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La nuova antica verità sulla nascita dell’Occidente

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Valerio Massimo Manfredi con i milioni di libri venduti e tradotti in tutto il mondo rappresenta il miglior prodotto italiano nel genere del romanzo storico. La sua professionalità di archeologo, coniugata ad una fantasia fervida e mai piegata ad una lettura troppo politica della storia, rende i suoi testi sempre godibili, manifestandosi una crescita costante anche sotto il profilo letterario e divenendo spesso i suoi lavori, riflessioni su momenti fondativi della nostra identità volte a creare dubbi nei paradigmi dell’educazione scolastica.

La trasposizione cinematografica del romanzo l’Ultima Legione, il best seller che ha venduto più di sei milioni di libri ed è stato tradotto in quaranta paesi, è in questi giorni nelle sale. Il film per la regia di Doug Lefler, con Colin Firth, Ben Kingsley, Thomas Sangster, Aishwarya Rai, è una produzione italo-britannica di Raffaella e Martha De Laurentis da 67 milioni di dollari, si avvale di Paolo Scalabrino (“Gangs of New York”) ai costumi e del considerato Marco Pontecorvo (“La Tregua”) alla fotografia. Il tema trattato è quello della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Odoacre Re dei Goti depone il giovane Imperatore Romolo Augusto e spedisce a Costantinopoli le insegne imperiali sanzionando la fine dell’Impero di Roma sull’occidente europeo.

Nella storia Aureliano Ambrosio, Generale romano, e il suo manipolo di soldati che costituiscono la guardia dell’Imperatore, raggiungono avventurosamente Capri per liberare il giovane Cesare e il suo mentore, il celta Myrdin. Liberato Romolo devono arrivare a Fano dove una nave dovrebbe accompagnarli a Costantinopoli. Dovrebbe perché il senatore di turno (John Hannah) li tradirà. Saranno così costretti ad attraversare tutta l’Europa per raggiungere l’ultima legione rimasta fedele all’Imperatore, la IX di stanza in Britannia, presso il Vallo di Adriano. Lì i britanno-romani stanno combattendo la loro battaglia per la libertà dall’oppressore sassone.

Nel racconto si intreccia la vicenda leggendaria della spada di Giulio Cesare che le fonti riportano portasse inscritto sulla lama ensis caliburnus. Nella finzione del romanzo e del film, utilizzando il corpo epico del ciclo arturiano che tratta della spada Excalibur, Manfredi cerca la chiave di volta di quella zona d’ombra che va dalla caduta di Roma alla nascita del mito arturiano.

Tralasciando per una volta le imprecisioni di ordine storico (di solito rare e sempre ben mascherate nei  libri di Manfredi) che si spiegano con esigenze di produzione, del film non si può non rilevare il montaggio pessimo e una regia ancora acerba, quella di Doug Lefler, che prima de l’Ultima Legione, ha girato solamente Dragonheart 2, pellicole di animazione, nonché episodi della serie TV “Hercules”.

Meraviglia il taglio impersonale con cui sono stati diretti gli attori, meraviglia soprattutto un Ben Kingsley nei panni del celta Myrdin, veramente al di sotto dei suoi standard. Di valore invece la cura dei dettagli. I costumi. Le armi. Le ambientazioni, le ricostruzioni e gli effetti speciali in grado a tratti di rendere la suggestione del libro, soprattutto nel finale rivelatorio ed emozionante.

E sì perché la suggestione che ci viene proposta non è da poco e si fonda su una realtà storica, oramai accettata dalla comunità degli studiosi, ma poco rappresentata e divulgata presso l’opinione pubblica: la possibile sincronia (parlandosi di fatti che si perdono nelle brume della storia) tra la leggenda di Artù raccontata nel medioevo di Geoffry Monmouth e la nuova interpretazione delle fonti tardo latine che ci riportano la deposizione di Romolo Augusto.

Nella leggenda di Artù di Monmouth esiste per davvero un Aureliano Ambrosio, definito “ultimo dei romani” vincitore della battaglia di Mount Badon e predecessore di Pendragon, padre di Arù. Lo stesso nome Pendragon – testa di drago, capo del drago – simboleggia intuitivamente il drago, da un paio di secoli divenuto, dopo l’aquila, insegna delle legioni imperiali al servizio del principato militare, al cui capo era l’Imperatore. In pratica Pendragon altri non sarebbe che il deposto Romolo Augusto.

Le implicazioni non mancano, spalancando quasi ad una visione metastorica della romanità e dell’occidente, che vede nel rafforzarsi prima della monarchia inglese, e nella egemonia poi della Repubblica Americana gli eredi naturali, i depositari, di quell’imperium arrivato fino ai giorni nostri, almeno come categoria dello spirito.

L’argomento è divenuto oggetto di abbondate produzione editoriale (si segnala “La pietra del cielo. Le cronache di Camelot. Vol.1”, Jack Whyte, 2005 pagg. 540) nonché di approdi cinematografici (vedi “King Arthur” di Antoine Fuqua, con Clive Owen e Keira Knightley).

A Manfredi infine, va riconosciuto il merito di essere uno dei pochi (in buona compagnia dopo “Il Gladiatore” di Ridley Scott) ad aver iniziato un’opera di revisione necessaria sul reale portato dei valori della Roma antica, ovviamente molto più dei deliri fascistoidi cui fino a poco tempo fa si era costretti a doversi abituare. 

Al film de l’Ultima Legione va dato atto della difficoltà del tema trattato, cui poco si prestano esigenze temporali e tecniche come quelle di cui è schiavo il cinema, e del tentativo non banale di raccontare senza se e senza ma una nuova antica verità sulla nascita di quello che oggi noi conosciamo come Occidente.

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