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L'antica opposizione tra "foresta" e "civitas"

L’ecologismo è un’ideologia pagana nemica di umanesimo e Occidente

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Un’impostura? Gli ecologisti sono impostori? Il loro catastrofismo potrebbe essere un abile stratagemma per occupare la scena mediatica e sopravvivere nell’arena politica. Peggio ancora: potrebbe darsi che recitino la parte delle cassandre al solo scopo di ottenere finanziamenti. Se così fosse, ci troveremmo ancora una volta di fronte a un caso di ipocrisia. E se la Terra stesse meglio di quanto vanno dicendo costoro?

Un’analisi critica delle grandi profezie ecologiche può indurci a pensarlo: il cataclisma demografico non ha avuto luogo, la carestia sta recedendo, le foreste non stanno così male, la biodiversità non è in pericolo, l’inquinamento atmosferico è in diminuzione, il riscaldamento della Terra non è una certezza né una catastrofe. Questa lettura «iconoclasta» delle grandi paure verdi è dovuta all’esperto danese di statistica Bjørn Lomborg. In un saggio che ha fatto scalpore, L’ambientalista scettico, egli dimostra  l’inverosimiglianza del panico ecologista.

Il successo della sua tesi è dovuto al curriculum dell’autore, che è al tempo stesso uno scienziato e un ex militante di Greenpeace. Il «Courrier International» gli ha messo a disposizione le proprie colonne in un dossier incentrato sulle reali condizioni del pianeta; anche il quotidiano «Libération» gli ha dedicato una pagina doppia. La contemporanea pubblicazione di L’imposture verte ("L’impostura verde") di Pierre Kohler e di Effet de serre, le grand mensonge? ("Effetto serra, la grande bugia?") di André Fourçans ha alimentato la controversia durante l’estate del 2002. Il Summit della Terra di Johannesburg ha contribuito a dare visibilità alla discussione. I media si sono gettati a capofitto sull’argomento: ne hanno trattato «L’Express», «Valeurs Actuelles», «Science et Vie», «Le Point», «Le Nouvel Observateur»… Pierre Kohler è stato invitato in televisione, Daniel Schneidermann ha dedicato una puntata di «Arrêt sur Images» all’argomento.

I media si sono divisi: «Valeurs Actuelles», «Le Point» e «L’Express» si sono schierati con gli «iconoclasti»; il «Nouvel Observateur» e il canale di informazioni LCI hanno mostrato nei loro confronti una benevola attenzione; al contrario, «Libération», «Courrier International» e «Arrêt sur Images», dopo aver presentato la posizione dei contestatori, hanno concesso largo spazio ai campioni della vulgata ufficiale (i quali, è pur vero, sono assai più numerosi!).

Tuttavia, quella discussione non ha significato la fine del catastrofismo verde. Nella classifica delle grandi paure moderne esso figura tuttora tra le prime posizioni. Le eccezionali e ripetute inondazioni che hanno colpito l’Europa centrale nell’agosto 2002 e il sud della Francia nel settembre dello stesso anno e nel dicembre del 2003 hanno contribuito a rafforzarlo. Il successo dei Grünen tedeschi alle elezioni legislative del 22 settembre 2002 ha confermato questa tendenza.

La lista degli indizi considerati preoccupanti, se non addirittura allarmanti, è lunga: l’inquinamento legato alle attività umane (il disastro del Prestige nel novembre del 2002 e i picchi di inquinamento registrati nel mese di agosto del 2003 in Francia), la deforestazione, la desertificazione delle falde freatiche, l’indebolimento delle barriere coralline, la pressione demografica, la guerra per l’acqua, la carestia (che nel 2003 ha colpito lo Zimbabwe, lo Zambia, il Sudan e la Liberia), il ripetuto verificarsi di emergenze climatiche (la canicola dell’estate del 2003)… Tutte cose che Bjørn Lomborg non nega.

