L’economia cinese continua la corsa anche nel 2008

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L’economia cinese continua la corsa anche nel 2008

02 Gennaio 2008

Anche l 2008 sarà un anno di crescita vertiginosa per l’economia cinese.

Pechino per la sesta volta consecutiva avanzerà con percentuali a due
cifre. La previsione è del Centro d’informazione dello Stato, le cui
stime sono riportate dal giornale Shanghai Securities News.

 

Il
Centro (che dipende dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e la
riforma, principale organo di pianificazione economica) prevede per
l’anno in corso una crescita del Pil del 10,8%, contro il +11,5% del 2007.

Il governo, sottolineano gli autori dello studio,
continuerà a prendere misure per il “raffreddamento” della
crescita, che in alcuni settori è ritenuta eccessiva.

La
Banca del Popolo della Cina ha aumentato quest’ anno per sei
volte i tassi d’ interesse nel tentativo di evitare il “surriscaldamento” dell’economia.

Il rapporto sostiene che quest’ anno anche il surplus
commerciale della Cina – che raggiungerà comunque i 328,4
miliardi di dollari – comincerà a rallentare il ritmo di
crescita a causa del “protezionismo straniero”.

Gli
investimenti fissi passeranno da un tasso del 26,3 a quello del
24 per cento. Un’ incognita riguarda il valore della valuta
nazionale, lo yuan, che ha chiuso il 2007 con un cambio di 7,30
col dollaro, il livello più alto mai toccato.

Da quando, nel
2005, è stata allargata la fascia di oscillazione del valore
dello yuan rispetto al dollaro, la moneta cinese è cresciuta
del 12,5 per cento.

Il segretario al tesoro americano Henry
Paulson ha riconosciuto che “il tasso di crescita dello yuan è
aumentato”, ma gli Usa non sono ancora soddisfatti e chiedono
un’ ulteriore, decisa, rivalutazione. Secondo alcuni economisti,
la valuta potrebbe apprezzarsi del dieci per cento nel 2008.

Un altro fattore, questo però di medio periodo, destinato a
ridurre la competitività dei prodotti cinesi è la nuova legge
sul lavoro (è entrata in vigore all’ inizio dell’ anno) che rende obbligatori i contratti di lavoro e pone dei seri limiti
alla libertà di azione delle imprese in materia di orari e
licenziamenti. Secondo i calcoli più pessimisti, potrebbe
provocare un aumento del 40 per cento del costo del
lavoro.