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La gogna mediatica e la morte di Beccaria

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In queste ore  l'Italia è concentrata sull'efferato omicidio del piccolo Loris Stival. Un bambino di otto anni ucciso in quel modo lascia sgomento e incute angoscia. E il sospetto che possa essere stata la madre ad ucciderlo riapre una ferita mai rimarginata.

La nostra genesi antropologica si divide tra la concezione mariana della maternità e il terribile mito di Medea. È un'antinomia che , quando sconfina verso il figlicidio provoca una sofferenza atavica e il risveglio di una  terribile sensazione di incertezza.

Il punto nodale, però,  è l'invasione insopportabile dei professionisti del dolore e di una gogna mediatica che assorbe ogni garanzia processuale e tutte le certezze di un diritto astrattamente garantista qual è quello italiano.

Criminologi ecriminologhe,  magistrati, psichiatri, avvocati si precipitano ad emettere sentenze e perizie senza avere alcuna cognizione di atti o di elementi diretti della personalità degli indagati.  Essi sperano, insieme ai costruttori di talk show, che il giallo non si risolva per poterne parlare all'infinito, anticipando giudizi che spettano al diritto.

È un massacro quotidiano sul quale si costruiscono carriere dall'anonimato. Questa esaltazione indiretta della violenza travalica abbondantemente il diritto di cronaca per trasformare tutto in uno spettacolo.  E così non vengono risparmiati particolari sulle modalità di uccisione di un bambino e si mandano al patibolo le persone con una sorta di giaciobinismo legittimato dall'audience.

Come in un racconto di Gadda emergono personaggi in cerca di autore testimoni, parenti, vicini di casa tutti in fila per un quarto d'ora di celebrità, tutti pronti a piangere fino al prossimo stacco di pubblicità.
 

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