Home News La nuova strategia “afpakistana” di Obama: spunti di riflessione

Come reagiranno i Talebani?

La nuova strategia “afpakistana” di Obama: spunti di riflessione

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Perché Obama ci ha messo tanto a produrre la nuova strategia sull’Afghanistan? “Perché non è stato semplice soppesare e tenere in debita considerazione i molteplici aspetti della situazione e le varie sensibilità in materia” (leggasi: accontentare tutti), dicono con atteggiamento serioso i filo-Obama. “Perché ci vuole tempo, a tradurre dal russo un documento strategico sovietico degli anni Ottanta”, dicono in maniera semiseria i perfidi anti-Obama.

Alla fine, dopo mesi di riflessioni, ecco la nuova strategia, cui auguro ogni fortuna, ma che mi sembra un po’ traballante. Infatti sembra rischiare di configurare il classico serpente che si morde la coda, in un circolo vizioso determinato dai famosi “tre punti”: ricostruire l’Afghanistan mediante un “surge” civile (ma dove li troverà, Obama, questi civili, se nessuno li ha trovati negli ultimi otto anni?), un “surge” militare di 30.000 soldati in più sia per addestrare l’esercito locale (ma quanti Talebani vi si infiltreranno?) che per sconfiggere gli insorti (i quali si rifugeranno in Pakistan) e infine una partnership strategica con il Pakistan (allo scopo di ricacciare i Talebani in Afghanistan e ricominciare dall’inizio?). E tutto questo avrà un costo non indifferente: è già stato calcolato che nel 2010 le spese militari statunitensi per la guerra in Afghanistan saranno superiori alla somma dei budget militari di tutti gli altri paesi al mondo. Con quella cifra Obama potrebbe realizzare un paio di riforme sanitarie.

La strategia illustrata nella prestigiosa sede dell’accademia militare di West Point fa sorgere qualche dubbio. Il primo è che storicamente i “surge” non hanno mai pagato, nelle guerre non convenzionali. Anche Lindon B. Johnson, quale suo primo atto presidenziale, aveva raddoppiato i soldati in Vietnam. Anche Mihail Gorbaciov, all’inizio del suo mandato, aveva raddoppiato i militari in Afghanistan. Sappiamo bene come quelle due storie siano andate a finire.

Ma si potrà obiettare che né la guerra americana in Vietnam né l’invasione sovietica dell’Afghanistan avevano il beneplacito dell’ONU o della comunità internazionale in genere. Ed è proprio qui che nasce il secondo dubbio. Se è vero, come è vero, che non sono gli USA bensì la NATO (su mandato della comunità internazionale) a gestire ISAF, l’International Security and Assistance Force, come mai questa strategia non parte da Bruxelles anziché da Washington? In termini di legittimazione internazionale, infatti, era la NATO, e non gli USA, a dover sentire l’obbligo di adottare una strategia afghana. Dal momento che è invece la Casa Bianca ad impadronirsi della strategia afghana, sorge il sospetto che Barack Obama punti a racimolare qualche vantaggio in vista delle elezioni americane di mid-term, che avverranno proprio mentre sarà in atto l’inizio del “disimpegno dall’impegno”.

Il terzo dubbio concerne l’articolazione del progetto. Le strategie, per risultare vittoriose, devono essere semplici. Questa, invece, è a dir poco contorta, perché fa la cosa giusta (voler portare a termine il lavoro) nel modo sbagliato (non dice come intenda farlo). Non solo, ma al tempo stesso fa la cosa sbagliata (aumentare le truppe convenzionali in una guerra non convenzionale) nel modo “giusto” (si stabilisce un limite temporale per il ritiro, ancorché in modo ambiguo) e contemporaneamente nel modo sbagliato, perché si dà il segnale alla popolazione afghana che gli USA, di questa guerra, non ne possono più.

