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L'Uovo di giornata

La frontiera al tempo del coronavirus

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Il caos dovuto al coronavirus riapre la discussione sulla distribuzione delle competenze tra Stato e regioni. La questione, come saprete, è dibattuta da tempo: la riforma del titolo V ha provato – senza riuscirci – a ridisegnare la mappa del “chi può disporre su cosa”. La Sanità è una sfera che compete agli enti regionali, ma l’emergenza del coronavirus viene (e deve essere) gestita in maniera centralizzata. E questo crea un inevitabile cortocircuito. Se da una parte è vero che la Regione Lombardia – per citare la più colpita dai contagi – è nel pieno diritto di approvare misure autocefale per evitare il dilagarsi di una epidemia, è vero pure che lo Stato non dovrebbe evitare di calare dall’altro provvedimenti preventivi erga omnes o di natura particolare per singole realtà territotiali. Ma bisogna trovare un raccordo, che per ora – grazie pure ad una legislazione poco chiara – non si è palesato. I litigi tra “Giuseppi” Conte ed Attilio Fontana costituiscono la prova di come il sistema vada rivisto. La fretta può essere lasciata momentaneamente da parte: ora c’è altro a cui pensare, ma bisognerà tenerlo a mente subito dopo il superamento di questa fase concitata. Trattasi di semplice buon senso.

I confini – si vede bene – stanno tornando attuali. Il fatto che da altre nazioni europee provengano velleità di chiusura dei confini nei nostri confronti smentisce finalmente l’ipocrisia dilagante. Quando serve chiudere, si chiude. L’elenco di chi è d’accordo sul punto si sta arricchendo. Ma pensiamo per un attimo ai fatti di casa nostra. Il governo – questo è uno dei grandi temi – dovrebbe essere nella condizione di riconoscere le esigenze delle singole realtà territoriali, deliberando mediante il riconoscimento di specifiche. La quarantena, insomma, deve poter valere anche Regione per Regione. È limitante delle libertà personali? È discriminante? Walter Ricciardi dell’Oms ha sottolineato come una “unica linea di comando” abbia influito, in relazione al coronavirus, sul numero dei casi presenti nelle nazioni dove il governo ha deciso per tutti. L’arbitrio territoriale ha un suo perché, ma per prevenire la catastrofe – ahinoi – serve giocoforza il Leviatano. Almeno il nostro. Poi c’è n’è un altro, di Leviatano, che dovrebbe fungere da interlocutore privilegiato, ma che risulta essere abbastanza assenteista. Abbiamo deciso di bloccare i voli provenienti dalla Cina in modo autonomo. Non siamo passati dall’Unione europea per prendere quella misura.

Ma i cinesi sono atterrati altrove, a Francoforte per esempio, avendo poi la possibilità di venire in Italia. E questo rende le nostre disposizioni sul blocco meno incisive. E la ragione è facile da rintracciare: le persone che provengono dai voli diretti possono essere identificate o isolate, in caso di contagio, con relativa facilità. Di coloro che fanno scalo, invece, è molto più complicato – se non impossibile – ottenere informazioni.È la stessa problematica che interessa Stato e Regioni, ma declinata in grande. Il coronavirus non ha meriti, capiamoci. Però la situazione che sta venendo fuori costringe tutti gli attori istituzionali ad una riflessione sul merito delle competenze. Non è possibile immaginare un sistema in cui ogni Regione faccia nazione a sé. È anche inimmaginabile, però, il quadro inverso, con uno Stato che spadroneggia sulle esigenze degli enti intermedi. Va trovata una linea mediana. Un intervento in grado di rassicurarci e di evitare che una confusione tale si ripresenti in futuro.

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