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Esclusiva per L'Occidentale

La Pasqua nel tempo del Coronavirus

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C’è un punto comune tra il contenuto della Pasqua e la tragedia del coronavirus: entrambi sono fatti concreti, che accadono e si verificano. Questo è evidente a tutti per la pandemia del coronavirus ma è vero anche per la Pasqua, nella sua duplice dimensione: la morte e la risurrezione di Gesù di Nazaret. Infatti la sua morte in croce è quanto di più certo storicamente si possa immaginare. La sua risurrezione richiede certamente un atteggiamento di fede, perché il riconoscerla implica automaticamente credere in Cristo, accogliere la fede cristiana, ma ciò in cui così crediamo non è un mito o qualcosa di simile, è una realtà che ha i piedi ben piantati dentro alla storia, anche se si protende al di là della storia, perché Gesù è risorto per non morire più, per entrare con la sua concreta umanità nella pienezza della vita di Dio.

Una differenza balza però agli occhi: il coronavirus è un fatto di oggi, la croce e risurrezione di Cristo risale a duemila anni fa. Sembra quindi che il coronavirus riguardi noi, uomini di oggi, molto più da vicino. Anche qui, tuttavia, le cose non sono così scontate. La Pasqua non è solo una realtà del passato: anche oggi viene celebrata e da duemila anni sta incidendo sulla vita dell’umanità, ha prodotto e produce schiere di uomini e di donne che cercano di vivere come Cristo, di donare la propria vita come ha fatto lui. La Pasqua, pertanto, riguarda anche il presente e riguarderà il futuro, quando della presente epidemia si conserverà a stento il ricordo.

Cosa dunque possiamo sperare dalla Pasqua, di fronte alla minaccia del coronavirus? Anzitutto qualcosa di cui si parla troppo poco: la risurrezione e la vita eterna per i nostri fratelli in umanità che sono morti per il coronavirus. Questa non è una magra consolazione, è qualcosa che vale di più di moltissimi anni di vita terrena. Non possiamo sapere se nei giorni in cui facciamo memoria della sua morte e risurrezione Gesù di Nazaret vorrà affrettare la fine dei questa epidemia. Possiamo però chiederglielo con umiltà e con fiducia, confidando nella forza di quell’amore che lo ha spinto a dare per noi la sua vita.

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