La riduzione delle tasse è nel codice genetico del Pdl. Aspettare non serve

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La riduzione delle tasse è nel codice genetico del Pdl. Aspettare non serve

18 Gennaio 2010

Finalmente una buona notizia emerge dal dibattito politico italiano. La questione fiscale è tornata al centro dell’attenzione! Dopo anni trascorsi in compagnia delle polemiche su conflitto di interessi, leggi ad personam e riforma della giustizia, dopo noiosissimi mesi passati in compagnia di veline ed escort, dopo la stagione del pettegolezzo politico-giudiziario-giornalistico, dopo le inevitabili tensioni su candidature, alleanze e forni in vista delle prossime elezioni regionali, la politica nazionale torna ad occuparsi della questione centrale di ogni democrazia. Quante risorse sottrarre alle decisioni di spesa e di investimento di ciascun cittadino per finanziare l’insieme delle spese e degli investimenti decisi dai poteri pubblici.

Ancora una volta la grande abilità comunicativa di Silvio Berlusconi ha fatto centro ed ha scompaginato i piani degli altri attori del teatrino della politica costringendoli ad occuparsi di un tema diverso da quello che li appassiona moltissimo (ma è assai meno appassionante per i comuni mortali) dei rapporti di forza fra di loro. E immediatamente è iniziato l’atavico confronto fra le due diverse concezioni del mondo che da sempre si confrontano in materia di riduzione delle imposte.

E’ possibile (ed opportuno) ridurre da subito la pressione fiscale perché in tal modo si da slancio all’economia e si garantisce che il volume complessivo delle entrate pubbliche non crolli (con effetti devastanti sul debito pubblico) ovvero, per consentire una riduzione del carico fiscale virtuosa per l’economia, è necessario prima ridurre la spesa pubblica? E, inoltre, è opportuno avviare la riduzione delle imposte oggi quando stiamo faticosamente uscendo da una grave recessione economica proprio per agganciare la ripresa economica annunciata da più parti o non è, piuttosto, necessario attendere che la ripresa si sia consolidata ed il sistema abbia recuperato gli effetti della crisi?

Sarà forse il riflesso condizionato del nostro spirito liberale, sarà forse la nostra cronica sfiducia nelle virtù taumaturgiche della spesa pubblica, ma certo a nostro avviso entrambi i dubbi sono infondati. Pensare di condizionare l’avvio di una politica di riduzione del carico fiscale, alla realizzazione di una efficace politica di riduzione della spesa pubblica che crei sufficienti margini finanziari nel bilancio pubblico è, evidentemente, una pia illusione. Un’illusione che ricorda l’episodio di Bertoldo che, avendo ottenuto dal Re la grazia di potersi scegliere l’albero al quale essere impiccato, quest’albero non trovava mai. E che quando alla fino lo trovò si trattava di un alberello giovanissimo e che avrebbe impiegato diversi anni per crescere e poter essere utilizzato per la sua impiccagione. La verità è che ridurre le spese pubbliche non piace a nessun politico e l’unico modo per farlo è avviare subito una politica di riduzione delle tasse che renda obbligata tale strada.

Quanto alla questione relativa alla relazione tra crisi economica, ripresa e riduzioni fiscali, crediamo sbagliata l’idea keynesiana in base alla quale la migliore ricetta per uscire dalle fasi di crisi sia l’aumento della spesa pubblica (per di più finanziata in deficit). Al di là dei profili di pura teoria economica (che volentieri lasciamo agli economisti, dai quali – come ammonisce il Santo Padre – ci teniamo a distanza), nostra ferma convinzione è che la spesa pubblica sia enormemente inefficiente nello stimolare i processi di crescita economica e che, anche scontando un’ipotetica riluttanza dei privati a spendere e ad investire nei periodi di crisi, per rilanciare l’economia sia comunque preferibile stimolare i consumi privati con una riduzione delle imposte. La nostra idea di fondo (forse un po’ primitiva ma comunque efficace) è che la spesa pubblica non serva affatto a sostenere i processi di crescita economica ma serva (quando è ben fatta) solo a produrre quei beni (i beni pubblici appunto) ed a raggiungere quegli obiettivi sociali (l’equità, la redistribuzione, la tutela dei soggetti più deboli) che il mercato non è in grado di produrre o di raggiungere.

Ma, tornando al nostro dibattito politico, non possiamo tacere una forte preoccupazione. Il timore è che l’uscita del Cavaliere sia nient’altro che un fuoco di paglia. Che la riduzione fiscale finisca per trasformarsi in uno dei personaggi di quel teatrino della politica che egli tanto aborrisce. Un tema del quale si parla tanto ma sul quale poi non si conclude nulla. E questo sarebbe un rischio grave per il Paese e per Berlusconi. Per il Paese perché a furia di parlare di riduzione delle tasse e di non farne nulla, gli italiani si convinceranno che si tratta di una politica ad oggetto impossibile e si rassegneranno a convivere con una pressione fiscale altissima, a prescindere dal colore politico del Governo e della maggioranza che lo sostiene.

Ma ancora più grave è il rischio che corre Berlusconi. La riduzione fiscale è nel codice genetico del corso politico avviato dal Cavaliere nel 1994. Una delle ragioni fondatrici di Forza Italia prima, e del PdL poi, è stata proprio la liberazione dell’Italia dalla cappa del fiscalismo statalista nella quale cinquant’anni di Prima Repubblica l’avevano fatta precipitare. Una cappa talmente asfissiante che il tema della riduzione delle tasse era, sino al 1994, sostanzialmente espulso dal dibattito politico. Una delle migliori intuizioni di Berlusconi è stata quella di capire, prima e meglio di altri, che il Paese era su questo insofferente e voleva, come tutte le grandi democrazie del mondo, porre il tema del patto fiscale al centro della scena politica. Ma a questa intuizione non sono sinora seguiti comportamenti adeguati e coerenti. Sono passati oltre quindici anni, con vicende tumultuose e andamenti incerti, con qualche iniziativa isolata (abolizione dell’imposta di successione, abolizione dell’ICI sulla prima casa) con qualche tentativo abortito (la riforma tremontiana delle due aliquote della XIV legislatura), ma certo il tema fiscale è rimasto sostanzialmente identico. Rilanciarlo oggi va benissimo. Probabilmente è l’ultima occasione per farlo. Ma occorre farlo in modo serio e coerente, in modo coraggioso e ponderato. La capacità comunicativa è virtù essenziale in politica e lo è in modo particolare nell’attuale fase storica. Ma deve essere chiaro che non basta saper comunicare, occorre essere in grado di far seguire fatti (almeno qualcuno) alle parole!