L’affronto di Marchionne: “Senza l’Italia la Fiat farebbe molto meglio”

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L’affronto di Marchionne: “Senza l’Italia la Fiat farebbe molto meglio”

24 Ottobre 2010

Sergio Marchionne attacca ("Senza l’Italia la Fiat farebbe meglio"), i sindacati controbattono ("parla come fosse a capo di una multinazionale straniera"), il governo, per bocca del titolare al Lavoro, Maurizio Sacconi, precisa ("Marchionne non dimentichi che i sindacati e le istituzioni si sono già rese concretamente disponibili ai necessari cambiamenti").

La "provocazione" dell’amministratore delegato della Fiat, intervistato per la prima volta in televisione da Fabio Fazio a "Che tempo che fa", non tarda a scatenare una serie di reazioni nel mondo sindacale e politico italiano. "Senza l’Italia – attacca – Fiat farebbe meglio, ma il Lingotto nel Bel Paese ci vuole stare ed è disposto a monetizzare con aumenti salariali l’incremento di efficienza nelle fabbriche, ritenuto come l’anello debole del sistema": con indosso l’immancabile maglioncino blu, il manager Fiat taglia corto sulle presunte ambizioni politiche ("Non scherziamo, sono un metalmeccanico, faccio auto, camion e trattori") e insiste sul "nuovo corso" avviato con la Fabbrica Italia: "Fiat – dice – potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia", aggiungendo che "nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010 arriva dall’Italia".

Secondo Marchionne, poi, "Fiat non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre". Parole che, alle orecchie dei sindacato suonano più o meno come un ennesimo schiaffone: Marchionne parla «"ome se la Fiat fosse una multinazionale straniera che deve decidere se investire in Italia", attacca Giorgio Airaudo (Fiom). Anche gli altri sindacati, con sfumature e toni diversi, non apprezzano le parole del supermanager Fiat. "Marchionne – dice Rocco Palombella della Uilm – deve evitare di continuare ad umiliare i lavoratori e il sindacato che si è assunto la responsabilità di gestire anche accordi difficili". E anche Bruno Vitali (Fim), "Marchionne deve credere di più nell’Italia e smettere di tenere tutti appesi".

La Fiat, aveva chiosato Marchionne, ha ripagato "qualsiasi debito verso lo Stato in Italia. Non voglio ricevere un grazie, ma non accetto che mi si dica che chiedo assistenza finanziaria". L’Italia oggi si trova "al 118/mo posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48/mo posto per la competitività del sistema industriale. Siamo fuori dall’Europa e dai Paesi a noi vicini – ha proseguito Marchionne – Negli ultimi 10 anni l’Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri Paesi, ma non è colpa dei lavoratori".

Una puntualizzazione che non deve essere particolarmente piaciuta al ministro Sacconi che a stretto giro gli ricorda che "l’Italia è un Paese che ha già dimostrato l’attitudine ad evolvere verso una maggiore competitività nel rispetto dei diritti dei lavoratori incluso il diritto ad incrementi salariali legati a una maggiore produttività. Se è legittimo invocare maggiore produttività, Marchionne – chiarisce Sacconi – deve anche ricordarsi che la maggioranza del sindacato e le istituzioni si sono già rese concretamente disponibili ai necessari cambiamenti".

Marchionne aveva ricordato che in Italia "qualcosa bisogna fare, perché non c’è nessuno straniero che investe qui". Soprattutto, secondo il manager italo-canadese, "gli attacchi verso la Fiat di questi giorni sono fuori posto e non aiutano a richiamare investimenti in Italia dall’estero". In questo quadro Marchionne inserisce la proposta per le fabbriche italiane, avversata dalla Fiom, ma ora oggetto di critiche anche da Fim e Uilm, dopo la proposta di estendere a Melfi le regole approvate per Pomigliano. "La proposta che abbiamo fatto – ha aggiunto – è dare alla rete industriale di Fiat la capacità di competere con i Paesi vicini a noi, in cambio io sono disposto a portare il salario dei dipendenti a livello dei nostri Paesi vicini". "Il salario cambierà – ha precisato – se cambierà il sistema di produzione in Italia, può darsi che sia un cambiamento difficile da sopportare, ma vogliamo migliorare i 1.200 euro di stipendio ai dipendenti".

Per questo "serve un progetto condiviso, non posso accettare che tre persone mi blocchino un intero stabilimento, questa è anarchia non democrazia". "A Pomigliano – ha concluso – non abbiamo tolto il minimo diritto, abbiamo cercato di assegnare la responsabilità della gestione di uno stabilimento ai sindacati per gestire insieme a loro le anomalie: quando il 50% dei dipendenti si dichiara ammalato in un giorno specifico dell’anno – ha concluso con una semibattuta – vuol dire che c’è una anomalia. Dipende da che partita c’e".