozione della democrazia, saremmo andati incontro a molta meno ostilità. Come dice nel suo ultimo libro Zbigniew Brzezinski, uno di quei critici, da lungo tempo sparring partner intellettuale di Kissinger, quello che il mondo vuole di più dagli Stati Uniti è il rispetto e il riconoscimento della altrui “dignità”, dignità intesa come capacità di gestire i propri affari nella maniera ritenuta più opportuna.

Kissinger è d’accordo sul fatto che le altre nazioni devono porsi l’obiettivo di sviluppare la propria identità. Ma mette in evidenza che per raggiungere un ordine mondiale stabile “queste identità devono riconciliarsi all’interno di un quadro di principi condivisi”. Una strategia isolazionista e indifferente da parte degli Stati Uniti non sarebbe comunque sostenibile in un’epoca di crescita dell’integrazione globale, quando network terroristici transnazionali o stati canaglia decidono proiettare potenza contro le società democratiche con conseguenze devastanti.

Intanto, la gran parte dei soggetti internazionali, “e cioè gli stati, le organizzazioni internazionali e le organizzazioni non governative, sono piuttosto lontani dai grandi temi che riguardano l’ordine mondiale”.  Sfortunatamente, dice Kissinger, tra questi soggetti ve ne sono pochi che hanno davvero la volontà di svolgere un ruolo costruttivo per il futuro, preferendo semplicemente sfidare le politiche americane quando per loro presentano dei rischi.

Se le cose stanno così, nel lungo periodo la nostra democrazia sarà in grado di affrontare con efficacia le maggiori questioni di politica estera in un mondo culturalmente eterogeneo dove gli Stati Uniti sono invariabilmente indotti, e qualche volta anche sollecitati a fare i conti con molti regimi inadeguati  o addirittura riprovevoli?

“Vedi – mi ricorda Kissinger, con un accento unico e tuttavia simile a quello di Jack Kennedy – per gente come me che in gioventù ha vissuto sotto una dittatura, i pregi della democrazia non hanno bisogno di essere sottolineati”. Naturalmente, “gli Stati Uniti devono agire sempre nel rispetto della democrazia, e la nostra politica estera deve riflettere e bilanciare adeguatamente le valutazioni di principio con quelle strategiche”.

Nondimeno, precisa Kissinger, va ricordato che la Repubblica americana originariamente non è stata edificata per seguire una politica estera di ampio respiro. I padri della Costituzione, una volta ottenuta l’indipendenza, volevano che gli Stati Uniti prosperassero in una condizione di relativo isolamento. Tale propensione persiste tuttora.  E di conseguenza, afferma, gli americani non hanno molta pazienza verso le “lunghe fasi d’instabilità internazionale”.

La politica estera, sottolinea, “non è qualcosa su cui possono essere facilmente poste delle scadenze”. Non deve “oscillare tra un eccesso di coinvolgimento e un eccesso di disimpegno”.

Do uno sguardo oltre i davanzali delle sue finestre, occupati dalle fotografie di Kissinger e dei grandi leader mondiali, verso i grattacieli di Manhattan e gli chiedo delle principali istituzioni internazionali, soprattutto le Nazioni Unite. “Il Consiglio di Sicurezza – insiste – deve essere riformato, dal momento che ai nostri giorni non rappresenta più la realtà della comunità internazionale, perché non ne fanno parte paesi come India, Giappone, Germania e Brasile”.

Allo stesso tempo, Kissinger ritiene che la riforma sia improbabile, implicando o l’estensione dei membri con diritto di veto, e in tal caso il Consiglio sarebbe ancora meno capace di azioni decisive, o la cancellazione del veto stesso”. “Questo sarebbe inaccettabile per gli Stati Uniti e per i quattro membri permanenti”, specie in un mondo dove le azioni del Consiglio, qualunque siano i loro meriti, vengono percepite come altamente legittime. “Qualche cambiamento è comunque necessario. Il Consiglio di Sicurezza è spaccato al suo interno: gli interessi dei suoi membri permanenti divergono su troppe questioni per poter prendere decisioni all’unanimità e inoltre il Consiglio può solo riflettere il consenso che viene raggiunto. Non può creare consenso di per sé”.

Ciò porta a chiedersi se ricostruire le istituzioni internazionali (insieme a uno sforzo per ristabilire lo stesso livello di concordia transatlantica dell’epoca della Guerra Fredda in ambito Nato) può essere un buon investimento per gli Stati Uniti, e soprattutto se questo dovrebbe rappresentare una priorità per la prossima amministrazione. Ma Kissinger è piuttosto scettico sulle prospettive di successo.