In compenso, il dibattito si è fatto incandescente allorché si è trattato di valutare la responsabilità umana in questi eventi. Al contrario di Lomborg, Kohler, Guy Sorman o André Fourçans, la stragrande maggioranza degli addetti ai lavori accusa la società moderna di essere la principale responsabile dei mali ecologici: questa posizione è sostenuta e rilanciata dai media, ed è diffusissima presso l’opinione pubblica e gli intellettuali.

Una paura verde. I romanzi e i film di fantascienza del dopoguerra hanno spesso annunciato che il futuro dell’uomo è fosco: il domani sarà peggiore dell’oggi. A causa del progresso della scienza e della tecnica, dell’avidità e della venalità degli uomini, la nostra razza si starebbe scavando la fossa. «L’astronave è ricaduta sulla Terra sconvolta dalle esplosioni atomiche. Voi, uomini, l’avete distrutta!» esclama Charlton Heston davanti ai resti della Statua della Libertà nell’ultima scena di Il pianeta delle scimmie.

Alla paura atomica si è sostituita quella ecologica, ma l’accusato è sempre lo stesso: l’uomo occidentale! E pazienza se, nel frattempo, la Cina di Mao, la Cambogia di Pol Pot o il Ruanda degli Hutu sterminano una parte della propria popolazione. I progressisti europei, indifferenti a ciò che davvero accade alla maggioranza dei popoli dell’Africa, dell’Asia, dell’America meridionale e del Medio Oriente, per lo più asserviti a dittature postcoloniali, preferiscono lamentarsi in innumerevoli manifestazioni gridando: «Pace in Vietnam!».

Alla loro testa, alcuni intellettuali e scienziati denunciano le conseguenze del produttivismo e della società dei consumi sull’ambiente. In ogni caso, siamo ancora all’epoca del boom economico: l’opinione pubblica accetta di farsi spaventare, ma soltanto al cinema. Quarant’anni dopo, l’attenzione nei confronti delle cassandre verdi è tutt’altra. Il Summit della Terra di Johannesburg ha riunito un centinaio di capi di Stato e di governo. I progressisti degli anni ’60 e ’70 hanno vinto: la preoccupazione per lo stato di salute del pianeta è diventata un fenomeno mondiale.

Una nuova ideologia: l’ecologismo. L’ecologia contemporanea non è un mondo chiuso: al contrario, si tratta di una galassia dai contorni piuttosto vaghi. È difficile da definire in poche parole, poiché è divisa in discipline (scientifica, politica, filosofica, artistica, religiosa) e suddivisa in correnti (ambientalista, umanista, utilitarista, cristiana, Deep Ecology), a loro volta composte da circoli e ambienti contraddistinti da sensibilità diverse, a volte in contraddizione tra loro.

Tuttavia, all’interno di questa galassia, ha preso vita un’ideologia: l’ecologismo. L’uso del termine "ideologia" può sorprendere, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino. Ebbene, la storia degli uomini, delle loro idee e dei loro progetti non si è certo fermata il 9 novembre 1989. L’espressione «fine delle ideologie» era un semplice slogan. L’ecologismo, per parte sua, riunisce un insieme di convinzioni, di costruzioni intellettuali e di fantasmi che hanno come oggetto gli animali, la natura e la Terra, ma che, in realtà, esprimono, in modo implicito o esplicito, il rifiuto dell’umanesimo.

L’ecologismo approfitta del fallimento dei grandi sistemi per costituirsi a sua volta in sistema. Ponendo l’ambiente, gli animali, la natura e il pianeta al centro delle proprie riflessioni, l’ecologismo cade nell’antica tentazione olistica per rinnovarla in termini contemporanei. Attualmente stiamo assistendo alla genesi di questa nuova ideologia, il cui avvento è preparato da tre correnti presenti nell’ecologia: – La prima è il prodotto della sintesi tra lo spirito libertario del Maggio del ’68 e la società dei consumi; in questo caso la natura è un oggetto di consumo riservato all’esclusivo piacere del consumatore.