Ed è proprio alla popolazione locale che si riferisce il quarto dubbio. Se l’obiettivo della strategia americana è veramente il benessere e la stabilità della gente afghana, perché la popolazione non è stata consultata? Proprio così: questa strategia è nata in seno all’entourage politico-militare casabianchese tutt’al più sentendo il parere di qualche esponente del governo di Kabul, ma non risulta che il parere della popolazione afghana a livello locale sia mai stato ascoltato, nemmeno tramite le assemblee dei notabili.

Il quinto dubbio che questa strategia fa sorgere deriva dal fatto che ha accontentato i Talebani e Al-Qaeda. Nessuno è più felice di loro nel constatare che con l’arrivo dei rinforzi da oltreatlantico, altri soldati americani moriranno e che nel contempo l’America pensa già ad andarsene cominciando fra 18 mesi. Per le famiglie dei soldati statunitensi questi 18 mesi possono sembrare un’eternità, ma per i Talebani (che ragionano in termini di decenni) sono una nullità. Una strategia che lascia l’iniziativa al nemico -o che lo rende felice- non ha mai funzionato.

Avevamo già sostenuto su queste colonne che la soluzione unicamente militare non è un’opzione valida (si veda “Un surge al contrario per vincere in Afghanistan”) e ora è sempre più chiaro che sarebbe stato meglio agire diversamente, magari mediante una comprehensive strategy dai molteplici pilastri. Fra queste componenti, fondamentale è l’istruzione, vera premessa di ogni possibile cambiamento in meglio. Tanto per fare un esempio, il costo annuo dell’impiego di un solo soldato americano corrisponde alla cifra con cui in Afghanistan si possono costruire venti scuole. E allora perché non investire di più in quel programma chiamato NSP, National Solidarity Program, che realizza progetti non imposti dall’esterno ma scelti e chiesti dalle comunità locali? Il NSP costruisce soprattutto scuole nei villaggi, ma anche impianti di irrigazione, ponti e ambulatori. Le scuole costruite da questo programma sono frequentate da scolari e studenti di ambo i sessi, anche nelle aree sotto l’influenza dei Talebani. Non è vero che costoro (o perlomeno non tutti) siano pregiudizialmente ostili all’istruzione femminile. Infatti hanno permesso al NSP di edificare istituti di insegnamento a patto che le ragazze abbiano insegnanti donne e che i libri di testo non contengano fotografie di Karzai. Evidentemente nemmeno loro lo sopportano.

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9 COMMENTS

  1. il sesto dubbio
    Bravo Generale, chiaro e schietto come tuo solito!
    … ma il SESTO DUBBIO…. Quello che riguarda da vicino noi Italiani…. E i nostri Militari, aumentati di mille unità a partire da questa primavera? Che scopo hanno in questo fumoso progetto USA travestito da Missione NATO? Saranno anche loro coinvolti, forse travolti o comunque impantanati come gli Americani, o con qualche colpo di genio e uno scatto di reni proverbiale e a noi consueto riusciremo a sganciarci in anticipo sottraendoci così alle responsabilità ma anche ai disastri che sembrano aleggiare su questa strana missione che assolutamente non possiamo chiamare guerra? Quali sono gli scenari che ci aspettano aldilà delle dichiarazioni di fedeltà dei nostri Ministri degli Esteri e della Difesa?

  2. il sesto dubbio
    Bravo Generale, chiaro e schietto come tuo solito!
    … ma il SESTO DUBBIO…. Quello che riguarda da vicino noi Italiani…. E i nostri Militari, aumentati di mille unità a partire da questa primavera? Che scopo hanno in questo fumoso progetto USA travestito da Missione NATO? Saranno anche loro coinvolti, forse travolti o comunque impantanati come gli Americani, o con qualche colpo di genio e uno scatto di reni proverbiale e a noi consueto riusciremo a sganciarci in anticipo sottraendoci così alle responsabilità ma anche ai disastri che sembrano aleggiare su questa strana missione che assolutamente non possiamo chiamare guerra? Quali sono gli scenari che ci aspettano aldilà delle dichiarazioni di fedeltà dei nostri Ministri degli Esteri e della Difesa?