Il quadro geopolitico di oggi, sostiene, ha subito cambiamenti profondi rispetto al passato. Il mondo che abbiamo conosciuto per trecento anni – il sistema internazionale westfaliano affermatosi in seguito alle guerre di religione europee e che è basato sullo stato nazione – sta “collassando”. Questo può costituire una svolta più profonda del passaggio dalla ragione dinastica a quella nazionale avvenuto nel 1814-15 con il Congresso di Vienna (su cui Kissinger ha scritto) e una sfida ben maggiore alla stabilità internazionale di quella posta dalla Germania nazista o dall’Unione Sovietica.  Lo stato nazione è sempre più debole in Europa, osserva, e in altre parti del mondo ha avuto risultati contrastanti. “Solo in Russia, gli Stati Uniti e in Asia è rintracciabile nella sua forma classica”.

Contemporaneamente, in Medio Oriente e in Asia meridionale, sebbene il nazionalismo rimanga una forza potente, molti si considerano parte della più ampia comunità islamica percepita in contrapposizione con l’Occidente. Nella visione di Kissinger, insomma, un’unica formula non è adeguata a descrivere il sistema internazionale attuale.

Questo ci riporta inesorabilmente al rapporto più importante dell’America, quello con la maggioranza delle altre democrazie del mondo che si trova in Europa. Kissinger rileva che, nell’immediato secondo dopoguerra, “l’Europa era molto più debole di quanto lo sia oggi, ma ancora capace – con leader quali Adenauer, Schuman e Monnet – di condurre una politica estera concreta e assertiva, anche se al riparo dell’ombrello di sicurezza americano e con un livello di tensione trascurabile nelle relazioni transatlantiche”.

Oggi, però, divergenze filosofiche fondamentali dividono Stati Uniti ed Europa su numerose grandi questioni di politica estera. Europei e americani, mi rivolgo a Kissinger, sono in disaccordo sia sui mezzi che sui fini, sulla legittimità dell’uso pre-emptivo della forza senza un’esplicita benedizione delle Nazioni Unite, come sulla percezione di fondo della gravità della minaccia posta dal network transnazionale del terrore, verso cui non si può né negoziare né realizzare un sistema di deterrenza.

La vera differenza, interviene Kissinger, consiste “in cosa i governi possono chiedere ai cittadini”. “I governi europei non sono più in grado di chiedere grandi sacrifici alla gente”, e hanno così prontamente ripiegato su un approccio improntato al “soft-power” in politica estera. E questo renderà più difficile per l’Europa raggiungere un punto d’accordo con gli Stati Uniti.

Ciò è esattamente quello che rende tanto difficile affrontare le crescenti minacce internazionali. Vieni in mente l’Iran con le sue ambizioni nucleari. Non c’è dubbio che se Teheran dovesse dotarsi di armi nucleari ci sarebbero sviluppi altamente destabilizzanti che gli Stati Uniti non possono tollerare. Kissinger sostiene che Washington deve impegnarsi a fondo con l’Iran. I negoziati possono funzionare solo se poggiano su condizioni favorevoli e se sono supportati da grande determinazione. “Quello che non deve essere fatto – mette in guardia Kissinger –  è identificare la diplomazia con un’escalation delle concessioni da parte dell’Occidente”. Ora “siamo a un punto in cui né negoziamo abbastanza né tracciamo sufficienti linee rosse”.

Kissinger aggiunge che l’uso della forza contro l’Iran non può essere escluso: la diplomazia non supportata dal potenziale uso della forza è impotente. Per anni è stato questo il problema con l’Iraq. In futuro con i nostri alleati europei ci saranno ancora delle divergenze. Ma “fino a quando per alcuni nostri alleati il problema sarà la gestione della potenza americana, sarà importante non rimanere paralizzati dal timore di procedere a un’azione unilaterale, senza cercare, d’altro canto, di creare un sistema internazionale basato sull’unilateralismo”.

Kissinger suggerisce di trarre utile insegnamento dalla Gran Bretagna del XIX secolo: agisci unilateralmente quando devi, ma crea un contesto in cui le altre potenze siano rassicurate dalla possibilità di prevedere le tue azioni e dalla firma di accordi su singoli questioni di rilevanza comune.

Lasciato lo studio di Kissinger, pensando al futuro ho avuto una forte sensazione di smarrimento. L’avessi avuta in sua presenza, Kissinger avrebbe semplicemente detto che dipende tutto dal territorio. I grandi stati hanno grandi responsabilità. Devono attendersi grandi sfide, e devono essere preparati ad affrontarle. 

 

© Wall Street Journal