La seconda riunisce coloro per i quali gli animali sono più di semplici animali. Per alcuni, essi sono personaggi di una fiction interiore, per altri l’ultima vittima del razzismo umano, per altri ancora maestri di saggezza. Gli animali hanno il compito di svagare i loro difensori e di rendere nuovamente affascinante – o addirittura di salvare – un mondo troppo vuoto e intriso di materialismo. La terza corrente milita apertamente per la creazione di una nuova civiltà: la Terra è ritenuta un essere vivente la cui esistenza è minacciata dalle attività umane. L’uomo è parte di un insieme più grande di lui. Questa è la posizione sostenuta dall’Ecologia Profonda (Deep Ecology).

Questi movimenti stanno investendo poco per volta tutti i campi del sapere e della pratica. Non trascurano niente, nulla sfugge loro: dalla filosofia al cinema, dalla letteratura alla pubblicità, dalla religione alla politica. Come si vede, le tre correnti che abbiamo individuato sono più o meno diverse tra loro, ma tutte condividono lo stesso retroterra culturale e tutte, ognuna a modo suo, destrutturano le fondamenta della nostra civiltà. Per dirla in breve, l’ecologismo è un antiumanesimo verde.

Quale umanesimo? Cosa si intende per umanesimo? Si tratta di una nozione dalle molte sfaccettature e difficile da circoscrivere senza perdersi nel labirinto di definizioni e dottrine che a essa si richiamano. Per parte mia, ritengo che il termine «umanesimo» definisca un punto di vista e una posizione sull’uomo, ma anche un retaggio culturale. Un punto di vista: l’uomo si eleva infinitamente al di sopra di tutti gli altri esseri viventi ed è rivestito di una dignità eccezionale e inalienabile. Una posizione: occorre difendere l’uomo e i suoi diritti essenziali contro ogni attacco, favorendo la realizzazione di tutte le sue facoltà. Un retaggio culturale: l’umanista è in primo luogo erede della cultura greco-latina e giudaico-cristiana.

Si obietterà che questo umanesimo presuppone una cieca ostinazione unita a un’insopportabile arroganza. La storia e l’attualità ci mostrano fino alla nausea di quali crudeltà e mostruosità sia capace l’uomo. Infatti, è proprio in nome dell’«umanità» che i regimi totalitari hanno sterminato milioni di persone. E comunque, rivendicare la tradizione culturale europea non significa forse dar prova di alterigia o di disprezzo nei confronti di tutte le altre culture? Queste osservazioni sono valide, ma non bastano a screditare l’umanesimo che sto qui difendendo.

Innanzitutto, essere un umanista non vuol dire «fare l’angelo», per dirla con Pascal, ma significa ammettere che l’uomo è capace di compiere sia il bene sia il male e che, in fin dei conti, dispone di un’inattaccabile libertà di scelta. L’uomo è dotato di coscienza e libero arbitrio, dunque è fondamentalmente indeterminato. Al contrario, gli animali «sono determinati […] da un istinto a vivere e a comportarsi secondo le leggi intangibili e immutabili che caratterizzano le loro specie da migliaia di anni», dunque non sono né buoni né cattivi. Possono fare del male, ma non il male, né sono capaci di eroismo, di sacrificio o di santità, «eccessi bizzarri rispetto alla logica della natura», prezzo e privilegio della libertà, propria dell’uomo.

Inoltre, la constatazione dell’esistenza del male ha senso soltanto se si comprende quanto l’umanità sia fragile, alla mercé degli uomini. Essere umanista significa avere coscienza del fatto che l’umanità è una nostra «responsabilità» e che noi ne siamo i «custodi». Queste belle definizioni, dovute a Alain Finkielkraut, sottolineano al tempo stesso la grandezza dell’uomo e la nostra responsabilità nei suoi confronti. Ne consegue che l’umanesimo è la sola risposta al tragico elenco delle atrocità umane.

L’umanesimo come lo intendo io pone al primo posto l’uomo, accordandogli la massima importanza. Ciò non significa che la natura, gli animali e le piante non abbiano alcun valore. Tuttavia, pensare che ogni creatura abbia un suo posto non vuol dire credere che tutte siano sullo stesso piano: il rango più alto spetta all’uomo ed è a lui che dobbiamo dedicare le maggiori attenzioni. Questo privilegio ha un prezzo: l’uomo è infatti il solo responsabile del mondo intero e non soltanto dei propri simili.

