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Il grido di dolore dei ristoratori

“Le nostre luci accese, il Governo ci aiuti o sarà l’ultima volta”

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Più efficace delle saracinesche abbassate c’è solo un’immagine: quella di un locale vuoto, con la luce accesa, spettrale eppure aperto. Forse per l’ultima volta.
Scorrendo le immagini riversate sui social da tutta Italia, è un pugno nello stomaco la protesta messa in campo martedì sera dagli operatori di un settore che aggregato vale qualcosa come 30 punti di Pil: ristoratori, albergatori, baristi, pasticceri, ma anche imprenditori attivi nello spettacolo e nel benessere. Insomma, quelle attività che solo una totale inconsapevolezza potrebbe far ritenere non essenziali, e che invece rappresentano i luoghi naturali della socialità oltreché un ramo produttivo che dà da mangiare a un milione e mezzo di addetti più l’indotto, per un fatturato totale (con relative imposte) senza il quale lo Stato italiano nel volgere di mezza stagione finirebbe ineluttabilmente a gambe per aria.
Non c’è dubbio che si tratti del settore più esposto alle conseguenze di questa crisi devastante: è entrato in sofferenza ben prima che il governo ufficializzasse il lockdown, e da quel poco che trapela dalle intenzioni di Palazzo Chigi ne uscirà più tardi e con l’imposizione di misure che solo la fantasia di chi non ha idea di cosa si parli potrebbe escogitare.

Ed è così che fra operatori generalmente dotati di una vitalità innata inizia a serpeggiare lo sconforto, dettato dall’impossibilità anche solo di intravedere l’uscita dal tunnel. E, non per fare allarmismo ma per registrare una realtà finora totalmente ignorata dai media, qualcuno ha già iniziato a togliersi la vita. La strage silenziosa degli imprenditori suicidi, che già nel campo dell’allevamento segnò nell’indifferenza generale la crisi dovuta al morbo della cosiddetta “mucca pazza”, ha iniziato a mietere le sue prime vittime fra gli operatori della ricettività. Non si muore di solo Covid-19. Ma di questi “numeri” – persone, storie, vite – nessuno sembra interessarsi.

Nella serata di martedì, dicevamo, un grido di dolore silenzioso ma potentissimo si è levato in tutto il Paese. Su iniziativa del neonato Movimento Imprese Ospitalità- Ho.re.ca, quasi 200mila strutture ricettive hanno aperto il proprio locale all’insegna dell’appello “Risorgiamo Italia”, acceso la luce e diffuso in rete le immagini, avvertendo che in assenza di politiche di sostegno concreto sarebbe stata l’ultima accensione dell’interruttore. L’indomani mattina il secondo round: per delegazioni, nell’ossequioso rispetto delle disposizioni di sicurezza, gli imprenditori hanno consegnato ai sindaci dei propri comuni le chiavi delle loro attività, con il mandato di recapitarle idealmente a Giuseppe Conte. C’è chi lo ha fatto materialmente. Altrove, come all’Aquila dove il dramma è particolarmente avvertito perché arriva dopo altri due cataclismi in dieci anni (il terremoto del 2009 e quello del 2016-2017), gli operatori radunati da Daniele D’Angelo, rappresentante regionale abruzzese di “M.I.O. – Risorgiamo Italia”, hanno usato la fantasia e portato al sindaco Pierluigi Biondi (solidale e pronto a farsi portavoce delle istanze della categoria) una grossa chiave di materiale plastico con su scritti i nomi delle imprese aderenti alla protesta, la stragrande maggioranza in città.

Al governo ristoratori, albergatori e compagnia mobilitati su iniziativa del viterbese Paolo Bianchini non chiedono la luna ma una maggiore consapevolezza e interventi di sostegno concreto: da prestiti autenticamente garantiti a una esenzione o riduzione delle imposte, da contributi a fondo perduto a misure di semplificazione che possano essere realmente efficaci. Con la speranza che a Palazzo Chigi, non foss’altro che per amor di Stato, si facciano due conti e comprendano che lasciar morire un settore che rappresenta il 30 per cento del Pil nazionale significa, per risparmiare un uovo oggi, perdere domani la gallina che tiene letteralmente in vita il sistema Italia. E, spegnendo i luoghi di aggregazione naturale, avvicinare di molto il momento in cui, di questo passo, il distanziamento sociale diventerà alienazione.

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