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La profezia di Berto, la destra congelata

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40 anni fa moriva a Roma Giuseppe Berto,  uno dei più grandi scrittori e intellettuali italiani del dopoguerra.  Veneto, ma sepolto a Capo Vaticano,  in Calabria,  su quel promontorio dove si vede il mare che descrisse nel finale de "Il male oscuro", l'opera che gli valse la notorietà e che racconta la sua tormentata nevrosi.

Un libro paragonabile per forza introspettiva allo Zeno di Svevo o all'Ulisse di Joyce di uno scrittore complicato e geniale ,anticonformista sino al parossismo.

La sua produzione letteraria,  da "Guerra in camicia nera" a "La Gloria" (esilarante rivisitazione del ruolo centrale di Giuda nell' affermazione del cristianesimo) sino ad "Anonimo Veneziano" è ancora poco nota al grande pubblico.

L'intrusione bertiana nel panorama editoriale monopolizzato dal post esistenzialismo lo pose in chiave antitetica alla vulgata moraviana.  La sua tradizione letteraria era confacente a Gadda come punto di riferimento contemporaneo.

Giuseppe Berto, però, era anche un reazionario dinamico, un ossimoro che nasceva non solo dal suo carattere, quanto dalla dispersione collettiva di una generazione collaterale al fascismo che non si concesse mai all'opzione gramsciana .

Nel 1972,  Berto scrisse un libello profetico per la destra congelata dell'epoca che andrebbe riletto da chiunque consideri incompiuto e fallimentare il processo di costruzione della destra culturale.

Nella riedizione che Marsilio (grazie alla lungimiranza di Cesare De Michelis) ha pubblicato a cura di Massimo Fini,  vi si scorge l'attualità impressionante di un pensiero che declama la necessità di una riforma complessiva del concetto di Stato.

Berto analizza la crisi della magistratura anticipando incredibilmente la stagione dei conflitti. Recupera la vocazione antropologica della destra , lanciando un avvertimento alla stagnazione imperante.

La sua collocazione dimensionale ne fa uno dei più lucidi intellettuali non allineati. Inascoltato e incompreso, sepolto dall'oblio di una destra di governo plebea. Rileggerlo è un doveroso esercizio di irrobustimento culturale,  per cogliere l'occasione di rompere l'unilateralismo dogmatico che regna ancora sovrano nel panorama letterario e politico italiano
 

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