  3. un soldato, 20 scuole?
    Leggo: “il costo annuo dell’impiego di un solo soldato americano corrisponde alla cifra con cui in Afghanistan si possono costruire venti scuole”.
    Davvero mandare soldati in Afghanistan costa tanto così?

  4. La spedizione dei Mille
    Rispondo a Gabriele. Caro Gabriele, non preoccuparti: la “spedizione dei mille” sarà molto più snella di quanto possa sembrare. Quando Garibaldi partiva con mille camice rosse, ne arrivavano mille. Anzi: aumentavano, perché molti altri venivano reclutati cammin facendo. Noi invece cominceremo col dire “700 ve li abbiamo già dati, i famosi rinforzi per le elezioni presidenziali (sulle quali è meglio stendere un velo pietoso), quindi ve ne dobbiamo solo 300”. Sennonché, considerate le necessarie suddivisioni in tre turnazioni, gli impiegabili si ridurranno a 100. Tenuto conto poi che una buona metà sarà impegnata in funzioni di comando e di supporto logistico, gli operativi sul terreno saranno un plotoncino.
    E questi sono facili da trovare, perché basta dare l’ordine ad un reparto militare, e quello parte senza fiatare. Ma ciò che più mi preoccupa è il “surge civile”: chi troverà mai altrettanti (né altreppochi) funzionari civili muniti di bacchetta magica disposti a trasferirsi nell’accogliente Afghanistan per trasformare “la tomba degli Imperi” in una moderna democrazia?

  5. Costa ed è complicato
    Rispondo a Mino. Schierare soldati in Afghanistan non solo costa, ma è pure complicato. Costa, perché nell’anno fiscale 2009 il Pentagono ha speso 4 miliardi di dollari solo per il trasferimento delle truppe. Ma i soldati hanno bisogno dei mezzi: trasportare un solo veicolo da combattimento da 10 tonnellate dagli USA all’aeroporto afgano di Bagram costa 78.000 dollari con un aereo C17, che ne può trasportare 3. E i mezzi hanno bisogno dei carburanti: un gallone di gasolio viene comprato a 1 dollaro o poco più, ma il suo costo sale fino a 400 dollari all’atto dell’impiego sul terreno, e la scorsa estate i Marines nella provincia di Helmand hanno consumato 88.000 galloni al giorno.
    Ed è pure complicato, perché trasferire una brigata di 3.500 soldati dagli USA significa utilizzare soltanto per il personale una ventina di aerei C17; le munizioni, gli elicotteri e gli equipaggiamenti da combattimento hanno bisogno di una sessantina di aerei C17 e i materiali logistici (centinaia di container) necessitano di apposite navi da trasporto fino al porto pakistano di Karachi. Poi il tutto va scaricato e ricaricato su convogli che in un paio di settimane attraverseranno tutto il Pakistan e mezzo Afghanistan superando il famigerato Kyber Pass infestato da talebani e predoni vari. Ma il “surge” obamiano non sarà di una brigata sola, quindi tutto questo dovrà essere moltiplicato per dieci. Ho reso l’idea?

  6. Mi riaggancio alla sua
    Mi riaggancio alla sua risposta a Mino e al suo penultimo articolo, quello che trattava del summit sul riscaldamento globale di Copenaghen, ma queste guerre quanto inquinano, sia in termini di trasporto truppe che di ordigni esplosivi?

