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Proteste e provocazioni

L’Africa prima diserta e poi torna a Copenaghen per difendere Kyoto

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"Non accetteremo mai che Kyoto venga ucciso," aveva detto provocatoriamente un delegato del Mali questa mattina al vertice di Copenaghen, "questo significherebbe uccidere l'Africa". Con parole del genere, i Paesi africani e del "G77" hanno abbandonato temporeamente i lavori della Conferenza di Copenaghen, denunciando il tentativo da parte delle grandi potenze di aver tradito il protocollo di Kyoto e dunque gli accordi sui tagli delle emissioni inquinanti già definite nel trattato. Per poi farvi ritorno, dopo aver avuto rassicurazione dalle grandi potenze.

"L'Africa ha tirato il freno d'emergenza," ha spiegato Jeremy Hobbs di Oxfam International, "per evitare che il treno deragli alla fine della settimana" - un modo, insomma, per evidenziare le mancate promesse degli anni scorsi. "I paesi poveri vogliono vedere un risultato che garantisca drastici tagli delle emissioni mentre i paesi ricchi stanno cercando di ritardare le discussioni sull'unico meccanismo che abbiamo per ottenerli, il protocollo di Kyoto".

Sabato scorso sono arrivati nella capitale danese i ministri di oltre 100 Paesi, per partecipare alla seconda fase della 15esima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Dovranno trovare la quadra di un negoziato che fino adesso è stato caratterizzato da forti contrasti, com'è avvenuto ieri durante la riunione informale del "gruppo ristretto" formato dai 45 Paesi leader riuniti al Bella Center.

Il ministro dell'ambiente italiano, Stefania Prestigiacomo, è intervenuta per dire che le posizioni dei suoi colleghi sono "molto lontane" tra loro. "A volte - ha detto la Prestigiacomo - sembra di assistere a un dialogo fra sordi. È necessario uno sforzo straordinario e una motivazione ancora più forte per poter giungere ad una intesa qui a Copenhagen". Senza un forte impegno di Stati Uniti, Cina e degli altri grandi Paesi emergenti, ha concluso il ministro "si rischia di replicare il fallimento di Kyoto, che è poi il fallimento delle politiche internazionali di riduzione dei gas serra".

La nuova settimana del vertice prevede una sessione ministeriale ufficiale, durante la quale i rappresentanti delle varie nazioni saranno chiamati ad analizzare i documenti preparati dai gruppi tecnici di lavoro. I documenti saranno discussi e dovrebbero essere firmati dai rispettivi capi di stato e di governo, riuniti nella Conferenza delle parti, organo decisionale supremo della Convenzione, nella parte conclusiva della summit.

Sul tavolo dei negoziati, i ministri troveranno due documenti elaborati la scorsa settimana, uno dai tecnici degli Stati aderenti alla Convenzione dell’ONU sul clima, e l’altro relativo agli stati segnatari del protocollo di Kyoto. Le bozze, pur lasciando molti spazi vuoti, enunciano i principi di base dell’accordo. Innanzitutto, quello delle responsabilità comuni ma differenziate, ritenuto indispensabile dai grandi Paesi emergenti, Cina in primis: i paesi avanzati dovranno farsi carico della maggior parte dei tagli delle emissioni inquinanti. I Paesi in via di sviluppo dovrebbero invece adottare delle misure di riduzione interne che saranno sostenute dalle nazioni più industrializzate attraverso il trasferimento di finanziamenti e tecnologie.

