La nuova antica verità sulla nascita dell’Occidente

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La nuova antica verità sulla nascita dell’Occidente

23 Settembre 2007

Valerio Massimo
Manfredi con i milioni di libri venduti e tradotti in tutto il mondo
rappresenta il miglior prodotto italiano nel genere del romanzo storico. La sua
professionalità di archeologo, coniugata ad una fantasia fervida e mai piegata
ad una lettura troppo politica della storia, rende i suoi testi sempre
godibili, manifestandosi una crescita costante anche sotto il profilo
letterario e divenendo spesso i suoi lavori, riflessioni su momenti fondativi
della nostra identità volte a creare dubbi nei paradigmi dell’educazione
scolastica.

La trasposizione cinematografica del romanzo
l’Ultima Legione, il best seller che ha venduto più di sei milioni di libri ed
è stato tradotto in quaranta paesi, è in questi giorni nelle sale. Il film per la regia di Doug Lefler, con Colin
Firth, Ben Kingsley, Thomas Sangster, Aishwarya Rai, è una produzione
italo-britannica di Raffaella e Martha De Laurentis da 67 milioni di dollari,
si avvale di Paolo Scalabrino (“Gangs of New York”) ai costumi e del
considerato Marco Pontecorvo (“La
Tregua”) alla fotografia. Il tema trattato è quello della caduta
dell’Impero Romano d’Occidente. Odoacre Re dei Goti depone il giovane
Imperatore Romolo Augusto e spedisce a Costantinopoli le insegne imperiali
sanzionando la fine dell’Impero di Roma sull’occidente europeo.

Nella storia Aureliano Ambrosio, Generale
romano, e il suo manipolo di soldati che costituiscono la guardia
dell’Imperatore, raggiungono avventurosamente Capri per liberare il giovane
Cesare e il suo mentore, il celta Myrdin. Liberato Romolo devono arrivare a
Fano dove una nave dovrebbe accompagnarli a Costantinopoli. Dovrebbe perché il
senatore di turno (John Hannah) li tradirà. Saranno così costretti ad
attraversare tutta l’Europa per raggiungere l’ultima legione rimasta fedele
all’Imperatore, la IX
di stanza in Britannia, presso il Vallo di Adriano. Lì i britanno-romani stanno
combattendo la loro battaglia per la libertà dall’oppressore sassone.

Nel racconto si intreccia la vicenda
leggendaria della spada di Giulio Cesare che le fonti riportano portasse
inscritto sulla lama ensis caliburnus. Nella finzione del romanzo e del
film, utilizzando il corpo epico del ciclo arturiano che tratta della spada
Excalibur, Manfredi cerca la chiave di volta di quella zona d’ombra che va
dalla caduta di Roma alla nascita del mito arturiano.

Tralasciando per una volta le imprecisioni di
ordine storico (di solito rare e sempre ben mascherate nei  libri di Manfredi) che si spiegano con
esigenze di produzione, del film non si può non rilevare il montaggio pessimo e
una regia ancora acerba, quella di Doug Lefler, che prima de l’Ultima Legione,
ha girato solamente Dragonheart 2, pellicole di animazione, nonché episodi
della serie TV “Hercules”.

Meraviglia il taglio impersonale con cui sono
stati diretti gli attori, meraviglia soprattutto un Ben Kingsley nei panni del
celta Myrdin, veramente al di sotto dei suoi standard. Di valore invece la cura
dei dettagli. I costumi. Le armi. Le ambientazioni, le ricostruzioni e gli
effetti speciali in grado a tratti di rendere la suggestione del libro,
soprattutto nel finale rivelatorio ed emozionante.

E sì perché la suggestione che ci viene
proposta non è da poco e si fonda su una realtà storica, oramai accettata dalla
comunità degli studiosi, ma poco rappresentata e divulgata presso l’opinione
pubblica: la possibile sincronia (parlandosi di fatti che si perdono nelle
brume della storia) tra la leggenda di Artù raccontata nel medioevo di Geoffry
Monmouth e la nuova interpretazione delle fonti tardo latine che ci riportano
la deposizione di Romolo Augusto.

Nella leggenda di Artù di Monmouth esiste per
davvero un Aureliano Ambrosio, definito “ultimo dei romani” vincitore della
battaglia di Mount Badon e predecessore di Pendragon, padre di Arù. Lo stesso nome
Pendragon – testa di drago, capo del drago – simboleggia intuitivamente il
drago, da un paio di secoli divenuto, dopo l’aquila, insegna delle legioni
imperiali al servizio del principato militare, al cui capo era l’Imperatore. In
pratica Pendragon altri non sarebbe che il deposto Romolo Augusto.

Le implicazioni non mancano, spalancando quasi
ad una visione metastorica della romanità e dell’occidente, che vede nel
rafforzarsi prima della monarchia inglese, e nella egemonia poi della
Repubblica Americana gli eredi naturali, i depositari, di quell’imperium
arrivato fino ai giorni nostri, almeno come categoria dello spirito.

L’argomento è divenuto oggetto di abbondate
produzione editoriale (si segnala “La pietra del cielo. Le cronache di Camelot.
Vol.1”, Jack Whyte, 2005 pagg. 540) nonché di approdi cinematografici (vedi
“King Arthur” di Antoine Fuqua, con Clive Owen e Keira Knightley).

A Manfredi infine, va riconosciuto il merito
di essere uno dei pochi (in buona compagnia dopo “Il Gladiatore” di Ridley
Scott) ad aver iniziato un’opera di revisione necessaria sul reale portato dei
valori della Roma antica, ovviamente molto più dei deliri fascistoidi cui fino
a poco tempo fa si era costretti a doversi abituare. 

Al film de l’Ultima Legione va dato atto della
difficoltà del tema trattato, cui poco si prestano esigenze temporali e
tecniche come quelle di cui è schiavo il cinema, e del tentativo non banale di
raccontare senza se e senza ma una nuova antica verità sulla nascita di quello
che oggi noi conosciamo come Occidente.