La “biopolitica” berlusconiana è fatta di scelte giuste e di libertà
03 Marzo 2008
di Redazione
In
privato è uno dei suoi refrain preferiti: “siamo un partito monarchico,
perché nessuno mi mette in discussione; ma anarchico perché, in fondo,
ognuno può fare quello che vuole”.
Berlusconi
non ha torto. Esprime in maniera essenziale la sostanza di un partito
carismatico che trova nella figura del suo leader l’elemento di
maggiore coesione. Confessa, quindi, requisiti caratteriali che si
riflettono nel modo d’esercitare la leadership carismatica: buona
qualità d’ascolto, assoluta risolutezza nei momenti cruciali. E nel
mezzo, tra questi due momenti, una tolleranza nell’accettare le scelte
dei singoli così ampia che a volte potrebbe essere scambiata per
lassismo.
Io
credo d’aver compreso cosa vi sia al fondo di quest’atteggiamento. La
convinzione, generata tanto dall’esperienza quanto dall’istinto, che
più di tanto non sia né possibile né saggio determinare i comportamenti
delle persone. Ancora di più: che non sia proficuo. Quando si ha a che
fare con un grande partito, gli effetti prodotti da tali comportamenti
dipendono, infatti, da troppi fattori. Ed è impossibile tenerli tutti
sotto controllo: le circostanze esterne, il caso, l’interazione tra
intenzioni differenti che quasi mai produce i risultati che qualcuno ha
pianificato o anche solo auspicato. Da tutto ciò deriva la convinzione
che laddove viga un principio monarchico, una certa dose di anarchia
possa essere non soltanto tollerabile ma persino benefica.
Questa
settimana Berlusconi, incalzato sui cosiddetti temi “eticamente
sensibili”, non ha evitato di utilizzare la metafora del partito
“monarchico e anarchico”. Ed ha sostanzialmente affermato che, per quel
che concerne la dimensione etica, non è possibile che un partito
costringa la coscienza dei suoi membri.
Puntuale
e prevedibile è scattata la polemica, soprattutto da parte di chi –
come l’Udc – vorrebbe fare dell’identità cristiana la ragione prima di
una sua esistenza autonoma. In tempo di campagna elettorale è
comprensibile, ma è comunque bene non lasciare correre. Di una risposta
si avverte il bisogno.
Vale
la pena ricordare, innanzitutto, la concretezza dei fatti. Nel corso
della passata legislatura, quando al governo vi era Berlusconi, i
cosiddetti temi etici sono stati trattati tenendo nel debito conto la
nostra identità e la nostra tradizione. E’ stata approvata la legge 40
sulla procreazione assistita. Si è contribuito a difendere la legge 40
dall’attacco referendario. E la famiglia (quella, per intenderci,
composta da madre, padre e figli) non se l’è passata tanto male. Non
solo per ciò che contro di essa non è stato ordito (né Pacs, né Dico né
altre diavolerie), ma anche per la centralità che le è stata
riconosciuta in ambiti particolari come la scuola.
Oltre
i fatti c’è poi una dimensione teorica da mettere a punto. E in
quest’ambito tutti hanno da imparare: compresi coloro che vorrebbero
farsi passare per i campioni dell’identità e della coerenza.
Berlusconi
ha sostanzialmente ragione nel dire che un partito non debba
intrufolarsi più di tanto nella dimensione etica. L’etica è un sentire
comune, ma è anche qualcosa di strettamente personale che merita
d’essere considerata e, se del caso, sanzionata solo laddove venga
palesemente offesa. Ed è per questo che ogni partito ha degli organismi
appositi, chiamati a intervenire in via eccezionale. Se così non fosse,
si rischierebbe di trasferire al partito i precetti dello Stato etico,
con esiti ancor più illiberali e totalizzanti.
Il
problema, semmai, è di spiegare perché e come i mutamenti introdotti
dal nuovo secolo stiano trasferendo sempre più nell’ambito delle scelte
pubbliche fondamentali tematiche che inerivano la coscienza. Alcuni
esempi serviranno per comprendere la portata di questo cambiamento.
In
Inghilterra è in discussione da tempo l’opportunità di concedere agli
scienziati la licenza per creare embrioni ibridi: fondere cellule umane
con ovociti animali. E’ in discussione, cioè, la possibilità di
prescindere la dimensione dell’umano così come si è fin qui
storicamente e antropologicamente connotato. E la circostanza pone,
inevitabilmente, problemi etici e culturali, ma anche valutazioni assai
differenti sui rischi sanitari e sui benefici promessi. Non a caso se
ne sono occupate commissioni governative e, infine, della problematica
è stato investito lo stesso Parlamento.
In
altre parti d’Europa la volontà d’intervenire sul nesso
concepimento-genitorialità sta determinando la richiesta non soltanto
di prescindere obbligatoriamente e per legge dal designare i propri
genitori con gli appellativi di “madre” e “padre”, ma anche di mettere
in discussione l’unicità di queste funzioni. Sicché la madre non
sarebbe più certa, come avrebbe voluto il proverbio, e neppure più
unica.
Il
merito delle questioni richiamate richiede ben altro approfondimento e
qui, per questo, non è in discussione. Quel che però è evidente al di
là del merito è l’impossibilità di ricacciare queste problematiche nel
ghetto della coscienza dell’individuo, in uno spazio inaccessibile alla
politica. Urge, dunque, una innovazione semantica. Le questioni che
riguardano l’origine della vita, il corpo, la concezione
dell’esistenza, sempre più spesso prescindono una dimensione unicamente
etica per farsi “biopolitica”.
I
partiti, inevitabilmente, in questi ambiti sono chiamati a intervenire.
Assai più dovranno farlo in futuro. E dovranno farlo prescindendo dalla
fede dei loro aderenti perché non è da essa – o, quanto meno, non solo
da essa – che dipenderà il loro orientamento. Del resto, già in questa
campagna eletorale, in nuce e in modo ancora irriflesso, non soltanto il Centro ma anche i due grandi partiti stanno assumendo orientamenti inequivocabili.
A
me pare che il Pdl abbia selezionato nel suo programma alcuni punti
essenziali che attengono al concepimento, alla concezione
dell’esistenza e alla morte. Ha detto no all’aborto e ha preso
l’impegno a diminuirne l’impatto attraverso una più rigorosa
applicazione della legge 194. Ha messo a punto provvedimenti a favore
della famiglia tradizionale e della natività. Ha negato la sua adesione
a qualsiasi legislazione che possa favorire pratiche eutanasiche. Si
tratta di un programma essenziale sottoscritto da laici e cattolici,
sul quale sono possibili e concesse prese di posizione in senso
difforme, ma come eccezione e affermazione di coscienza.
Il
Pd, dal suo canto, ha affrontato il nodo introducendo emblematicamente
nelle sue liste personalità che su queste tematiche hanno opinioni
differenti quando non proprio opposte: Paola Binetti e Umberto
Veronesi, i radicali e i cattolici doc. D’altro canto, non certo
casualmente Veltroni ha affermato che su tali problemi esistono due
verità che vanno rappresentate entrambe, semmai cercando tra di esse la
mediazione possibile.
Se
si guarda all’Europa, si comprende facilmente come si tratti dei due
modi possibili e moderni di confrontarsi su questi temi: da un canto vi
è la metodologia utilizzata dai grandi partiti cristiani e liberali;
dall’altra quella dei partiti relativisti e di sinistra. Sono anche le
due strade possibili per l’Italia del futuro: tertium non datur.
Quella di un partito identitario rischia di rivelarsi una chimera.
Certamente meno pericolosa di un ibrido biologico, ma pur sempre
chimera.
