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La pubblica amministrazione alla prova dei “bisogni radicali” (di C. Togna)

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L’azione concreta di governo ha riportato al centro dell’attenzione il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione quale “soddisfazione di bisogno”. Il termine “bisogni” era scomparso dal lessico del governo Conte, sostituito dalla dicotomia, creata dalla concreta azione del governo medesimo, tra cittadini “garantiti” e cittadini “non garantiti”. Anche le azioni a favore dei non garantiti, agre e stentate, venivano chiamate ipocritamente “ristori”: per non dar l’impressione che il popolo dei garantiti fosse realmente in stato di bisogno.

Va dato atto al ministro Renato Brunetta di aver reintrodotto il termine “bisogni” quale cifra operativa prima e culturale poi dell’azione della macchina amministrativa in tema di servizio e di efficientamento.

Ma, innanzitutto, quali “bisogni”?

Nella lettura che ne dà, secondo Rovatti, la Heller (La teoria dei bisogni in Marx), quello dei bisogni può essere un ambito vago, indeterminato, del tutto empirico; occorre dunque costruirne la teoria, distinguere un tipo, un sistema di bisogni da un altro tipo e sistema. Emerge, nell’analisi della Heller, la convinzione che il piano dei bisogni determini una transizione di fase dal bisogno basato sul bisogno di avere al bisogno basato sulla ricchezza dei “bisogni qualitativi” e “socialmente prodotti” che integrano e correlano i bisogni esistenziali.

Pare di poter inferire nella concreta azione del titolare del ministero della Pubblica Funzione il tentativo di un superamento dei “bisogni naturali”, cui si è tentato malamente con il governo Conte di ovviare con i cd. ristori, a favore di “bisogni radicali” che emergono nel processo di socializzazione e di strutturazione di uno stato che sia comunità. Quindi non solo risposte a bisogni “necessari” (quelli diretti alla mera sopravvivenza) ma bisogni “radicali” che sorgono storicamente e nei quali l’elemento culturale, di sviluppo industriale di un modello di società sono decisivi ed il cui soddisfacimento è parte costitutiva della vita “normale” del cittadino di qualunque classe o censo.

E’ del tutto evidente che i bisogni radicali di un cittadino, all’attualità, siano diversi da quelli del lavoratore ottocentesco: ma, posta la base comune dei bisogni necessari, emergono una serie di bisogni di natura qualitativa altrettanto indispensabili e necessari. E il funzionamento efficiente e performante della pubblica amministrazione, unitamente al suo rapporto con l’utente-cittadino, per la pervasività relazionale della pubblica amministrazione in ogni settore del quotidiano (dal semplice rilascio di un documento ai vari permessi e autorizzazioni alle attività) diviene elemento fondante di una comunità prima e dell’economia di una nazione poi. E di questo va dato atto all’attuale gestione.

Va dato atto, cioè, di aver trasportato l’agire della pubblica amministrazione nell’ambito dei “bisogni radicali” che si sovrappongono, integrandoli, ai bisogni esistenziali: bisogni radicali che sorgono all’interno di una struttura occidentale capitalista pur rimanendo bisogni non riducibili alla sola logica utilitaristica.

Si scorge oggi, insomma, il tentativo di ribaltare il rapporto amministrazione-cittadino con l’arretramento della concezione della “dittatura burocratica” a favore di un processo di trasformazione, che vede l’utente protagonista, dell’intera struttura dei bisogni (e dei valori) nel processo della loro oggettivazione. In bocca al lupo, ministro.

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