L’America bianca si prende la rivincita grazie alla Corte Suprema
01 Luglio 2009
Chi è cresciuto negli anni Settanta ricorderà Grisù, il draghetto che da grande vuol fare il pompiere. Il Grisù protagonista della nostra storia si chiama Frank Ricci, ha 34 anni e vive a New Haven, una bella e verde città del Connecticut. Oltre a dare i natali al presidente George W. Bush, è anche la sede dell’Università di Yale.
Ricci da ragazzo voleva diventare pompiere come i suoi fratelli e lo zio. In America il pompiere è un’istituzione nazionale, una di quelle figure che ti accorgi quanto sono indispensabili solo quando ne hai realmente bisogno. Ricci il suo sogno l’ha realizzato da tempo. Presta servizio nella stazione dei pompieri fra Goffe e Webster Street, a qualche isolato di distanza dalla Yale Law School. Non si limita a soccorrere gattini appesi ai tetti ma salva la vita a un sacco di gente. Una media di 1.800 chiamate all’anno può bastare.
Nel 2003 decide di partecipare a un esame per conquistarsi i galloni di ufficiale. Studia per mesi allenandosi con i test scritti e orali. Una fastidiosa dislessia lo costringe a spendere migliaia di dollari per tradurre in video quello che dovrebbe leggere sui testi scritti. Supera la prova in modo brillante.
Logica vorrebbe che i risultati siano affidati esclusivamente ai test. Ma Ricci ha un problema. E’ bianco in una città dove tradizionalmente il lavoro di pompiere è affidato a gente della sua razza.
Quando le autorità di New Haven pubblicano i risultati dell’esame salta fuori che i 10 migliori candidati all’incarico di ufficiale sono tutti bianchi. Idem per i 10 che vogliono diventare capitano. Il primo afro-americano è al 14esimo posto. Il primo ispanico al 27esimo. E Ricci si trova di colpo a fare i conti con l’affirmative action, cioè con quell’impianto legislativo che distribuisce aiuti e scatti di carriera ai gruppi svantaggiati sulla base del loro numero.
New Haven, lo dice il nome, è terra di speranze e immigrazione. Dai Padri Fondatori che la raggiunsero tra il XVII e il XVIII secolo alle grandi migrazioni del XIX e del XX. Oggi la città è fatta per il 63 per cento di bianchi, per il 37 per cento di afro-americani e per il 9 per cento di “latinos” e ispanici. Ci sono anche asiatici, nativi e abitanti delle isole del Pacifico.
Nella piccola “insalatiera” della stazione dei pompieri, i bianchi hanno sempre conservato un posto privilegiato a discapito di altre minoranze.
Non che siano mancati i candidati neri durante l’esame del 2003. Ma qualcuno obietta che le prove scritte e orali non gli avrebbero facilitato la vita. Perché non sono state previste delle esercitazioni pratiche per valutare l’effettiva esperienza dei candidati? I rappresentanti delle comunità afroamericana mugugnano. Così il sindaco De Stefano decide di annullare l’esame.
“Fui il primo ad alzarmi e a dire che era una cosa sbagliata”, ricorda Ricci.
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Alla testa dei “20 pompieri di New Haven” (18 bianchi, 2 ispanici), Ricci inizia la sua battaglia nelle aule dei tribunali americani. Il primo giudizio è sfavorevole. Il giudice stabilisce che il sindaco ha fatto la scelta giusta perché i rappresentanti della comunità nera avrebbero potuto accusarlo di discriminazione razziale, se non avesse annullato l’esame.
Ricci non si arrende e ricorre in appello. Qui la sua storia s’incrocia con quella del giudice Sonia Sotomayor, che oggi è stata chiamata dal presidente Obama a ricoprire uno dei sacri seggi della Corte Suprema americana. Siamo nel 2008. La Sotomayor, insieme ad altri colleghi, conferma la sentenza di primo grado (“per curiam”, cioè attraverso una decisione collegiale e anonima).
La corte spiega che c’è stata “una disparità statistica su base razziale” nel caso dei pompieri di New Haven. Il timore di un’azione legale da parte dei vigili del fuoco neri che non hanno passato l’esame vale più del ‘diritto’ di chi lo ha superato con successo. Per i maligni, dietro la scelta della Sotomayor si nasconderebbe l’ideologia di una donna che si è sempre considerata una “Nuyorican” (una portoricana di New York) e che quindi è abituata a ragionare in termini di gender e identity politics.
Ai “20 di New Haven” resta un’ultima istanza. La Corte Suprema degli Usa. Che dagli anni Novanta ha assunto un colore e dei lineamenti sempre più conservatori.
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L’espressione che aveva lunedì scorso Frank Ricci quando è uscito sulle scale del Corte Federale di New Haven, annunciando di aver vinto la sua battaglia, diceva tutto. Un plotone di giornalisti era lì ad aspettarlo da ore. La Corte Suprema ha rovesciato la sentenza d’appello, affermando che il caso “Ricci vs. De Stefano” è un esempio di razzismo al contrario.
E’ stata una decisione coraggiosa e rischiosa, visto che non sappiamo come la prenderanno gli afroamericani che vivono a New Haven. E’ stato anche un messaggio rivolto alla giudice Sotomayor, come a dirle guarda che non avrai vita facile quando ti sarai insediata effettivamente nella Corte.
Gli altri membri di orientamento democratico invece hanno dovuto ingoiare il rospo. Secondo Ruth Bader Ginsburg – una delle due giudici donne della Corte insieme alla Sotomayor – lo spirito delle leggi che tutelano le minoranze negli Usa è stato tradito e il danno che ne seguirà sarà incalcolabile.
“E’ una sentenza che cambia l’orizzonte della giurisprudenza sui diritti civili” commentano impressionati gli azzeccagarbugli dell’università di Yale, mentre a qualche isolato di distanza, nella stazione dei pompieri di New Haven, i vigili del fuoco guardano i loro colleghi in tv. Poi scrollano le spalle e tornano al lavoro.
Ricci dice di non provare più la sensazione di frustrazione accumulata negli ultimi sei anni. La Corte Suprema gli ha dato ragione appellandosi a un’interpretazione restrittiva del "Titolo VII" del Civil Right Act approvato nel 1964. La legge garantisce che non ci siano discriminazioni razziali legate al colore della pelle, per esempio sul posto di lavoro, ma la Corte non ha badato esclusivamente alla dimensione legalistica di provvedimenti come il Civil Rights Act, guardando anche alle implicazioni etiche, politiche e sociali, del caso. I disparate impacts che si nascondono in una legge di vasto respiro come quella sui diritti civili.
Nella motivazione della sentenza, uno dei giudici ha detto di aver cercato il vero senso “originale e fondativo” del Titolo VII. Forse sarà un passo oltre il sistema delle “quote”. Per adesso la massima assise della giustizia americana ha dato ragione a Frank “Grisù” Ricci. La lotta all’interno della Corte Suprema non finirà qui.
