Lega, 36 “camicie verdi” rinviate a giudizio. Zaia: “Archeologia giudiziaria”

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Lega, 36 “camicie verdi” rinviate a giudizio. Zaia: “Archeologia giudiziaria”

23 Gennaio 2010

A 14 anni dall’avvio delle indagini, dopo accese polemiche e un percorso segnato da tanti rinvii e uscite di scena di indagati di rilievo, l’inchiesta a Verona sulla Guardia Nazionale Padana, conosciuta come l’indagine sulle ‘camicie verdi’, è giunta a un primo capolinea con il rinvio a giudizio di 36 militanti.

Tra gli imputati, chiamati a comparire il primo ottobre prossimo davanti ai giudici con l’accusa di fatto di aver costituito una associazione a carattere militare, articolata territorialmente e tesa a raggiungere all’epoca dei fatti l’autonomia della Padania, ci sono Giampaolo Gobbo, segretario della Liga Veneta-Lega Nord e sindaco di Treviso, e Matteo Bragantini, parlamentare.

Gli altri sono militanti di varie regioni del Nord, dal Veneto alla Lombardia, dalla Liguria al Piemonte. Dall’udienza preliminare davanti al Gup Rita Caccamo era invece uscito il 18 dicembre scorso il ‘gotha’ del Carroccio. Per Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Mario Borghezio e gli altri quattro indagati che all’epoca dei fatti erano parlamentari, il giudice aveva dichiarato il non doversi procedere. Un pronunciamento legato al fatto che la Corte Costituzionale aveva dichiarato inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dalla stessa Gip su istanza della procura veronese.

Ad avviare l’inchiesta sulle ‘camicie verdi’, ad avanzare l’ipotesi che fosse stata costituita una organizzazione presente in più regioni e con una struttura gerarchica, era stato l’allora procuratore di Verona Guido Papalia. Al centro delle indagini, che avevano portato anche a una perquisizione in via Bellerio, a Milano, nella sede della Lega, episodi riguardanti il periodo 1996-97; un’epoca in cui spesso si sentiva parlare di ‘secessione’.

Un’inchiesta dove un certo peso, come è emerso nel corso dell’udienza, l’avevano avuto anche le intercettazioni telefoniche e di cui parla lo stesso gip nel decreto di rinvio a giudizio. "È archeologia giudiziaria" ha commentato la notizia del rinvio a giudizio dei militanti leghisti il ministro Luca Zaia, indicando che questo dimostra "la necessità del processo breve". "La giustizia – ha aggiunto – dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche lontanissime". "Se siamo davvero così pericolosi – ha detto Gobbo – bisognerebbe arrestare i giudici che ci hanno lasciato in libertà per tutti questi anni".