La “buona scuola” della Gelmini
22 Giugno 2009
di Redazione
Bastano pochi, simbolici provvedimenti per dare il senso del cambiamento della scuola italiana? Forse sì. Non è un caso che Mariastella Gelmini – aldilà dei tagli imposti da problemi di bilancio – sul fronte scolastico sta muovendo piccoli ma significativi passi tutti orientati verso la stessa direzione: restituire al sistema dell’istruzione un’autorità e quindi un ruolo. Dal ripristino della condotta, alla recentissima riforma dei licei al sistema di valutazione esterno, passando per il maestro unico, tutto lascerebbe pensare che dietro i singoli provvedimenti ci sia un’idea, un progetto. Quello che da tempo è mancato alla politica scolastica del nostro paese.
Basta poco, insomma, per dare il senso del cambiamento. Ma quel poco diventerebbe una piccola rivoluzione in positivo se il ministro – corroborata dai dati dell’Ocse che parlano di una scuola in cui serve una sterzata rigorista – desse un seguito concreto all’intenzione appena accennata in un’intervista rilasciata la settimana scorsa al Corriere: “Tutti abbiamo il diritto di scegliere se andare alla scuola pubblica o alla paritaria. Quindi, siccome le scuole paritarie costano, sto pensando a una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus a chi vuole frequentarla”.
In altre parole, la Gelmini sta pensando di introdurre il cosiddetto “buono-scuola” anche nelle regioni dove non è ancora stato sperimentato (sul modello di Piemonte e Lombardia). Un sistema di finanziamento dal basso che permette ai genitori di scegliere la scuola che gli sembra più adatta per i propri figli, finanziandola attraverso dei buoni, appunto, che la scuola andrà a riscuotere dallo Stato. Una vecchia idea, si dirà, molto americana, ma che se diventasse realtà avrebbe l’effetto di realizzare una piccola rivoluzione, in nome della libertà, del merito e della concorrenza.
Da liberali, naturalmente, siamo dalla parte della libera scelta, sempre convinti che i genitori sappiano decidere meglio di chiunque altro qual è la scuola migliore cui affidare i propri figli, se pubblica o privata, confessionale o laica, se gestita direttamente dagli insegnanti, dai genitori, eccetera, eccetera. E ancor più siamo favorevoli al merito e alla concorrenza che si verrebbe a creare tra istituti, se il buono scuola diventasse uno strumento di scelta nelle mani di tutti i cittadini, indipendentemente dal ceto sociale. A vincere sarebbero infatti gli istituti migliori, pubblici o privati che siano, e a guadagnarne sarebbero tutti gli studenti, poveri o ricchi, bravi o meno bravi.
E non capiamo proprio su quali basi si solleverà l’immancabile – potremmo scommetterci – onda della sinistra, in nome di quale giustizia e di quale equità, se non di quella che continua a tutelare vecchi privilegi e ideologie stantie. Basterebbe guardare oltre, infatti, per comprendere che il buono scuola dà la possibilità a tutti i genitori, anche quelli che non possono permetterselo, di poter scegliere che tipo di insegnamento far impartire ai propri figli. Altro che privilegio.
Ci piacerebbe se la Gelmini trovasse il coraggio delle intenzioni, se anche nell’università non si arrischiasse a fare grandi riforme ma pochi incisivi cambiamenti, se non temesse di utilizzare il linguaggio del rinnovamento tornando a usare le parole che più ci piacciono quando si parla di scuola, università e studenti: rigore, merito, autorità.
