La lezione del “maestro” Baremboim: criticare i tagli con il c…o degli altri

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La lezione del “maestro” Baremboim: criticare i tagli con il c…o degli altri

08 Dicembre 2010

Ieri, mentre davanti alla Scala di Milano si svolgevano i rituali tafferugli in occasione della "prima" (studenti, immigrati, disoccupati, tutti a chiedere più soldi alla cultura) e all’interno il "maestro" Baremboim impartiva una lezioncina sulla Costituzione al pubblico in sala (Napolitano compreso) dicendosi anche lui preoccupato per i "tagli alla cultura", al Senato veniva approvata in via definitva la legge di stabilità (ex finanziaria).

In questa manovra da 5,7 miliardi ci sono provvedimenti a lungo attesi e spesso pretesi. C’è il rifinanziamento per gli ammortizzatori sociali, l’assistenza ai malati di Sla, i soldi per l’editoria (a cui è appesa la vita del Manifesto ad esempio), l’esenzione per altri 5 mesi dal ticket sanitario, un miliardo di euro per l’Università, meno tasse per i salari di produttività, più risorse al ministero dell’ambiente per la tutela del territorio e molto altro ancora.

Davanti e dentro alla Scala erano in molti ad offrirsi alle telecamere con l’occhio umido per i tagli alla cultura ma non uno ha suggerito a quale dei questi capitoli della finanziaria si fosse disposti a rinunciare per trasferire più risorse alla lirica, al cinema o ai teatri. Tanto meno lo hanno fatto i dimostranti in piazza, anche loro sulle barricate della cultura, illuminati dalla luce dell’avvenire, sprezzanti del pericolo (a rimanere feriti sono stati solo poliziotti e carabinieri) e investiti dalla missione salvifica di difendere i fondi a quel teatro dell’Opera che per decenni era stato semmai il bersaglio della loro protesta.

Nessuno ha detto (a dire il vero non lo fa neppure Napolitano, quando anche lui lamenta i "tagli alla cultura"), dove altro si sarebbe dovuto tagliare: i fondi per la Sla?, i soldi ai cassa-integrati?, i fondi per l’Università? O qualcuno che dicesse per lo meno: "in nome della cultura siamo pronti a pagare più tasse!". Perché delle due l’una, visto che i saldi quelli sono, o si tagliano altre spese o si chiedendo altri soldi ai contribuenti.

Ma la cosa davvero più insopportabile della giornata è stato il siparietto costituzionale di Daniel Baremboim. Il "maestro scaligero" argentino, con aria seria e contrita si è rivolto al pubblico in sala per dirsi preoccupato per lo stato della cultura nel nostro paese, "anche in nome di tutti i miei colleghi che suonano, cantano, ballano e lavorano non soltanto in questo magnifico teatro, ma in tutti i teatri d’Italia". Poi ha tirato fuori un foglietto dalla tasca e ha letto l’articolo 9 della Costituzione: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura…ecc, ecc, ". E giù applausi fragorosi.

E’ un ben strano paese l’Italia se può accadere una cosa del genere proprio il giorno della prima della Scala, alla presenza del Capo dello Stato e di mezzo governo italiano in pompa magna. Ma ve li imaginate Muti o Abbado che chiamati a dirigere al Lincoln Center di New York, magari alla presenza di Obama e first lady, o all’Operà di Parigi con Sarkozy e premiere dame, che si mettono a leggere un articolo della Costituzione contro, chessò, Abu Grahib o Guantanamo, la riforma della Sanità, o la cacciata dei Rom?

Sarebbero travolti dai fischi e dall’indignazione, accompagnati a calci al confine e dichiarati persone non gradite per il resto della loro vita e carriera. Qui da noi Baremboim è l’eroe del giorno. Con il suo bel cachet in tasca, l’onore di dirigere la Scala e la lacrimuccia per i "tagli alla cultura", soffuso dall’immancabile aura anti-berlusconiana che oggi si porta tanto bene. E senza neppure il beau geste di dire: "Devolvo il mio compenso di stasera al sostentamento del teatro".

Macché: sono tutti bravi a criticare i tagli con il culo degli altri.