Tra le principali novità che emergono dai testi, c'è l’intenzione di fermare il rialzo delle temperature tra 1,5 e 2 gradi. Un altro principio riguarda l'appello a prolungare il protocollo di Kyoto, in scadenza al 2012, fino al 2020. Il nodo fondamentale da sciogliere sarà quello relativo alle modalità di finanziamento dei progetti nazionali dei Paesi in via di sviluppo. L’Unione europea ha già fatto sapere di aver messo a disposizione dei fondi per gli stati più poveri, per un valore complessivo di 7,2 miliardi di euro per 3 anni. L’Italia metterà sul piatto 600 milioni di euro. Ma il vice ministro cinese He Yafei ha fatto sapere che il finanziamento a corto termine non è la risposta giusta e che non sarà sufficiente per sostenere i Paesi in via di sviluppo nella riduzione delle emissioni.  Un' altra questione da risolvere sarà quella relativa all'entità dei tagli. Il gruppo della Convenzione Onu, di cui fanno parte anche gli Stati Uniti, ha proposto dei tagli da un minimo del 50 per cento a un massimo del 95 per cento entro il 2050, rispetto ai livelli del 1991. Il gruppo di Kyoto propone obiettivi più modesti: dal 30 per cento al 40 per cento.

A una settimana dall'inizio del vertice, emergono le diverse posizioni dei Paesi riuniti a Copenaghen. Il gruppo dei grandi emergenti (Cina, India, Sudafrica e Brasile) sembra voler seguire una posizione comune, scaturita durante un incontro alle fine di novembre: l'accordo di Kyoto non si negozia e s'invitano gli Usa ad aderirvi. Il China Daily, quotidiano anglofono, voce della Repubblica popolare all'estero, chiede di scegliere la via del "realismo", per giungere ad un accordo vincolante. Gli Usa da parte loro hanno affermato di poter ridurre le emissioni del 4% da qui al 2020. Un obiettivo senz'altro realistico, ma considerato troppo modesto dal premier belga Yves Laterme. Resta da vedere se l'accordo finale sarà influenzato dal cosidetto "Compromesso di Singapore": il 15 novembre scorso, durante il vertice dell'Apec, il premier danese Lars Locke Rasmussen aveva proposto di giungere ad un accordo sul clima in due fasi: un accordo politico a Copenaghen e un'intesa legalmente vincolante da sancire nei colloqui successivi. La proposta aveva incontrato l'approvazione della maggior parte dei leader presenti, compresi Obama e Jintao. Il giorno dopo, a Pechino, Obama aveva invece parlato della necessità di un accordo con effetti immediati.

Intanto, intorno al vertice, si accendono le polemiche. Sabato scorso a Copenaghen si è svolta una grande manifestazione di ambientalisti, no global e attivisti verdi. 30.000 persone secondo la polizia, 100.000 secondo i manifestanti, che si sono date appuntamento nella capitale danese per chiedere ai decisori di giungere ad un accordo vincolate. Alcuni manifestano contro il raggiungimento di un accordo, come Climate Justice Action. Le motivazioni dei critici sono legate al fallimento dell'accordo di Kyoto: dal 1990, le emissioni, anziché diminuire, sono aumentate del 40 per cento. Il commercio delle emissioni, previsto nell'accordo, ha permeso alle multinazionali di evitare di ridurre le emissioni, scegliendo in cambio di finanziare lo sviluppo di energie cosidette "pulite" nei paesi sottosviluppati, installando, ad esempio, delle monoculture di agrocarburanti, accusate di ridurre la biodiversità. Sempre nella giornata di ieri, nuove manifestazioni, scontri con la polizia, e un migliaio di arresti fra gli attivisti "green".

Un'altra nube continua ad oscurare il vertice di Copenaghen, il "Climategate". Nelle scorse settimane, degli hacker sono entrati nel sistema informativo dell'University East Anglia, riuscendo a intercettare delle mail scambiate dagli scenziati, dalle quali risulterebbe che alcuni autorevoli studiosi avrebbero forzato i dati relativi al riscaldamento del pianeta, per convincere gli scettici sulla necessità di un intervento. L'IPCC, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico dell'Onu, difende la validità delle sue proiezioni, ma c'è chi, come il rappresentante saudita al vertice di Copenaghen, chiede l'apertura di un'inchiesta gestita da un organo indipendente dall'IPCC. Mentre tutto il mondo guarda a Copenaghen, cercando di capire se si giungerà o meno a un accordo vincolante in grado di "salvare" il nostro pianeta, ci sono anche quelli che si chiedono se ci sia ancora davvero qualcosa da salvare.

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