Le due sinistre non finiscono mai
05 Maggio 2008
di Redazione
Potrebbe
non essere affar nostro e invece lo è. Adesso cosa succederà a sinistra? Se si
ha ragione nel sostenere che il voto del 13 e 14 aprile ha costuito la premessa
per una svolta nel sistema politico, non si può restar fermi a guardare la
sinistra cuocere nel brodo della sconfitta.
Si è
sostenuto che il risultato elettorale di tre settimane fa abbia definitivamente
chiuso la transizione inauguratasi nel 1989.
I vincoli e le abitudini che si erano sedimentati nel corso della
“guerra fredda” hanno perciò finito d’influire sul voto degli
italiani. L’elettorato è tornato ad esprimersi naturalmente, come forse aveva
fatto solo nel lontano 1948. E questo raffronto, se si guarda ai rapporti di
forza tra i due schieramenti, assume persino una consistenza numerica: circa
dieci punti percentuali di distacco. Tra le due date c’è, però, una differenza
fondamentale dalla quale io credo dipenda oggi il nostro atteggiamento nei
confronti della sinistra.
Il voto
del 1948 segnò la fine della contesa sulla parte del mondo nella quale l’Italia
avrebbe dovuto collocarsi. Da allora iniziò a mettersi in moto quel sistema di
precauzioni e di regole non scritte che avrebbe reso storicamente possibile la
durevole appartenenza del nostro Paese al mondo atlantico, pur in presenza del
Partito Comunista più forte dell’Occidente. Così, a partire dal 1953,
l’elettorato non ha più avuto la possibilità di esprimersi liberamente né di
determinare più di tanto l’indirizzo politico della nazione. A lungo per una
gran parte degli italiani “voto utile” ha significato il suffragio a
favore della Democrazia Cristiana, come garanzia e conferma di ciò che si era
fissato nel 1948. E forse persino più a lungo la centralità sistemica dei
partiti ha garantito che un voto sociologicamente “di destra”,
espressione di un anti-comunismo avvertito a livello esistenziale ancor prima
che a livello ideologico, fosse comunque tramutato in una politica progressista
e antifascista.
Quando
poi, nel 1994, i vincoli antichi vennero finalmente meno, una inesorabile rimonta
dei partiti all’interno delle coalizioni ha fatto sì che le vecchie abitudini,
cacciate dalla porta, rientrassero in dosi massicce dalla finestra,
pregiudicando i risultati della seconda parte della Repubblica. Fino a che
il voto del 2008, rompendo
l’incantesimo, ha riportato i comportamenti degli elettori alla naturalezza di
sessant’anni fa.
Questo
risultato – ed è qui la differenza fondamentale – promette però effetti
speculari rispetto a quelli sortiti dal 1948. Invece di inaugurare una nuova stagione
di “voto necessitato”, di blocchi del sistema, d’immobilismi, fa
intuire che il processo di secolarizzazione delle scelte degli elettori sia
giunto alle sue più estreme conseguenze. Se a Roma viene eletto sindaco Alemanno
contro Rutelli, nonostante la croce celtica al collo a testimonianza della
sofferenza di una storia vera, nonostante il 25 aprile e i tentativi di
strumentalizzazione subiti dalla comunità ebraica, questo vuol dire che gli
elettori sono finalmente liberi: scelgono in modo empirico e approssimativo
sulla base dei programmi, della credibilità dei candidati, del peso mutevole
delle contingenze. Questa volta hanno fatto stravincere il centro-destra. Ma
nessuno può farsi soverchie illusioni. Se li si deluderà, non ci sarà bisogno
d’attendere quarant’anni per essere scalzati dal potere e tornare ai tempi
magri appena trascorsi.
Affinché
questo cambiamento epocale possa definitivamente compiersi, c’è però bisogno di
una sinistra che lo assecondi, portando a termine sul versante delle istituzioni
la rivoluzione che si è verificata nelle urne e, contemporaneamente, incalzando
l’attuale maggioranza per dimostrare l’inefficacia della sua azione
riformatrice al fine di convincere gli elettori d’essere in grado di far
meglio.
E’ pronta
la sinistra a questo fondamentale cambio di passo? L’impressione è che,
nonostante la “cacciata” dell’estrema dal Parlamento, le sinistre
siano rimaste due. C’è quella di Veltroni che in teoria sembrerebbe la più
preparata a intraprendere il cammino ma che poi, nella pratica, appare
insostenibilmente leggera: priva di classe dirigente e priva di tenuta. C’è
quella di D’Alema, assai più strutturata, ma refrattaria al nuovo che si
annunzia. Per questo essa continua a parlare della legge elettorale che ha reso
possibile la rivoluzione copernicana come di una sciagura. E per questa stessa
ragione cercherà di stringere accordi con Casini e persino di eccitare i
riflessi partitocratici della Lega, puntando sul ritorno a una concezione
tolemaica, per la quale il fulcro della democrazia non si collochi nella scelta
semplice e diretta del corpo elettorale.
E’ più
che probabile che queste due sinistre entreranno in conflitto tra loro.
Ovviamente, non sta a noi del centro-destra prendere posizione in un confronto
che sarà fatto anche della valutazione dei meriti, dell’affidabilità, delle
classi dirigenti. Quel che a noi tocca, invece, è chiarire con atti politici
conseguenti la nostra assoluta indisponibilità a fermare la modernizzazione in
atto, e la volontà di portare invece fino in fondo il processo che il 13 e 14
aprile si è con tanta chiarezza palesato.
In tal senso, dovremo offrire lealmente una sponda a quella
sinistra che vorrà affidare alla laicizzazione dell’elettorato le sue legittime
aspettative di rivincita, facendo tutto ciò che è possibile affinché non
prevalga tra i nostri avversari la tentazione di guardare indietro, verso il
tempo delle interdizioni, degli ostruzionismi preconcetti, dei veti ideologici.
