Carriere femminili

Le donne a capo delle società funzionano. Eppure sono poche

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In Italia sono 2831 i posti disponibili nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, ma solo 167 di essi sono occupati da donne. Tradotto in termini percentuali si tratta del 4 per cento. Di 1200 Cfo (Chief Financial Officer) che guidano le più importanti aziende del paese, solo 70 sono donne. Eppure i dati oramai in possesso dell’opinione pubblica dimostrano come le aziende i cui vertici sono maggiormente permeati dalla presenza femminile non solo abbiano retto meglio la crisi economica ma abbiano anche rendimenti e risultati economici migliori.

Infatti, tra il 2001 e il 2007, le società femminili comprese nella fascia di fatturato più alta, oltre i 200 milioni di euro annui, hanno incrementato i ricavi a un ritmo medio dell’8,8 per cento annuo, percentuale superiore rispetto a quella delle società maschili, che hanno avuto un incremento annuo dell’8,6 per cento. Nella fascia di fatturato compresa tra i 50 e i 200 milioni di euro la differenza è ancora più netta: qui i valori, di riferimento sono il 7,7 per cento delle imprese femminili contro il 6,5 per cento di quelle maschili.

Infine, nella fascia delle imprese con ricavi compresi tra i 10 e i 50 milioni di euro, i ricavi delle società femminili sono cresciuti a un tasso del 3,6 per cento in ragione d’anno, mentre quelli delle società maschili sono cresciuti a un tasso del 2,7 per cento. Il "fattore D" esplica i suoi effetti anche sul piano dei profitti d’impresa. Le imprese con un capo donna realizzano 6,9 euro di margini operativi lordi ogni 100 euro di fatturato, contro i 6,5 euro di quelle con un capo uomo.

Anche a voler diffidare di questi dati non si può non riconoscere che nel nostro paese esista un problema serio di rappresentatività delle donne nelle più alte sfere del potere politico ed economico, che ci pone ai margini del contesto europeo, dove, ad esempio, vediamo affermarsi per la seconda volta un cancellierato tedesco a guida Merkel e assistiamo dovunque ad un incremento dell’occupazione femminile più sostenuto del nostro. Inoltre, mentre noi ancora discutiamo di quote rosa, Elinor Olstrom diventa la prima donna a ricevere il premio Nobel per l’economia. Rispetto a tali risultati conseguiti dalle donne in giro per il mondo, il 47 per cento di occupazione femminile cui è inchiodato il nostro Paese appare ancora più avvilente e ci pone, di fatto, fuori gioco per il raggiungimento di quota 60 per cento entro il 2010, come previsto dall’agenda di Lisbona.

E’ per queste ragioni che ho presentato una proposta di legge alla Camera che incide sulle modalità di elezione degli organi amministrativi delle società quotate in mercati regolamentati, attribuendo agli statuti societari l’onere di indicare come da ciascuna tornata elettorale ciascun genere ne debba uscire rappresentato in almeno il 30 per cento dei seggi da assegnare. L’introduzione nelle sole società quotate di meccanismi di riequilibrio dell’accesso alle cariche direttive risponde all’esigenza di assicurare un impatto minimale della legislazione sugli assetti economici del Paese. Questa proposta di legge non violenta gli equilibri societari tra amministratori e capitale. Quest’ultimo, infatti, è diffuso tra la platea degli azionisti, è investito in un mercato regolamentato e quindi viene gestito alla stregua di criteri che richiedono managerialità e professionalità degli amministratori. Ciò che non sarebbe possibile dire, ex adverso, per le piccole e medie imprese, i cui equilibri sono molto spesso imperniati su relazioni di tipo familiare. Per cui, se professionalità e managerialità sono gli unici requisiti indispensabili per dirigere una società quotata in borsa, non si capisce perché professionalità e managerialità debbano essere declinati solo al maschile.

Negli ultimi due mesi ho invitato gli attuali amministratori delle società quotate in borsa ad esprimersi sulla portata di questa proposta. Le risposte ricevute mi hanno sorpreso positivamente, per qualità, sensibilità e interesse rispetto al tema da parte delle aziende. A queste società chiederò di far parte di un comitato d’opinione che possa arricchire il dibattito pubblico in materia di pari opportunità e supportare l’iter della legge nelle aule parlamentari. Intanto il prossimo 27 di ottobre alla Camera terrò una conferenza stampa di presentazione del comitato alla quale parteciperà, tra gli altri, il professor Morten Huse, della Norwegian School of Management BI, ispiratore della legge che ha consentito al Paese scandinavo di avere quasi il 40 per cento di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate.

Infine, ma non per importanza, vorrei esprimere una considerazione di ordine politico. In questo primo anno di governo il ministro delle Pari Opportunità ha conseguito indubbi risultati sotto il profilo della tutela delle donne dalle violenza. Tutto questo va bene, anzi era necessario. Ma adesso sarebbe ancor più necessario imprimere una svolta alle politiche per le Pari Opportunità nel paese, cominciando ad occuparsi finalmente del problema delle carriere femminili. Cosa che gioverebbe oltremodo al governo, al paese e al Popolo della Libertà, al quale la mia proposta di legge offre un aggancio per ergersi fuori dalla mischia di un dibattito pubblico che sul ruolo delle donne è impantanato nelle secche dell’ideologismo e del machismo.

*Lella Golfo è deputato del Pdl

 

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