Le intercettazioni finiscono nel cestino e gli italiani pagano
28 Marzo 2011
di Redazione
Sanitopoli pugliese: senza le intercettazioni l’accusa vacilla. Alla prima udienza del processo che vede imputati gli imprenditori Gianpaolo e Claudio Tarantini, accusati di associazione per delinquere, corruzione e falso, i giudici del tribunale di Bari hanno deciso che le 11 mila intercettazioni telefoniche disposte dal gip su richiesta del pm Michele Emiliano (oggi sindaco di Bari ed esponente di punta del Pd) non sono utilizzabili come prove.
Sulla decisione dei giudici, nulla da eccepire. Il punto è un altro: l’inchiesta, fatta eccezione di alcuni documenti a sostegno dell’accusa di corruzione e di qualche stralcio d’interrogatorio a Gianpaolo Tarantini, si fondava esclusivamente sulle intercettazioni. Dunque ora, a meno che la procura non sia in grado di fornire ulteriori elementi di prova, l’impianto accusatorio rischia di sgretolarsi come un castello costruito sulla sabbia.
A questo punto, la prima cosa che converrebbe chiedersi è quanto possano esser costate tutte queste intercettazioni che non sono servite più a nulla. Una stima difficile se consideriamo le spese di una sola indagine. Ma se pensiamo a quali tasche si siano alleggerite per finanziarle una risposta possiamo suggerirla: quelle di tutti gli italiani.
