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Leggenda vuole che fu Bobi Bazlen a far scoppiare “il caso Svevo”

Intellettuale, consulente editoriale, raffinato scrittore e ambasciatore della letteratura mitteleuropea. Questo, e molto altro, è stato Bobi Bazlen: sconosciuto al grande pubblico, l’intellettuale triestino ha lanciato in Italia autori del calibro di Kafka, Musil e Svevo. Per raccontare  un uomo “reticente e riservato”, l'Occidentale ha intervistato Cristina Benussi: preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste e docente di Letteratura italiana contemporanea, la professoressa Benussi è la più attenta studiosa italiana di questo atipico “scrittore di scrittori esperto”.

Professoressa, Bobi Bazlen è senza dubbio una figura atipica nel panorama letterario italiano del Novecento. Se lei dovesse presentarlo al pubblico, come lo definirebbe?

Spesso le definizioni obbligano a restringere il campo, che nel caso di Bazlen è molto ampio. Forse potrei definirlo “uno scrittore di scrittori esperto”.

Bazlen è scomparso nel 1965: oggi, tra corsi universitari e giornate di studio, il mondo accademico ed editoriale sembra voler riscoprire la sua figura. Qual è, a suo parere, l’eredità più preziosa che Bazlen ha lasciato alla letteratura e alla cultura italiana?

La sua curiosità culturale, che lo spingeva a navigare nel vasto mare dei libri e dei dattiloscritti senza pregiudizi di sorta. Ovviamente gli rendeva più facile il compito la conoscenza perfetta del corpus letterario di varie culture, non solo occidentali. Si tratta di un’eredità che postula – da parte di chi vuole occuparsi di letteratura, da qualsiasi punto la si voglia guardare – una serietà d’intenti, di un criterio sicuro di valore, insomma di un impegno totale.

Quali lati della personalità e del lavoro di Blazen devono essere ancora esplorati?

Ciò che forse oggi sarebbe utile indagare è la sua capacità di fare sintesi tra culture diverse, ovvero la possibilità di trovare linee che intersecano – come ha saputo fare nel suo romanzo incompiuto – la razionalità e l’esoterismo, le filosofie dell’occidente e quelle dell’oriente.

A proposito di romanzi incompiuti, nel corso della sua parabola intellettuale Bazlen non ha pubblicato niente di suo. Nei primi anni Settanta, poi, Adelphi ha pubblicato i suoi scritti: letture editoriali, corrispondenze, progetti narrativi. Cosa l’ha colpita maggiormente dei suoi scritti? Quali letture consiglierebbe a chi volesse conoscere Bazlen più da vicino?

Mi hanno colpito le lettere editoriali, che sono una vera miniera per conoscere un’estetica di mercato che non sempre coincide con quella della critica letteraria. Si possono incontrare giudizi che spiegano perché alcuni autori sono stati scartati.

Bazlen ha collaborato con diverse case editrici: Bompiani, Astrolabio, Edizioni di Comunità. I rapporti più stretti, però, li ha avuti con Einaudi e Adelphi: cosa hanno rappresentato per lui queste case editrici?

Erano editori che sapevano coniugare impegno di vario tipo – politico ma anche culturale – e capacità di una diffusione presso un pubblico largo, ma colto. Le strategie comunicative delle due case editrici erano molto diverse, ma miravano a costruire uno zoccolo duro di lettori  esperti.

Qual è stato il contributo di Bazlen nella costruzione dei cataloghi?

La costruzione dei cataloghi è una delle possibili forme di selezione del proprio pubblico. Il contributo di Bazlen è stato decisivo per assecondare le due diverse politiche culturali.

Bobi Bazlen ha portato in Italia opere di grandissimi autori, da Kafka a Musil. La “leggenda” vuole poi che fu proprio Bazlen a consigliare a Montale la lettura de “La coscienza di Zeno” di Svevo, lanciando l’autore triestino nel firmamento della letteratura italiana. È andata proprio così? Che rapporti c’erano tra Bazlen, Montale e Svevo?

È andata così, anche se Svevo aveva messo in moto parecchi altri possibili canali: questo è stato uno di quelli decisivi per il successo dello scrittore triestino. Bazlen e Montale – critico del “Corriere della Sera”, e intellettuale di punta della Milano del dopoguerra – avevano molti interessi in comune, si vedevano certamente più spesso tra loro che con Svevo. Svevo visse il suo successo per un periodo molto breve, e dunque i suoi contatti con poeti e scrittori noti non poterono essere altrettanto intensi. Alla morte di Svevo, Bazlen rilasciò la sua famosa dichiarazione chiusa dalle parole "non aveva che  genio".

La vita di Bobi Bazlen è al centro del romanzo di Daniele Del Giudice “Lo stadio di Wimbledon”. Quali sono, a suo parere, i tratti più romanzeschi della vita di Bazlen?

Il romanzo è nato proprio dalla volontà di scoprire i suoi rapporti con personaggi, uomini e donne, entrati poi – anche attraverso l’opera di altri poeti – nella leggenda. I tratti più romanzeschi di Bazlen sono la reticenza sulla propria vita privata e la sua voglia di riservatezza. Oggi, ma anche allora, dono raro.

In chiusura, professoressa, una domanda su Bobi Bazlen e Trieste. Quali erano i rapporti tra l’uomo e la sua città? In che modo Trieste, una delle città più affascinanti d’Italia, ha segnato il percorso intellettuale di Bobi Bazlen?

Il rapporto, ovviamente, è stato conflittuale. D’altra parte lo era per tanti intellettuali, che erano ebrei, di cultura tedesca, di lingua italiana. Trieste in questo senso gli ha dato molto, anche se Bazlen ha sempre  negato alla sua città quello che molti le imputavano, ovvero di essere crogiolo di culture. Diceva che più che di crogiolo bisognava parlare di agglomerato, dove le varie culture – e ci metteva anche  quella slava – restavano separate.

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