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Diritti e libertà

La Cina colonizza l’Africa ma l’Occidente ha una carta da giocare

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La Cina è oramai un importantissimo attore economico sulla scena globale, un Paese in velocissima e tumultuosa crescita che ha da tempo iniziato una “colonizzazione” neanche troppo silenziosa del continente africano. La penetrazione cinese in Africa risale al XV secolo, quando la Cina era una grande potenza navale, ma è negli ultimi anni che le ambizioni geopolitiche di Pechino si sono rafforzate: circa 800 aziende cinesi operano in 26 stati africani, un mercato necessario a soddisfare la fame di materie prime che sostiene il miracolo industriale cinese.

A favorire questa crescente interdipendenza è la complementarità delle economie: la Cina possiede i capitali, la tecnologia e le competenze manageriali e finanziarie; l'Africa il petrolio e il gas ma anche l'oro, il rame, i diamanti, il ferro e il cotone (i paesi africani nel complesso coprono circa il 30% di tutte le importazioni cinesi di petrolio, il Sudafrica è il quarto più grande esportatore di ferro verso Pechino). Il caso libico, con le aperture di Gheddafi verso i mandarini cinesi, pronti a sostituire i tradizionali attori occidentali sul suolo libico, è lì a dimostrarlo.

Secondo il premier cinese Wen Jiabao, il volume commerciale degli scambi sino-africani nel 2010 ha raggiunto un livello di 110 miliardi di dollari. Il consolidarsi di questi rapporti, ovviamente, rappresenta una minaccia per l’Occidente, in una lotta concorrenziale che favorisce Pechino in quanto la Cina non si fa alcuno scrupolo a fare affari e intessere relazioni con i regimi illiberali e antidemocratici africani, mentre americani  e europei non sono disposti a trattare. D’altra parte, il volume degli scambi sino-cinesi è ben più consistente di quella fetta di 20 miliardi di dollari investiti per lo sviluppo alimentare dell’Africa dal G8.

Sul piano politico, dunque, Pechino manifesta (fin troppo) rispetto e considerazione per i leader africani, mentre dal punto di vista economico offre servizi nelle infrastrutture e nelle telecomunicazioni. Sul piano militare, infine, i cinesi forniscono le strategie e le conoscenze marziali per formare gli eserciti africani, provvedendo anche agli apparati bellici. Se America e Europa hanno paura di investire nei territori africani a causa dell’instabilità politica e delle continue guerre civili, la Cina al contrario ha trovato terreno fertile per il suo sviluppo in continua evoluzione.

La strategia cinese in Africa però, nel lungo periodo, sembra non funzionare del tutto, in quanto nonostante siano molti i paesi africani che hanno registrato un incremento dello sviluppo economico, per contro si rileva un generale deterioramento dei diritti politici, della sicurezza personale, del funzionamento della legge. Pechino, infatti, per l’estrazione delle risorse usa manodopera cinese e i propri macchinari: questo metodo non coinvolge nel processo produttivo tutti i milioni di africani che non traggono alcuna utilità diretta da questa crescente espansione economica del proprio paese.

Nel dicembre 2010, dei minatori zambiani hanno protestato contro i dirigenti cinesi per le condizioni di lavoro disumane e per i salari troppo bassi. Il tutto si è concluso  con una sparatoria contro i lavoratori da parte dei dirigenti stessi. Il sistema cinese funziona, quindi, solamente con i dittatori. Se si guarda agli stessi africani, infatti, si può notare come siano tutti d’accordo nell’affermare che la Cina è sempre meno interessata al benessere dell’Africa e della sua popolazione, perché antepone costantemente gli affari e il realismo politico al rispetto dei diritti umani.

In Africa l’Occidente non ha ancora perso la partita, ma per vincerla è necessario che si rivolga alle opinioni pubbliche e a quelle classi sociali ostili ai regimi africani, in modo da ostacolare l’avanzata cinese e garantire a quei Paesi, oltre che i frutti degli scambi economici, anche il proprio modello democratico e liberale.

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