Le istituzioni passano, gli uomini restano (purtroppo)

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Le istituzioni passano, gli uomini restano (purtroppo)

20 Dicembre 2010

Le istituzioni restano, gli uomini passano.  Gianfranco Fini rispolvera il luogo comune che fa tanto politically correct  per dire l’esatto contrario e cioè che le istituzioni passano, gli uomini restano. Esercizio di sostanza più che di lessico perché applicato al suo caso. Di lasciare lo scranno più alto di Montecitorio non ne ha alcuna intenzione e pure ieri ha ribadito il concetto scambiando gli auguri di Natale con i dipendenti del Palazzo.

“Tranquillizzo tutti: fino a quando dura la legislatura continueremo a vederci per gli auguri di Natale. Le istituzioni restano, gli uomini passano, sono tutti pro tempore”. Tutti tranne lui, evidentemente che resta aggrappato alla poltrona e al ruolo istituzionale che in più occasione ha dimostrato di adattare alla bisogna (la sua) , salvo poi ergersi a paladino della Costituzione nelle dichiarazioni pubbliche di rito. No, Fini non se ne va, resta. Nonostante glielo chiedano non tanto e non solo molti parlamentari del Pdl, quanto piuttosto alcuni dei suoi fedelissimi.

A cominciare dalla politologa finian-dipendente (nel senso politico del termine) Sofia Ventura che il giorno dopo la debàcle futurista alla Camera sulla mozione di sfiducia al Cav. ha dato il là al nuovo verbo in una conversazione con Il Velino: “Gianfranco Fini deve dimettersi da presidente della Camera. L’avevo già detto a suo tempo e ne sono ancora più convinta oggi, dopo quello che è successo” . Per la Ventura sarebbe un segnale forte perché consentirebbe al capo di Fli di “assumere nelle sue mani la leadership del movimento e si libererebbe da una carica che sta diventando sempre più un problema”. In altre parole, il maitre a penser futurista con gonnella (o pantaloni?) e piglio decisionista consiglia un segno di discontinuità, quasi un ‘passo indietro’ rispetto all’accelerata antiberlusconiana dei falchi (ironia della sorte: lo stesso passo indietro lo aveva chiesto Fini al Cav. e ora lo chiedono a lui gli ideologi cui affidò il manifesto del movimento), perché adesso Fli “è all’opposizione e deve cominciare una lunga traversata del deserto”. Ragion per cui, chiosa la Ventura, “senza un’impronta forte e netta si rischia di disperdere un patrimonio”. 

Non si è spinto fino alle dimissioni ma di critiche ne ha dispensata a piene mani,  un altro maitre a penser finiano, il professor Alessandro Campi ‘anima e mente’ del laboratorio di idee,  che dalle colonne del Riformista ha sottolineato  con la penna rossa la svolta di Bastia Umbra e soprattutto la richiesta di dimissioni del Cav. lanciata da Fini sul palco,  la dose massiccia di “antiberlusconismo viscerale” usata come condimento per il piatto del menù quotidiano nelle settimane che hanno preceduto il voto di fiducia in Parlamento e la linea ondivaga mostrata nell’eterno conflitto tra  falchi e colombe. 

Ma Fini, niente, guarda e passa. Anzi, resta e guarda dall’alto del suo scranno. E se è stato proprio lui a rinfacciare a Berlusconi di voler restare abbarbicato a Palazzo Chigi, a questo punto dovrebbe guardarsi allo specchio e fare pace con se stesso. O almeno, applicare a se stesso quella coerenza che rivendica a ogni piè sospinto come la ‘cifra’ del nuovo mondo futurista, l’unico possibile dopo i guasti che secondo la teoria – mai smentita – di Bocchino e Granata, il premier è riuscito a fare. La ‘cifra’ di quella nuova destra moderna ed europea che sembra già annacquata, o che rischia di liquefare nel mare nostrum di Casini e Rutelli.  

Se le istituzioni passano e gli uomini restano come si può dedurre dal sottile ragionamento di Fini, è il caso di dire che se la passano male, specialmente dalle parti della presidenza della Camera dove si è insediato un capo-partito eletto due anni fa con la maggioranza e da una settimana passato all’opposizione. Con armi, bagagli ed esercito (già decimato).