Le elezioni, la Chiesa e il coraggio di non voltarsi indietro
25 Febbraio 2008
di Redazione
Le scelte di Berlusconi e Veltroni
stanno semplificando il sistema politico. E’ quanto meno probabile che dopo le
elezioni – qualunque sia il vincitore – il bipolarismo italiano risulterà
imperniato su due partiti a vocazione maggioritaria – Pd e PdL -, in luogo
delle coalizioni rissose che hanno dominato gli anni dal 1994 ad oggi.
Questo passaggio, che potrebbe essere
epocale, preoccupa la Chiesa. Essa teme che la semplificazione in atto possa
giungere a penalizzare, quanto a peso numerico e influenza, il personale
politico disposto a difendere la componente cristiana della nostra identità
nazionale.
La preoccupazione è legittima e
giustificata. Sarebbe però un errore se da una simile preoccupazione la Chiesa derivasse soltanto
comportamenti difensivi, con lo sguardo rivolto all’indietro, piuttosto che
provare a sintonizzarsi sulle novità che caratterizzano lo scontro politico in
questo inizio di secolo.
La prima tentazione che a mio avviso
andrebbe evitata è quella di rifugiarsi in un simbolo che richiami il vecchio
scudo crociato della Dc che per quasi mezzo secolo ha identificato il partito
unico dei cattolici. E’ inevitabile che nelle gerarchie ecclesiastiche qualcuno
propenda per questa soluzione: la storia non si dimentica nel volgere di
qualche anno e neppure di un solo decennio. Se, però, questa inclinazione
dovesse divenire egemone, la Chiesa rischierebbe di perdere di vista il
“voto dei cattolici” per accreditare un “voto cattolico”
che, invece, non esiste più. E con ogni probabilità, finirebbe così per
confinare la sua influenza in uno spazio del sistema politico – il centro –
destinato a rivelarsi minoritario e marginale.
Il secondo errore da evitare consiste
nel tornare ad occuparsi troppo delle “cose dei partiti”. La Chiesa,
infatti, anche in questo caso cederebbe a un’illusione che appartiene al
passato: riuscire a guadagnare influenza attraverso dei propri bracci secolari.
Proprio i temi che compongono l’agenda politica, invece, impongono alla Chiesa
di continuare a parlare dal pulpito – anziché agire attraverso il corridoio –
alle coscienze di tutti i cittadini e quindi in primo luogo a quelle dei
politici. Se si terrà lontana da schieramenti, partiti e candidature (salvo poi
giudicare liberamente le scelte liberamente compiute), essa rafforzerà la
propria legittimazione a parlare chiaro e forte quando in discussione vi sono
questioni come l’origine della vita, il concetto di uomo, la morte;
legittimazione che, non a caso, tanti “laicisti alle vongole”
vorrebbero invece negarle.
Queste scelte saranno più agevoli se il
Popolo della Libertà saprà svolgere la propria parte con maturità. Esso,
infatti, rappresenta il patrimonio liberale ma non giacobino, cristiano ma non
integralista, laico ma non laicista. Fin qui ha deciso di non concedere
l’apparentamento né al partito di Casini né alla lista di Giuliano Ferrara. E
l’ha fatto per imporre una semplificazione del sistema politico, ma anche
perché ha assunto una scommessa con se stesso: far vivere laicamente le
tematiche dell’identità cristiana in un grande partito di governo che si
riconnetta direttamente alla tradizione del popolarismo europeo. Ciò gli impone
di saper indicare delle risposte alle questioni che attanagliano tanti elettori
e che preoccupano la Chiesa, senza limitarsi a confinarle nell’ambito di una
individuale “questione di coscienza” tanto anti-storica quanto
ipocrita.
La sfida antropologica, che si presenta come la vera questione culturale di questo millennio, per non essere foriera di nuovi integralismi deve trovare la laica mediazione della politica nei grandi partiti in grado di offrirle sbocchi concreti. Proprio perché nutro questa ambizione mi sono opposto con lealtà
all’apparentamento del PdL con la lista pro-life di Giuliano Ferrara del quale
pure mi considero amico. Ma su un punto gli do pienamente ragione: è
impossibile sostenere che delle questioni più importanti del nostro tempo si
debba tacere sotto elezioni. Se poi dalla parte del Pd veltroniano la
candidatura di Veronesi e l’imposizione radicale di tutti i paladini dello
“zapaterismo” nostrano chiariscono come la sinistra non sia in grado
di sfuggire a una nuova deriva ideologica, saper parlare alla coscienza di
laici e cattolici diviene un imperativo categorico. Se il PdL saprà trovare
modi e parole per farlo, oltre a un sistema più semplice queste elezioni ci
daranno anche un grande partito sicuro della sua identità. E, per questo, in
grado di affrontare con coraggio le vere sfide del nuovo secolo.
