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Le due strade del post-Concilio: “La tradizione non può essere stravolta”

Pubblichiamo un estratto del libro “Un’altra libertà – Contro i nuovi profeti del paradiso in terra”, del cardinale Camillo Ruini e Gaetano Quagliariello (edito da Rubbettino e curato da Claudia Passa), da oggi in libreria.

GAETANO QUAGLIARIELLO – «Ci siamo più volte soffermati, nel corso di questa conversazione, sulla dicotomia sviluppatasi su questi temi in seno al mondo liberale. A me pare che a questa scissione corrisponda, simmetricamente, quella prodottasi progressivamente nel mondo cattolico. Le sue radici possono essere ricercate nel modo stesso d’intendere il rapporto tra fede e politica fin dal XIX secolo. Ma, considerando epoche relativamente più recenti, da qualche tempo è venuto definitivamente allo scoperto all’interno del mondo cattolico un conflitto che, in Italia, la comune esigenza di combattere il comunismo prima e gli alti margini di mediazione consentiti dall’assetto democristiano poi, avevano in qualche modo anestetizzato. E questo scontro oppone due interpretazioni differenti della rottura conciliare. Per la prima di queste interpretazioni il Concilio ha rappresentato un’apertura al dialogo che non ha posto in discussione gli elementi di specificità storica e dogmatica propri del cristianesimo; per la seconda lo “spirito del Concilio” ha rappresentato un’apertura al dialogo, innanzitutto con le altre religioni monoteiste, a partire dalla disponibilità a relativizzare la propria storia e la propria specificità religiosa. Questo conflitto ha attraversato il mondo cattolico – e in particolare il mondo cattolico italiano – lungo tutto il mezzo secolo successivo alla conclusione del “Vaticano II”. Ha conosciuto contrapposizioni nette e zone grigie. Ha scritto pagine anche altamente drammatiche, come quelle che hanno legato i cattolici al Sessantotto e ai suoi sviluppi. Ha segnato percorsi politici e destini individuali. Ma fino a poco tempo fa questa frattura non aveva mai trovato sulla sua strada uno snodo storico che la costringesse a dichiararsi e a venire così chiaramente allo scoperto. Mi pare che gli eventi internazionali che hanno segnato questa prima parte del nuovo secolo, l’avvento della questione antropologica e la crisi interna alla Chiesa abbiano fatto giungere al pettine molti nodi irrisolti».

CAMILLO RUINI – «Lo stesso Benedetto XVI, in occasione del quarantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, si è interrogato sulla recezione del Concilio, che è stata difficile in vaste parti della Chiesa, e ha individuato l’origine di tali difficoltà nel contrasto di due ermeneutiche. Una di esse, che si potrebbe chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, ritiene che il vero spirito, la novità e l’intenzione profonda del Concilio sarebbero espressi, più che dai testi conciliari, frutto di compromessi, dagli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: ne derivano da una parte il rischio di una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare e dall’altra un’indeterminatezza riguardo al concreto insegnamento del Concilio, che lascia spazio a ogni estrosità. Così però viene fraintesa la natura stessa di un Concilio: esso non è una specie di Costituente, che può sostituire una costituzione con un’altra. La costituzione essenziale della Chiesa viene invece dal Signore e deve essere dai Vescovi fedelmente custodita. All’ermeneutica della discontinuità si oppone l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, come hanno chiaramente insegnato gli stessi Papi del Concilio, Giovanni XXIII e Paolo VI. Ed è proprio da questa diagnosi estremamente puntuale che sono derivate indicazioni quantomai significative, che Benedetto XVI non casualmente, rifacendosi a Paolo VI, ha sviluppato in riferimento alla “grande disputa sull’uomo, che contraddistingue il tempo moderno”, e al connesso rapporto tra Chiesa ed età moderna. Di più: l’attualizzazione degli insegnamenti della Chiesa non significa che il portato della dottrina e della tradizione possa essere plasmato sulle istanze del presente determinando indirizzi eccentrici, ma, al contrario, significa che esso deve essere applicato alle problematiche per certi versi inedite del nostro tempo per rispondere a quesiti nuovi sulla base di princìpi immutabili. Ratzinger invitava ad “allargare gli spazi della razionalità”, al di là dei limiti di una ragione soltanto scientifica e funzionale; a non separare la nostra libertà dalla verità inscritta nella nostra natura; a costruire su queste basi la giustizia e la pace tra gli uomini e tra i popoli. A ostacolare il dialogo autentico e dunque la pace è infatti anche l’indifferenza per la vera natura dell’uomo, ossia una visione “debole” e relativistica della persona, che nega l’esistenza di una specifica natura umana e apre lo spazio per qualsiasi sua interpretazione. Una tale visione indebolisce fatalmente e rende relativi e sempre negoziabili anche i diritti dell’uomo, lasciando la persona stessa indifesa e quindi facile preda della violenza e dell’oppressione».

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