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La cultura è troppo importante per essere lasciata nelle mani della politica

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E’ sufficiente inciampare nella parola ‘cultura’ perché qualcuno subito s’impanchi per affermare che ad essa debbano essere assicurati adeguati (se non cospicui) sostegni finanziari. Da qui ad affermare, poi, che gli assessorati e ministeri alla cultura siano le istituzioni elette e deputate a tale scopo, il passo è breve. Credo, invece, che sia utile, proprio per amore e rispetto della ‘cultura’, provvedere all’abolizione di questi centri di spesa comunali, provinciali, regionali e di governo nazionale. Questa proposta deve essere valutata tenendo presente la differenza che corre tra il bene culturale (da conservare e valorizzare) e la sua produzione, ovvero del momento e del contesto in cui si realizza la sua creazione. Ed a proposito di ‘beni culturali’, merita ricordare che il nostro Paese ne ha un deposito immenso che si è accumulato nei secoli in assenza di assessori e ministri alla cultura (e forse grazie proprio a questa mancanza).
Il prodotto culturale ha la proprietà di durare tanto a lungo da far perdere, talvolta, la percezione del tempo e dei luoghi della sua origine, ma, soprattutto, delle cause e delle ragioni che lo hanno generato. Ad esempio, l’ambizione di un pontefice ci ha lasciato il Mosè e i Prigioni. Senza questa ansia celebrativa non avremmo ereditato tali opere, né il genio creativo di Michelangelo ci avrebbe donato la testimonianza dello spirito del tempo e dell’immagine che Giulio II intendeva dare di sé ai posteri. Sono i sogni di grandezza di un Papa, quindi, a trasmetterci l’opera d’arte nell’attualità del suo messaggio e non viceversa. L’oggetto, in sé non trasmette, infatti, la luce del tempo in cui è stato prodotto se disgiunto dalla causa della sua produzione perché è questa che ne ha determinato la realizzazione.
Un esempio più recente ripropone altrettanto bene la relazione tra momento della produzione e l’espressione di un contenuto culturale. Il tratto appenninico dell’autostrada del sole è una lunga sequenza di ponti in cemento che si rincorrono con forme eleganti, in un susseguirsi di incastri arditi di archi che raccontano lo spazio creativo in cui hanno operato i costruttori. Sui ponti corre il nastro dell’autostrada la cui costruzione ha dato la possibilità di produrre la scansione trionfale delle arcate e non viceversa. E’ la necessità di avvicinare Bologna a Firenze, il nord al sud, che ha offerto l’occasione agli architetti di disegnare i ponti e non sono stati i ponti a suggerire che sarebbe stato possibile metterci sopra un’autostrada.
Troppo spesso ci si limita alla cultura intesa come semplice segno di appartenenza aristocratica al mondo delle cose belle. Bisogna, invece, indagare sui processi in atto dove maturano i segni del tempo che viviamo e che saranno trasmessi ai posteri. Dove sono oggi le forze vincenti e trainanti, desiderose di conquistare, attraverso specifiche opere, il riconoscimento - cioè la legittimazione - del loro primato? Ad esempio, nel mondo delle aziende è ormai radicata la volontà di associare la propria immagine a progetti che vadano al di là delle sponsorizzazioni di eventi temporanei o di semplice partecipazione al recupero e conservazione dell’eredità di un pur glorioso passato. In questo mondo, il mecenatismo è considerato un impegno riduttivo laddove l’ambizione dominante è rivolta soprattutto a comunicare alla contemporaneità un messaggio positivo e concreto che si esprime anche attraverso nuovi prodotti d’arte.
Una società libera deve garantire e, soprattutto, non ostacolare queste aspirazioni preziose. E’ in questo contesto che nasce la sorprendente miscela che genera l’oggetto culturale. Bisogna capire che il momento della produzione è fondamentale per ottenere il risultato desiderato e, quindi, è necessario contrastare ogni velleità dirigistica - tanto inutile quanto dannosa - che impedisce per sua natura e vocazione il dispiegarsi del momento creativo che esige la più ampia libertà. A tal fine, gli assessorati e ministeri alla cultura non hanno e non possono svolgere alcun ruolo positivo; sono deputati, come è facile verificare, ad alimentare la fiera delle vanità di piccoli e presuntuosi amici degli assessori e ministri dove i segni dell’appartenenza vengono confusi con quelli delle creatività artistica.

 

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