Questione regionale

La pace tra israeliani e palestinesi? Adesso meglio di no

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Poco tempo fa, durante una riunione informale di mandarini della politica estera e di mercanti d’opinione, l’ex capo di una nazione alleata ha detto di aver consigliato al presidente Obama di spingere il più possibile per un veloce accordo sul conflitto israelo-palestinese. Gran parte dei partecipanti alla riunione ha assentito col capo. Io mi sono morso la lingua e ho aspettato un momento di pausa per attaccare bottone, nei pressi dei dispenser di tè e caffè, con quell’uomo di stato. Posso farle una domanda? Lui, gentilmente, mi ha risposto di sì.

Signore, se lei fosse Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità palestinese, farebbe la pace con gli israeliani? Lei si rende conto che quella pace porterebbe enormi benefici alla sua gente e, allo stesso modo, agli israeliani. D’altro canto, sa anche che mentre voi detenete il potere nella West Bank, Hamas comanda a Gaza. E Hamas – per ragioni di natura teologica e politica – si rifiuta di accettare l’esistenza di una nazione mediorientale che non sia a guida musulmana.

Inoltre, Hamas è finanziata e preparata da un regime iraniano che, anch’esso, vorrebbe vedere lo stato d’Israele cancellato dalla cartina geografica. Teheran sta cercando di dotarsi, in tempi brevi, di armi nucleari da utilizzare per il perseguimento di quell’obiettivo.

Non crede che se dovesse firmare un trattato di pace con Israele, come ha fatto nel 1979 il presidente egiziano Anwar Sadat, farebbe la stessa fine di Sadat, assassinato nel 1981da jihadisti autoproclamati?

(Nota storica: La fatwa che autorizzava l’assassinio di Sadat era stata emessa da Omar Abdel-Rahman, un religioso egiziano che in seguito si sarebbe trasferito negli Stati Uniti, nelle cui moschee avrebbe predicato e lanciato appelli per il “jihad contro gli infedeli”. La sua carriera si è interrotta nel 1996, quando il procuratore federale Andrew C. McCarthy ha dato ad Abdel-Rahman, conosciuto anche come lo “sceicco cieco”, il carcere a vita per il suo ruolo nel primo attacco al World Trade Center).

L’uomo di stato ha ammesso che porre fine al conflitto in questo momento, per Abbas, richiederebbe coraggio. Ciò vuol dire che avrà bisogno di un forte sostegno da parte di chi fra di noi si è impegnato per la pace. Ho chiesto: come dovremmo dimostrare questo sostegno? Il suo paese dovrebbe fornire delle guardie del corpo ad Abbas? E Abbas dovrebbe accettare una guardia pretoriana composta da stranieri? Sarebbe situazione scomoda, ha concesso. Ma a problemi del genere possiamo trovare soluzioni.

L’ho incalzato: quali concessioni ritiene debba fare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nella consapevolezza che un trattato di pace potrebbe condurre al rovesciamento di Abbas e a un nuovo rimpiazzo che difficilmente si sentirà in obbligo di mantenere una qualunque promessa fatta da Abbas?

I ritiri d’Israele dal Libano meridionale e da Gaza non hanno favorito la causa della pace. Al contrario, entrambi i territori sono diventati basi terroristiche dalle quali sono stati lanciati missili verso le città israeliane. Cosa potrebbe impedire che accada la stessa cosa nella West Bank, che è adiacente ai più popolosi centri israeliani?

Lui ha detto che ci sarà bisogno di forze di pace internazionali. Io ho osservato che forze di pace internazionali erano state stanziate nel Libano meridionale alla conclusione della guerra iniziata lì da Hezbollah nel 2006. Ciò nonostante, Hezbollah ha importato migliaia di missili che, proprio in questo momento, sono puntati su Israele. Non è ormai evidente che non si può fare affidamento sulle forze internazionali per la difesa degli israeliani? E anzi, non è ovvio che le Nazioni Unite – ora regolarmente manipolate dall’Iran e dagli altri membri dell’Organizzazione della conferenza islamica – sono divenute, de facto, alleate dei nemici d’Israele?

E allora, su queste basi, consigliare al presidente Obama di spingere il più possibile per un veloce accordo sul conflitto israelo-palestinese è davvero la condotta più saggia? Non sembra probabile che questo tentativo possa condurre, paradossalmente, a ulteriori spargimenti di sangue? Lui ha ricordato che si tratta di un problema complesso, troppo complesso per essere affrontato durante la pausa di una conferenza. Poi, educatamente, si è congedato.    

La sua prospettiva, comunque, resta saggezza convenzionale, a maggior ragione da quando all’inizio del mese, dopo un anno e mezzo di stallo, sono ripartiti i negoziati diretti fra palestinesi e israeliani. Quello che - temo - lui e altri stanno mancando di riconoscere è che Israele è in guerra con i palestinesi, con gli arabi, e con gran parte del “mondo musulmano” non a causa di quello che fa, ma a causa di quello che è: l’ultimo, piccolo, pezzo di terra tra il Marocco e il Pakistan non ancora sotto una qualche forma di potere islamico.  

Se a questo punto i negoziati non possono essere il percorso di pace, cosa può esserlo? La sconfitta, su fronti multipli, di quelli che il presidente Obama preferisce definire “estremisti violenti”. Se si facessero fallire le ambizioni nucleari iraniane, se si riuscisse a indebolire ulteriormente al-Qaeda, se Hamas perdesse forza a Gaza e se Hezbollah non riuscisse a farsi largo con prepotenza fino al potere in Libano, potrebbe finalmente avere inizio un significativo “processo di pace”. Riducete la pressione esercitata dai jihadisti, e i palestinesi e gli israeliani potrebbero trovare il modo di vivere da buoni vicini.

L’idea che per israeliani e palestinesi possa esserci una pace separata è affascinante, come lo è la teoria che una tal pace sottrarrebbe l’energia ai regimi, ai gruppi e ai movimenti jihadisti che incitano allo scontro di civiltà con l’Occidente. Ma il concetto è fittizio e la teoria è sbagliata, ho fatto del mio meglio per comunicarlo all’ex capo di stato. Non sono sicuro di esserci riuscito.

© Scripps Howard News Service
Traduzione Andrea Di Nino

Clifford D. May è Presidente della Foundation for Defense of Democracy (FDD) di Washington, DC.

 

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