Infine, sentirsi legati al retaggio culturale europeo non significa accettarne tutte le forme e ancor meno considerare le altre culture irrilevanti, vuol dire scegliere di far parte della tradizione greco-latina e giudaico-cristiana e riconoscere nella sintesi di queste due radici «una certa idea dell’uomo» e «un certo rapporto con il mondo». Questa lunga storia, la nostra storia, ci lascia in eredità l’affermazione dell’unicità dell’uomo, del posto eminente che egli occupa nell’universo, della sua capacità di elevarsi attraverso lo studio, la creazione, la meditazione, la conversazione, l’azione e la contemplazione.

Essere un umanista significa riconoscere nella sintesi di questo doppio retaggio il modo di sfuggire all’influenza del presente e di superare i confini rassicuranti dell’«io». Si sa che il bambino crede che il mondo sia nato con lui. La mediazione delle opere, degli autori e della storia è indispensabile per sottrarsi alla stretta mortale dell’uomo-bambino sul mondo: ecco perché l’umanesimo è anche un modo di vivere, che comporta la frequentazione degli Antichi, la continuazione di un dialogo e di un incontro oltre la morte. La cultura europea è quella che ha maggiormente creduto in questo modo di vivere.

Grazie a tale pratica, che è prima di tutto una forma di ascesi, l’umanista si contraddistingue per un insaziabile desiderio di conoscere l’altro, la sua cultura e la sua storia. Niente di ciò che è umano gli è estraneo. L’umanesimo, ben lungi dal rappresentare un eurocentrismo totalitario e imperialista, si interessa a tutte le forme della cultura umana, di cui si nutre e che vuole preservare dall’oblio e dall’annientamento. L’umanesimo possiede una vocazione universale, perché ci parla di ogni uomo, dunque si rivolge a tutti gli uomini.

L’ecologia antiumanista. L’ecologismo rifiuta questo patrimonio intellettuale, culturale, artistico e morale. Esso vuole mandare in soffitta «il vecchio mondo». Così facendo, mette in discussione l’ideale di Erasmo, che intendeva affrancare l’umanità dallo stato di natura, una condizione comune ai bambini e ai selvaggi. Con Erasmo, getta via un modello di umanità compiuta: Cristo, vero uomo e vero Dio.

La rivoluzione intellettuale degli anni ’60 ha gettato le basi per il rifiuto di questa tradizione, attraverso la decostruzione dell’idea stessa dell’uomo visto come essere unico e universale; idea attaccata, in Francia, da Foucault, Derrida, Bourdieu e Lacan. Sulla loro scia, gli accademici, i giornalisti, gli artisti, gli scrittori e i registi cinematografici hanno fatto a pezzi l’umanesimo occidentale, cui rimproverano di essere, nella migliore delle ipotesi, un’illusione. L’autonomia dell’individuo? Una chimera! Le qualità «proprie dell’uomo»? Una favola per bambini! L’umanesimo, al quale si chiedeva di emancipare e di difendere la dignità umana, contribuiva all’oppressione, o forse ne era addirittura la causa.

Il colonialismo aveva rivelato il vero volto del suo sedicente universalismo, che in realtà non era altro che una tirannide eurocentrica. La sua fede nella ragione emancipatrice si traduceva nel dominio di una ragione strumentale e tecnica; la sua filosofia metafisica era in realtà una morale piccoloborghese. Quel primo focolaio ha preparato il terreno all’accoglimento dell’ecologismo in tutte le pieghe della società. Possiamo persino dire che, grazie all’avvento di queste idee, sull’Occidente si sta abbattendo una seconda ondata di antiumanesimo.

