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"Mano tesa" dell'Europa

Le ambiguità della Siria rendono inutile il dialogo con l’Occidente

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L’attentato del 3 dicembre scorso a Damasco nel quartiere periferico di Sayda Zeinab, costato la vita ad almeno cinque pellegrini iraniani, ha riacceso i riflettori sulla Siria proprio nel giorno in cui Said Jalili, segretario generale del Supremo Consiglio iraniano per la sicurezza nazionale, si trovava in visita nella capitale siriana. La notizia, lanciata da Al Jazeera, e ripresa da tutti i maggiori network internazionali, è stata prontamente smentita dalle autorità che hanno negato che si sia trattato di un attentato, dichiarando che fosse stato un semplice incidente. Le poche immagini circolate, tuttavia, hanno smentito la versione ufficiale del governo siriano, rivelandone la volontà di coprire con un velo le notizie “scomode” al regime, atteggiamento che alimenta però la sensazione di debolezza del governo del presidente Bashir al-Assad.

Ancora una volta, infatti, la Siria sembra essere rimasta vittima della propria ambiguità. Come sottolineato in un recente articolo di Michael Rubin dell’American Enterprise Institute di Washington, mentre molti in Occidente continuano a percepire la Siria come uno stato secolare ostile all’islam radicale, la realtà è che Assad sta giocando una partita pericolosa. Oggi Damasco interpreta il ruolo che tra gli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio è stato dell’Arabia Saudita, la quale per anni ha esportato il radicalismo islamico di stampo wahhabita mentre negava ogni coinvolgimento con i frequenti attentati contro obiettivi occidentali. Si prenda ad esempio la situazione in Iraq, dove già nel 2003 il Pentagono acquisì diverse prove del supporto del governo siriano alle forze insorgenti, e da allora la situazione è andata progressivamente peggiorando, tanto che si stima che oggi circa l’80 percento dei terroristi presenti in Iraq (sauditi, libanesi,egiziani, algerini, marocchini, yemeniti, ecc.) siano transitati dal confine siriano. E nonostante le autorità di Damasco neghino ogni coinvolgimento, non è davvero pensabile che un flusso del genere possa passare sotto gli occhi dei suoi servizi di intelligence senza che se ne accorgano, soprattutto se si considera che la Siria è di fatto uno stato di polizia, ed il famigerato Shu'bat al-Mukhabarat al-'Askariyya, il servizio di sicurezza siriano, è senza dubbio uno dei più potenti della regione.

Ma il supporto del regime di Assad va ben oltre il teatro iracheno. Secondo Ryan Mauro, vice direttore dell’intelligence al Counter Terrorism Electronic Warfare and Intelligence Centre, "molti attacchi di Al-Qaeda, come quelli in Giordania ed in Marocco, risultano avere collegamenti con la Siria”. Sono infatti numerose le connessioni tra il governo di Damasco e gruppi terroristici internazionali, dal Gruppo Islamico Combattente Marocchino, l’organizzazione radicale affiliata ad Al-Qaeda responsabile degli attacchi suicidi del maggio 2003 a Casablanca, a Fatah al-Islam, l’organizzazione terroristica con base nel campo profughi palestinese Nahr al-Barid, nel nord del Libano, dalla Ziad al Jarrah la divisione delle Brigate Abdullah Azzam, anch’esse legate al network di Bin Laden, responsabili del lancio di razzi dal sud del Libano contro Israele nel settembre scorso, fino ai legami con Hezbollah, che contribuisce a riarmare in evidente contraddizione con lo spirito e la lettera della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E non è un caso che Damasco abbia dato rifugio a molti terroristi: da  Abu Mus'ab az-Zarqawi, leader di Al-Qaeda in Iraq, a Khaled Meshaal, uno dei leader di Hamas.

Tutto questo dimostra chiaramente come il governo di Damasco continui ad appoggiare il terrorismo islamico, e ne evidenzia le ambiguità. Da un lato, Assad tenta di accreditarsi con i paesi occidentali come un interlocutore affidabile, col quale è possibile trovare delle convergenze. Dall’altro, alimenta l’instabilità nella regione per accrescere il proprio potere negoziale, alzando continuamente la posta e rovesciando sistematicamente i tavoli cui si siede. Come ha osservato Michael Young su The National, “il regime di Assad è convinto di dover accumulare potere a livello regionale, per poter ottenere qualcosa dagli Stati Uniti, ma l’unico modo per farlo è destabilizzare i propri vicini, aggiungendo così nuovi ostacoli sulla strada di una migliore relazione con Washington”. Un vero e proprio paradosso che influenza inevitabilmente il dialogo tra la Siria e l’Occidente. Il governo di Damasco, infatti, è impegnato in difficili negoziati non solo con gli Stati Uniti, ma anche con Israele ed Unione Europea. Con quest’ultima, in particolare, dopo il congelamento dell’Association Agreement del 2004 (bloccato l’anno successivo a seguito del coinvolgimento di Damasco nell’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri), i negoziati hanno trovato nuovo impulso nel 2008 con l’invito rivolto ad Assad dal presidente francese Nicolas Sarkozy a partecipare all’Unione del Mediterraneo, una scelta che ha avviato un processo di avvicinamento che ha portato alla firma, nell’ottobre di quest’anno, di un nuovo Association Agreement con l’UE.

Tuttavia, questo accordo rappresenta una ricompensa preventiva, un gesto di buona volontà, di incoraggiamento, in attesa di una risposta concreta da parte di Damasco. Ma, come osserva Marie Skov Madsen in un early assessment per il Transatlantic Institute, al momento “non ci sono stati profondi cambiamenti nelle politiche siriane, ma soltanto provvedimenti superficiali, cosmetici e reversibili”. “La vera questione – sottolinea la Madsen – è se l’Unione Europea stia agevolando un reale processo di riforma in Siria, o se ne sta semplicemente rafforzando il regime autoritario”. A quanto sembra, purtroppo, il regime di Damasco è sempre più prigioniero delle sue stesse contraddizioni, incapace di trovare una via di uscita all’instabilità che contribuisce ad alimentare e di cui continua a nutrirsi.

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