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La notte più profonda della patria

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“La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo. Come naufrago che la tempesta ha gettato in un’isola deserta, nella notte profonda che cala lentamente sulla sua solitudine egli sente infrangersi ad uno ad uno i legami che lo avvincono alla vita, e un problema pauroso, che la presenza viva e operante (anche se male operante) della patria gli impediva di sentire, sorge e giganteggia tra le rovine: il problema dell’esistenza.

Soggetto al proprio temperamento, egli lo risolve con l’azione, che indirizza secondo la propria fede o il proprio sogno, e diventa un eroe; oppure lo risolve con la meditazione, che è preparazione alla morte, e quindi anch’essa a suo modo eroismo”.

“Questa storia è finita, sia pure come finiscono tutte le storie, per ricominciare: ma fra la storia vecchia e la nuova non c’è il tratto di unione di una vittoria, c’è la soluzione di continuo di una sconfitta. L’esperienza della nostra storia è dunque l’esperienza di una sconfitta, che noi dobbiamo fermare e affidare, cosi come l’abbiamo vissuta, alle generazioni future.

O forse soltanto a noi stessi, perché di noi, della nostra esistenza si tratta. Dopo quattro anni di guerra feroce, tra i foschi presagi di una pace ancor più feroce, le probabilità di salvezza della nostra vita fisica sono ridotte a ben poco. E’ assolutamente necessario che, quando l’ultimo straniero che abbandonerà il nostro suolo o il primo fratello che ci verrà incontro starà per colpirci col suo fucile e con la sua mazza, noi comprendiamo il significato di questo suo gesto, perché solo in tal modo noi potremo opporre alla sua cieca volontà di morte il senso perduto della nostra immortalità”.

Salvatore Satta, De profundis, Adelphi 2019, pp. 6-7 e 16-17

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