Il movimento ecologista attraversa oggi una fase di ascesa e sembra destinato a crescere in futuro: ecco perché è fondamentale gettare le basi per una riflessione su tale fenomeno. Nella prima parte del presente saggio, intitolata «Dall’edonismo al biocentrismo», cercherò di delineare un quadro di insieme delle correnti che, all’interno della galassia ecologista, operano contro l’umanesimo. Il passaggio da un’idea all’altra e da un progetto all’altro avviene per gradi.

L’edonismo abbandona l’antropocentrismo e gli preferisce i piaceri solitari dell’egocentrismo. Gli edonisti verdi, chiusi nei confronti della diversità, incapaci di accettare l’invito del mondo, sordi ai richiami degli altri, si perdono nello specchio delle proprie emozioni e dei propri sensi. L’animalismo compie un ulteriore passo in direzione della decostruzione dell’umanesimo. La vecchia distinzione naturale tra l’uomo e le bestie è cancellata con un semplice gesto della mano. Contro di essa si proclama che tra «loro» e «noi» esiste soltanto una differenza di «rango sociale». L’insegnamento della Genesi, della filosofia greca e del cristianesimo è dissolto.

L’umanesimo, costruito in parte sulla distanza che separa l’uomo dagli animali, è accusato di «specismo» (cioè di razzismo contro le specie diverse dalla nostra). In mezzo alle rovine della cultura giudaico-cristiana, ad alcuni animali è attribuita la stessa dignità accordata agli esseri umani. Gli animalisti lottano per estendere i diritti fondamentali di cui godono gli uomini agli «animali non umani». Ed ecco l’ultimo, mortale colpo inferto all’umanesimo: l’uomo appartiene all’ecosistema. All’antropocentrismo si sostituisce il biocentrismo.

Studiando le correnti dell’ecologismo, leggendo la letteratura che producono, non si può fare a meno di essere colpiti dal posto centrale accordato al paradiso perduto: nell’ambientalismo (la prima corrente) esso si identifica con la purezza, la giovinezza e il piacere; per gli animalisti (la seconda corrente) rappresenta la fratellanza, l’armonia e la collaborazione tra gli uomini e gli animali; per gli ecologisti profondi (la terza corrente), esso si realizza nella fusione, nell’osmosi e nell’accordo perfetto dell’uomo con la natura.

Ci sembra dunque che ciò che muove l’ecologismo contemporaneo, assai più della preoccupazione per lo stato di salute del pianeta, sia l’antica e mai morta nostalgia dell’età dell’oro. In altre parole, nella difesa della natura e nella battaglia contro la cultura si scorgono tracce dell’antica opposizione tra i sostenitori della foresta e quelli della civitas. Per capire appieno questo aspetto dell’ecologismo è indispensabile studiare i vari aspetti assunti nel corso della storia dalla ricerca dell’età dell’oro. Infatti, nel corso dei secoli sono fiorite diverse culture, si sono succeduti innumerevoli avvenimenti storici e sono state fatte molte scoperte scientifiche e tecniche, eppure quell’istinto non è mai venuto meno, trasformandosi nella ricerca di un tempo e di un luogo sulla terra dove sarebbe esistito il paradiso. Ne parlerò nella seconda parte del volume, dal titolo «Storia di un’eterna ricerca».

Dopo aver individuato e decifrato i contorni dell’ecologismo, dopo aver chiarito quali siano le basi su cui si fonda, intendo studiare il braccio di ferro in atto tra ecologismo e cristianesimo. Teorici, scuole di pensiero politico e personaggi di spicco sulla scena internazionale, nel nome della difesa della Terra si scagliano contro il cristianesimo. Di fronte a questi attacchi mi è parso importante dare la parola ai rappresentanti della comunità cristiana. Hanno essi coscienza degli assalti di cui sono fatti oggetto? Tra l’altro, cosa dicono a proposito dello stato di salute del mondo? Si collocano a fianco degli allarmisti o sono ottimisti? Fanno proposte, sono attivamente impegnati?

