La crisi veste l’Alta Moda
09 Settembre 2009
di Redazione
Tempi bui per l’alta moda: nelle più importanti città italiane i clienti extra Ue non cercano più le griffe. Secondo l’Osservatorio Global Refund nei primi sette mesi dell’anno la clientela extracomunitaria – tra cui i facoltosi giapponesi e russi (veri pozzi di danaro da cui normalmente attinge l’Italian-style) – che ha richiesto la documentazione tax free è calata di un quarto. Ma Roma se la passa meglio delle altre grandi città.
Prendiamo solo le prime tre città, in ordine di importanza, della classifica: a Roma via Condotti segna una flessione del 5% contro un pesantissimo 22% di via Montenapoleone a Milano e un -9% delle Mercerie a Venezia (stabile invece via dei Tornabuoni a Firenze); la capitale guadagna addirittura il segno positivo su via del Babuino (+1%) mentre Piazza Duomo a Milano perde il 10% e Ponte Vecchio a Firenze il 9% (recupera un +4% in questo caso Venezia con Bocca De Piazza San Marco); terzo posto della classifica: la romana via Nazionale segna una lieve flessione (-1%), la milanese via della Spiga sprofonda in uno scomodo 28% mentre nella fiorentina piazza e via strozzi e nella veneziana piazza san marco le vendite crollano del 25%.
Roma, insomma, respira. Ma questa è una buona notizia solo per gli abitanti della capitale, perché il dato sul calo degli acquisti tax free e la situazione economica di molte case di moda ci restituisce la fotografia di un settore soffocato dalla crisi: complice la flessione degli arrivi, quindi la diminuzione del turismo ricco, le stesse griffe – che dovrebbero essere più protette dalle oscillazioni economiche perché si rivolgono a una clientela di alto profilo – arrancano. E a poco valgono le rassicurazioni, come quella del presidente della Camera della Moda, Mario Boselli, che appena qualche mese fa aveva assicurato: “Nel settore della moda vediamo i primi segnali di uscita dalla crisi. La situazione è di una lenta ripresa”, a differenza del tessile che continuerebbe a soffrire “perché formato da aziende di piccole e medie dimensioni che sono più fragili”.
I sentori della crisi per il lusso s’erano fatti sentire già all’inizio dell’anno quando l’amministratore delegato di Bulgari Francesco Trapani, aveva dichiarato che il 2009 sarebbe stato un anno difficile, tanto da spingere la Maison a ridurre in modo significativo il personale.
Mariella Burani, un’azienda che da piccola realtà locale si è trasformata in un gruppo quotato alla borsa di Milano e Londra, nei primi sei mesi del 2009 ha perso il 70% e secondo i ben informati sarebbe prossima al default mentre il colosso milanese Prada ha appena rinegoziato il debito e continua a non vedere nel breve periodo un aumento dei margini. In serie difficoltà, secondo indiscrezioni di stampa, ci sarebbero anche Ferretti, Escada, Stefanel e Belstaff. Perfino Valentino, universalmente sinonimo di alta classe e creatività starebbe navigando in acque torbide, al punto che secondo alcuni analisti si profilerebbe per il gruppo l’ipotesi della vendita. Idem per Hugo Boss.
Ma per una barca che affonda ce ne sono sempre due pronte a salpare e così, come spesso accade, sulle società piccole o grandi che siano sono puntati gli occhi di chi non se la passa poi tanto male. E’ italiano per esempio, il gruppo che secondo rumors starebbe tentando un avvicinamento alla casa di moda francese Christian Lacroix (nel 2008 ha registrato una perdita di dieci milioni di euro con un fatturato di 30 milioni di euro), corteggiata anche dallo studio di consulenza Bernard Krief Consulting e dalla holding dell’uomo di affari Prosper Amouyal, la Financiere Saint-Germain. Si tratterebbe dei Borletti, già possessori del marchio dei magazzini Printemps e de La Rinascente.
I tassi bassi, le azioni ai minimi semplificano il lavoro di chi ha tanta cassa da pensare a possibili acquisizioni o fusioni. Lvhm, Gucci, Hermès, Armani e la Tod’s di Diego Della Valle sarebbero tra queste.