  7. settimo dubbio
    Signor Generale, settimo dubbio. Gli USA, prima impegnati contro il terrorismo, sono impegnati “in guerra” contro il terrorismo dall’11 settembre. Sono stati vilmente attaccati e l’attacco contro un singolo membro della NATO comporta… Ora, pare che in Afghanistan non si parli la stessa lingua. Dietro mille “distinguo”, dietro “missioni di pace”, dietro “regole di ingaggio” resta una realtà che dovrebbe essere difficile confutare. Non si tratta di essere guerrafondai oppure altro; si tratta di voler prendere atto dei fatti o meno. C’è la spiacevole sensazione che si voglia insegnare agli Americani che cosa fare, come farlo, quando farlo, perché farlo, se farlo o meno. Il tutto agitando il ditino con aria da maestrini. Ci dicono: “non volete sporcarvi le mani? Bene, ci pensiamo noi; state lì tranquilli e fate quel che vi pare”; disciplina nella quale, come sempre, siamo bravissimi. Non è però esattamente quello che ci si aspetta da un alleato. Cambiano i governi, i primi ministri, i Teatri ma, chissà come mai, a fianco dei G.I. c’è sempre qualche giovanotto con basco di vario colore che parla una lingua a volte diversa ed è nato da qualche parte in Galles, Inghilterra, Irlanda, Scozia. E “mena”, “mena” molto. Tornando al Teatro afghano, mi vengono in mente due pugili che combattono. Uno tira sotto la cintura, usa i piedi, ha uno spray urticante; l’altro, più grosso, sta combattendo ma, aggrappato al suo collo ha un “consigliere” che, invece di aiutarlo, gli urla suggerimenti, lo distrae, gli impedisce di respirare come dovrebbe. E giù prediche sull’entry strategy, middle strategy, exit strategy. Il consigliere non guarda il pugile avversario; ha piuttosto lo sguardo orientato verso casa. Il tutto condito da “me ne chiedete mille in più, ma data l’ipotenusa della radice quadrata della cotangente del logaritmo in base dieci della vassagna alla fiorga, ve li darei ritirandone trecentoventitrè”. Ecco il settimo dubbio: e se invece di stare aggrappati, come sempre nella storia, ci si limitasse a stare sul ring seduti all’angolo e…soprattutto in silenzio? Oppure adottare come comandamento quanto riportato in un’iscrizione rinvenuta in una remota località della Sarchiaponghia? Essa recita: “Taas e faas”.

  8. Rispondo a Carlotta
    Bella domanda, cara Carlotta. Quanto inquinano le guerre? Non poco, ma fornire cifre esatte è arduo. Tuttavia proverò a rendere l’idea. Teniamo presente che il settore dei trasporti (compresi quelli militari) contribuisce per il 30% all’emissione globale dei gas serra. Teniamo presente che una candela di cera che brucia fino alla fine produce in media 15 grammi di CO2, ma una granata che scoppia provoca un effetto ben maggiore, per non parlare di un’autobomba. Teniamo anche presente che una vettura qualsiasi produce 1 kg di CO2 ogni 3 o 4 km, ma un automezzo militare in media ne produce almeno 10 volte tanto. Pensiamo poi al fatto che i nostri condizionatori d’aria consumano energia elettrica, ma quelli impiegati in Iraq per climatizzare alloggi e uffici negli accampamenti sono alimentati da generatori che vanno a gasolio. E sono tantissimi: quando gli Americani se ne andranno dall’Iraq, assisteremo al più massiccio trasferimento di condizionatori d’aria della storia dell’umanità. Per alimentare i condizionatori è comprensibile che le truppe non usino le locali linee elettriche, sia perché sarebbe immorale togliere elettricità ai locali, sia perché un attentato alle linee causerebbe un blackout anche ai militari. E’ meno comprensibile, invece, che in un posto ricchissimo di sole e di vento le truppe non usino né un pannello solare né una turbina eolica, bensì milioni e milioni di ettolitri di gasolio che arrivano dal Kuwait a mezzo autocisterne (che ovviamente vengono regolarmente attaccate dalla guerriglia). Sicuramente esistono studi approfonditi in materia, ma temo che ci sia una certa riluttanza a renderli pubblici.

  9. Rispondo a Franz
    Caro Franz, a giudicare dal soave suono del motto riportato sull’iscrizione rinvenuta in Sarchiaponghia, immagino che quest’ultima sia ubicata non lontana dalle Valli del Natisone (mi corregga se sbaglio). La risposta al settimo dubbio è semplice ma amara: lavorare in silenzio? Non ne siamo capaci.

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