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Tra fiaba e realtà

La principessa, il drago e San Giorgio: la scrittura fantasy tra amore e battaglia

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Ce l’ha spiegato Chesterton, perché una storia funzioni, perché di notte restiamo svegli per arrivare fino alla pagina successiva, perché entri nei nostri sogni, devono esserci tre personaggi: la principessa, San Giorgio, il Drago.

Ogni romanzo deve conoscere il principio dell’amore e della battaglia: deve esserci una principessa, l’oggetto per il quale battersi, deve esserci il drago che la tiene in ostaggio, e deve esserci lui, San Giorgio, che è colui che ama e combatte. La principessa può anche essere il mondo o la terra di mezzo, ma il punto fondamentale è che San Giorgio, o chi per lui, ama e combatte. Ed ha ragione Chesterton quando afferma che uno dei più tragici errori della cinica filosofia moderna è che l’amare e il battersi siano stati messi in due campi diversi, anzi opposti. Non è possibile amare qualcuno senza essere disposti a combattere. Non è possibile combattere se non si ama.

Per carità, anche il minimalismo è un gran bel genere, però è difficile restare su fino alle due del mattino a leggere venti pagine di descrizione di un tavolino.

Ne “L’Ultimo Elfo”, ne “L’Ultimo Orco”, in “Arduin il rinnegato” e nella maggioranza dei miei libri la narrazione è fatta mediante l’artificio della falsa terza persona alternata.

E’ soggettiva: la storia viene vista sempre da un punto di vista soggettivo e il soggetto cambia nei vari capitoli. Questo permette di renderci conto di come la realtà sia diversa per ognuno di noi e di come l’incomprensione sia costantemente e inevitabilmente presente anche tra persone che si amano.

Ci sono dei trucchi del mestiere per le descrizioni: conservate le fotografie che vi affascinano, è molto più facile descrivere qualcosa che si sta guardando che non qualcosa di completamente immaginato.

Tra tutte le raccomandazioni la più importante è quella fatta da Primo Levi a chi gli chiedeva consigli su come scrivere: per poter scrivere è necessario avere qualcosa da dire.

Ci deve essere un’emozione, una passione che è rimasta dentro.

L’idea è nata addirittura nella mia infanzia. Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. Il cane e io lo accompagnavamo in queste marce, che spaziavano dalle scogliere al Carso, passando dalle strade della città e dai moli del porto. Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano.

E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito?

Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano.

Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile. L’idea dell’ultimo elfo nasce dall’orrore del genocidio.

In realtà non è nella storia del mondo, ma in quella dell’infanzia che esiste un periodo magico, dove fate e gnomi si inseguono. Quando la magia scompare, lascia il posto alla Storia, quella di Giulio Cesare e Carlo Magno, dove le fate sono state chiamate streghe e hanno avuto veri roghi nel loro destino, e dove i popoli a volte scompaiono, come già mio padre mi aveva spiegato allora e come ancora scopersi dopo, nelle desolate lande africane. La letteratura fantasy contiene l’etica e l’epica: quando un popolo non ha più l’etica e l’epica si sta candidando a diventare un popolo di servi o un popolo di morti. Quando Churchill ha fermato Hitler, i cavalieri della tavola rotonda erano con lui.

Non è un caso che l’Italia, paese giovane, che per lunghissimi secoli è stata priva di libertà, unità e decenza, sia meno ferrata nella letteratura fantasy dei paesi anglosassoni.

E poi c’è la passione. Perché la storia funzioni bisogna viverci dentro, deve essere una specie di ossessione.

Nella mia testa le città di Varil e Daligar vivono e splendono sotto il sole del tramonto, una di marmo bianco, l’altra di mattoni rossi, cotti nelle fornaci. Il fumo degli incendi ha nascosto quello degli arrosti lasciati a carbonizzarsi nella mia cucina. L’ombra delle catapulte ha celato, inghiottendoli, i sacchi della roba da portare in lavanderia, che sono stati dimenticati.

Nella mia testa il sangue versato, le parole dette, le lacrime piante e il vento che soffia sulle colline sono veri, e, per la seconda volta in vita mia, ho la sensazione di far nascere un valore che senza di me non potrebbe esistere. (la prima volta è stata nella sala parto dell’Ospedale di Moncalieri).

Ho un curioso pensiero, probabilmente è solo una presunzione, un’arrogante spacconata, ma continuo ad essere certa che, in qualsiasi momento il mio cuore dovesse fermarsi, io non avrò paura, perché chi ha avuto l’onore di far nascere due volte nella stessa vita, può guardare in faccia l’angelo della morte. Solo chi non ha mai avuto passioni, lo teme.

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