Storia a sinistra

La caduta del muro, la bussola di D’Alema e qualche indicazione sul futuro

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Saper indicare con una certa consapevolezza i quattro punti cardinali al buio di una notte senza luna non è impresa da poco. E dunque va tributata massima ammirazione a chi riesce, pur a fatica, a farsi strada nell’oscurità. Più scuri della notte sono questo nostro mondo e questo nostro tempo, scossi da un intenso e continuo cambiamento, che però appare ancora fin troppo casuale per farci avere anche solo l’impressione di intravedere un sentiero da imboccare. Ed ecco l’importanza di quei pochi che si orientano, beati monocoli in una terra di ciechi, non certo perché divinamente prescelti – o forse anche per questo -, ma soprattutto perché allenati a ragionare sub specie aeternitatis.

Ed in questo frangente di ricorrenza, trent’anni dalla morte dello “spettro” d’Europa, nato protestante e finito ortodosso, Massimo D’Alema, che di comunismo se ne intende, rilascia un’intervista che un po’ possiamo usarla come una bussola, tornando al paragone con cui abbiamo iniziato.

Caduto il muro, ai comunisti italiani venne meno un peso, dice D’Alema. Alla fine, di quel sistema di utopismi, loro, nel bel paese al di là della cortina, facevano la parte degli eretici – i figli di Gramsci (anche se spesso ne dimostravano solo una lontana parentela).

Vivevano da oppositori nella parte giusta del mondo e da contestatori nella parte sbagliata. Due volte eterodossi, due volte infedeli. E in quel ruolo di eterna opposizione, a cui li aveva relegati la Prima Repubblica, si rivelava forse con plastica chiarezza il posizionamento reale di quel pensiero nel rivolgimento continuo degli accidenti umani: tutto oppositivo, tutto di bilanciamento.

«Paradossalmente i maggiori benefici del comunismo ci sono stati nelle società non comuniste. Nei paesi comunisti, diciamo, questi benefici non si sono visti. Il comunismo non ha funzionato come modello di società, ma come cultura critica del capitalismo ha funzionato».

Ecco, in quella retroguardia di contrasto, non poche istanze di conservazione si trovarono a casa. Semplicemente perché non pochi sentivano la necessità pasoliniana, nel mondo ad occidente, di difendere qualcosa, conservare qualcosa, pregare per qualcosa.

Pregare appunto. Il comunismo è pur sempre stato la più cristiana delle dottrine politiche e la più politica delle eresie cristiane. E perfino Papa Wojtyla, che contro quella eresia guidò una vittoriosa crociata, confessò proprio a D’Alema: «Io ho combattuto tutta la vita il comunismo ma ora che è crollato mi domando, chi difenderà i poveri?». Profetico, ancora una volta.

Vi è un problema di autosufficienza del capitalismo, che oggi ci appare con grande chiarezza e che, in verità, la nebbia alzata dalle macerie del muro ha per anni un po’ offuscato. Ed il motivo di tale fragilità è semplicissimo. Abbiamo dato all’economia il rango di una dottrina filosofica, di una vera e propria ideologia, capace di indirizzare sotto ogni aspetto la vita dell’uomo, dimenticandoci che il suo è un ruolo essenzialmente strumentale. Una sovrastruttura, da considerare di principi flessibili, su una struttura che la deve ispirare.

Il capitalismo ha un senso se vive imbrigliato al sentimento di una comunità, costretto nei rivoli di una società dove l’appartenenza possa prevalere sul dato di ricchezza. Ai giusti nulla verrà mai a mancare, direbbe, non a caso, Peguy!

Intendiamoci però. Il comunismo non visse alla fine una condizione diversa da quella di un economicismo integrale, anch’esso non autosufficiente: non è un caso che crollò rovinosamente e per molteplici cedimenti interni. La sua fine è oggi un monito abbastanza allarmante

Ma le considerazioni di D’Alema ci aiutano a dire che al giorno d’oggi una cultura di contrasto all’economicismo è non solo necessaria, ma vitale. Il contrasto all’idea che la ricchezza possa alla fine essere slegata, per speculazione come anche per debito, dal concreto e reale lavoro dell’uomo.

E quelle spinte conservatrici che ad occidente, di tanto in tanto, si incontrarono tra i rossi, testimoniano bene a chi spetti questo compito.

Non certo a chi ha barattato la sinistra con il progresso, il popolo con le minoranze, la giustizia con il vittimismo.

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2 COMMENTS

  1. Senta, non è che mi va di imbarcarmi in discussioni dogmatiche per un articolo, ma come fa a dire “Il comunismo è pur sempre stato la più cristiana delle dottrine politiche e la più politica delle eresie cristiane.” Alla base del comunismo marxista c’è una concezione dell’uomo antitetica aquella cristiana. Per esso l’uomo è puramente “homo oeconomicus”, stessa concezione, né più né meno, che per il sistema del globalismo finanziario, o ceo-caoitalismo come lo chiama Ruggeri o turboliberismo per altri. Il fallimento del comunismo chcché ne dica il trasformista D’Alema con tutti i suoi compari lì trova la sua origine. La difesa dei poveri l’ha fatta con molto più successo quello che i compagni comunisti chiamavano i socialfascisti e/o i bigotti cristiani di quell’altra Europa che il suddetto, sempre con i suoi compari, hanno sempre combattuto aspramente, sempre dal caldo nido che la stessa loro assicurava. Oggi non sarà certamente un ritorno a quella sciagurata ideologia a risolvere il problema della povertà (relativa fra l’altro), a meno che non si voglia confermare l’aforisma di Einstein

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