L’ecologismo antiumanista guadagna terreno, esso seduce un cospicuo numero di orfani del XX secolo. I suoi temi preferiti stanno permeando a gran ritmo il nostro spazio culturale, la nostra rappresentazione del mondo, i nostri passatempi, le nostre opinioni. Il progetto umanista, già stravolto da molti tra coloro che l’hanno ereditato, e troppo esigente per i nostri tempi, trova nell’ecologismo il suo peggior nemico. La battaglia, sorda e insidiosa, si svolge sotto i nostri occhi. Entriamo anche noi nell’arena.

Tratto da Laurent Larcher, Il volto oscuro della Ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?, Lindau 2009

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4 COMMENTS

  1. E si continua imperterriti con le seghe mentali…
    Non so se l’autore di questo articolo sia sotto a qualche genere di terapia ma in ogni caso male non gli farebbe: primo, scrive come se fosse nel bel mezzo di un trip da LSD o peggio; secondo, a prescindere dal suo discorso (per non dire delirio), il senso del quale forse non l’ha ben chiaro neppure lui, come si può pensare che riconoscere il fatto che la tutela dell’ambiente ha un ruolo centrale nella vita di ogni essere vivente sia un ostacolo per il progresso dell’essere umano? Il progresso può essere davvero tale *solo* se è nel rispetto dell’ambiente e degli altri esseri viventi, poichè non è avvelenando il pianeta e sperperandone le risorse che si fa progredire il genere umano. Pertanto, io penso che ciò che è veramente “antiumanista”, nonchè “antioccidentale” (non capisco invece che cosa centri il paganesimo) è il voler continuare a prelevare le risorse ambientali con il ritmo attuale, rifiutando quindi di riconoscere ognuno le proprie responsabilità nel peggioramento della salute del Pianeta in cui tutti noi viviamo e di impegnarsi a mettere in atto dei cambiamenti nella direzione del migioramento della qualità della vita. Colgo infine l’occasione per ribadire che scrivere articoli usando giri di parole che necessitano, *quando possibile*, di almeno mezz’ora per essere tradotti in un linguaggio appena comprensibile, non aiuta nè a capire le posizioni dell’autore (o degli autori) nè a fare luce sulle problematiche trattate e, in linea generale, sui problemi concreti che riguardano la vita di tutti noi esseri umani. Ad ogni modo, se qualcuno riesce nell’impresa di capire bene le argomentazioni alla base di questo “articolo”, gli faccio davvero i miei più sinceri complimenti…

  2. Ma chi è sto qua?
    Quoto in pieno Cucombra.

    Per la cronaca lo “scrittore” di tale monnezza è un signor nessuno che ha all’attivo un unico libro pubblicato da una casa editrice sconosciuta, che per altro la FNAC sta già svendendo…

    … A Laurent… ma va a coltivare le pomme de terre, idiota!!!!

    Ps alla redazione… ma se gli autori non sono disturbati mentalmente non li pubblicate?

  3. ah ah ah
    quante storie pe la semplice e umana preoccupazione della salute del pianeta in cui si vive… semplicemente la produzione industriale continua a ritmi sfrenti e la gente, come me, si domanda da dove tutta questa viene e dove va a finire. Non sono solo gli ecologisti a creare allarme, si vede che in giro c’è una grande abbondanza di roba, troppa…! Cosa c’entra il paganesimo? hahaha

  4. Geniale
    …era dai tempi della “Guida Galattica per autostoppisti” che non leggevo un’analisi così rigorosa e convincente sulla situazione della terra. Mi ritengo personalmente offeso poiché profondamente rispettoso dell’ambiente non mi riconosco minimamente in nessuna delle tassonomie ideologiche così sapientemente delineate. Trattasi semplicemente di un teologo (o aspirante tale) che spaccia per scienza un pout-pourrì filosofico da quattro soldi; vorrei anche chiedere all’autore perché da tempo non vedo più farfalle e cosa dirò a mio figlio un giorno quando mi chiederà cosa erano le lucciole, grazie.

    P.S. – la parte geniale è essere riusciti a infilare le parole “ideologia” e “giudaico-cristiane” anche in questo argomento. E le ideologie sarebbero morte, eh??

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