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Leggi gli appunti di Mastronardi sulla scuola italiana

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Pubblicato sul “Corriere della Sera” il 9 aprile 2004, questo scritto inedito di Lucio Mastronardi è stato ritrovato in un registro scolastico. Si tratta delle riflessioni di un insegnante-scrittore sulla scuola italiana dei primi anni Sessanta, un mondo reso poi immortale nel suo romanzo più celebre: “Il maestro di Vigevano” (1962).

Si è parlato, è naturale, di Gesù, e molto. Non è facile parlare di Gesù ai bambini; presentarlo in modo infantile, è come limitare la portata rivoluzionaria del suo passaggio sulla terra. I bambini aspettano con ansia le vacanze, come me, del resto. Intanto le madri pensano alle pagelle, che si distribuiranno, alla ripresa della scuola. Il loro sorriso, il modo di fare è piuttosto lascivo; con me, e questo è un fastidio che, credo, tutti i maestri si devono sopportare.

Io figli non ne ho, ma penso che sia naturale proiettare nei figli speranze e illusioni. La vanità fa sentire anche qui il suo non indifferente peso. Le insufficienze, insomma, mortificano in modo doloroso i genitori; specie le mamme. Io ho sempre paura nello scrivere un cinque o un quattro su una pagella. Pontecorvo, lo scienziato chimico, è stato bocciato alla terza elementare. E tanti bambini, che i maestri hanno giudicato con severità, si sono poi, nella maturità, dimostrati intelligenze superiori alla normale. Al contrario - c' è in ogni caso il contrappeso - ragazzini, portati in trionfo nella scuola, sono poi, nella vita, naufragati.

Il nostro è, insomma, un lavoro sull' acqua. Di tutte le parole che spendiamo, del lavoro, di tutto quello che facciamo, ben poco rimane, e quel poco rimane perché serve nel convivere sociale, come mezzi di comunicazione. Se la scuola fosse veramente essenziale, come la giustizia, alla società, - come si ripete e straripete - penso che i vari governi ci tratterebbero con maggior riguardo, e gli aumenti che ci concedono, dopo averci costretti a mendicarli, quasi, - a parte la cifra irrisoria, almeno per i giovani - non li farebbero pesare con contropartite, misure di severità, strombazzate dal ministro Bosco, in modo così volgare e meschino.

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I bambini. Noi si favoleggia sul mondo dei bambini: su questa età favolosa, e si ripete il solito discorso retorico e fasullo, sull' innocenza dei fanciulli, di nuovo fatto di frasi fatte, convenzionali quanto vuote di contenuto. Ma si sa che la scuola è il luogo dove trionfa il motto: quieta non movere et mota quietare. Se le biblioteche scolastiche anziché essere piene di libri di nessuna validità né di arte né di pratica, diciamo così, avessero libri di scrittori come Dostoevskij o come Moravia o come Cecov - butto tre nomi, il primo di un grandissimo, il secondo di un vivente che ha stoffa di scrittore, per quanto non ha ancora un suo capolavoro, ma opere tutte o quasi tutte valide; e il terzo di un grande novelliere - e se i maestri, si prendessero la briga di leggerli, certo la categoria ne guadagnerebbe, e l'insegnamento anche.

I bambini di Dostoevskij possono considerarsi eccezioni, in quanto sono tutti nevrotici e sensibilissimi, e subiscono l' atmosfera di ambienti malsani. Ma i bambini di Cecov, questi sono reali, vivi, e leggendoli come li descrive l' autore, nelle minime e sfumate vibrazioni, assomigliano molto ai bambini che ci aspettano nell' aula scolastica e con cui passiamo la maggior parte dell' anno. I bambini di Moravia - in modo particolare quel gioiello di racconto che è Agostino - subiscono i grandi, guardando le loro azioni. Soffrono in silenzio, come soffrono i bambini, che si trovano inseriti in un mondo preformato, e a cui non sfuggono le contraddizioni di vita dei grandi e nel cui mondo devono adattarsi.

Certo è che il leggere di queste cose e il pensarci conduce ad avere consapevolezza dei propri limiti, e dei limiti del nostro lavoro; e dei limiti della nostra cultura nozionistica, libresca, di piccoli borghesi. Ne consegue che, a un certo momento, si vede la scuola proprio com' è: ambiente morto; brancolante fra una pesante burocrazia e un sottobosco culturale e quindi ci si sente nulli o quasi. Ma forse ho fatto male a scrivere tutto questo. Avrei dovuto parlare delle soddisfazioni che i fanciulli mi danno; eccetera. Quieta non movere?

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La vita della scuola continua nella grigia routine quotidiana, ventisei scolari ho adesso, ai quali mi sforzo di spiegare in modo semplice le varie nozioni, che, a dire il vero, non sono molto semplici. Batto sulla tabellina pitagorica, che a volte è ostica. Sui calcoli mentali, che, si dice, servono come ginnastica del cervello. Dettati ne faccio, di media, uno per settimana. Batto invece sui pensieri e sui temi. In generale espongono le idee con confusione ed errori; gli scolari. Escluso il solito primo della classe - che in verità sono tre - gli altri navigano con fatica. Ma la lingua è difficile per i bambini, e la scuola è sempre di risulta. Vanno invece molto meglio in aritmetica.

Tratto da “Corriere della Sera”, 9 aprile 2004
 

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